Attualità - 08 settembre 2026, 08:00

Ex Ilva, è la settimana della verità: oggi il doppio vertice a Palazzo Chigi, domani l’udienza sull’area a caldo

Alle 16 il Governo incontra le imprese, alle 17.30 i sindacati. Sul tavolo vendita, occupazione e futuro degli stabilimenti, mentre nell’indotto di Taranto le procedure di licenziamento possono coinvolgere oltre 2.500 lavoratori. In corsa Jindal, Flacks e la cordata italiana di Federacciai. Il destino di Taranto pesa direttamente anche su Cornigliano

Una giornata a Palazzo Chigi, quella successiva davanti ai giudici della Corte d’Appello di Milano. In mezzo il futuro della più grande vertenza industriale italiana, con migliaia di lavoratori che attendono risposte e una vendita che, dopo mesi di tentativi, è entrata in una fase che potrebbe rivelarsi decisiva.

Si apre oggi, martedì 8 settembre, una delle settimane più importanti per il futuro dell’ex Ilva. Nella Sala Verde della presidenza del Consiglio sono stati convocati due tavoli: il primo, alle 16, con le rappresentanze delle imprese; il secondo, alle 17.30, con i sindacati metalmeccanici Fim, Fiom, Uilm, Usb e Ugl, insieme a Federmanager.

Formalmente la convocazione rivolta ai sindacati parla semplicemente della “situazione” degli stabilimenti. Una formula volutamente ampia perché ormai non esiste più un singolo dossier ex Ilva: sul tavolo ci sono contemporaneamente la cessione di Acciaierie d’Italia, la continuità produttiva, la sorte dell’area a caldo di Taranto, la decarbonizzazione, il futuro degli altri stabilimenti del gruppo e soprattutto quello dei lavoratori diretti e dell’indotto.

Il primo confronto della giornata avrà invece un taglio più ampio sul futuro economico di Taranto. La convocazione inviata dal capo di gabinetto del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano parla di una riunione con una delegazione del Governo dedicata a “progetti concreti per lo sviluppo dell’area di Taranto”. Invitati, tra gli altri, i vertici di Confindustria, Confapi, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, Cna, Casartigiani e delle organizzazioni cooperative.

Ma è soprattutto il secondo tavolo ad essere atteso dai lavoratori. I sindacati chiedono ormai decisioni e tempi certi, non un semplice aggiornamento. “Vogliamo capire le intenzioni del Governo per mettere insieme salute, ambiente e lavoro. Un aggiornamento non può essere sufficiente”, ha spiegato alla vigilia il segretario generale della Uilm Davide Sperti, sottolineando come i tempi siano ormai “incompatibili con qualsiasi slittamento”.

Ad accelerare ulteriormente la crisi è quanto sta accadendo nell’indotto di Taranto. Aigi ha infatti trasmesso ai sindacati le comunicazioni relative all'avvio della procedura di licenziamento collettivo che può coinvolgere oltre 2.500 lavoratori di 28 aziende, collegando la decisione all’incertezza sulla continuità dell’area a caldo. I sindacati hanno chiesto il ritiro delle procedure e che la questione dell’appalto entri a pieno titolo nel confronto con Palazzo Chigi.

Numeri pesanti arrivano anche da Confapi Taranto. Il presidente Fabio Greco ha ricordato che Unionmeccanica e Trasporti riunisce sul territorio 52 aziende con 2.653 lavoratori, dei quali 523 sono già stati dichiarati non allocabili. Secondo l’associazione, considerando licenziamenti e ricorso alla cassa integrazione, nel corso del 2026 il problema potrebbe arrivare a riguardare complessivamente circa 1.700 addetti.

Per Confapi la possibilità di evitare il precipitare della situazione passa anche dalla decisione che arriverà da Milano. “Auspichiamo che dai giudici venga presa in considerazione la possibilità di concedere una sospensiva”, sostiene Greco, chiedendo poi di procedere con la realizzazione dei forni elettrici, in modo da costruire una prospettiva industriale capace di tenere insieme ambiente, innovazione e occupazione.

Perché appena ventiquattr’ore dopo i tavoli romani arriverà il secondo appuntamento decisivo. Domani, 9 settembre, la Corte d’Appello di Milano discuterà infatti le due istanze di sospensiva presentate dalle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia contro il decreto del 27 luglio che ha imposto la fermata dell’area a caldo di Taranto entro 90 giorni, in relazione alla presenza di amianto e alle emissioni di polveri sottili. Le amministrazioni straordinarie hanno anche presentato ricorso in Cassazione.

Il calendario formale porta verso la fine di ottobre, ma i tempi industriali sono molto più stretti. Nella richiesta di sospensiva Acciaierie d’Italia ha indicato nel 16 settembre una data oltre la quale diventerebbe estremamente difficile evitare l’avvio delle operazioni necessarie allo spegnimento, sostenendo che il fermo provocherebbe conseguenze difficilmente reversibili e un pesante impatto occupazionale.

Sul fronte, invece, delle manifestazioni d'interesse, il soggetto che al momento ha assunto la posizione industrialmente più definita resta Jindal Steel International. Dopo la decisione della Corte d’Appello, il gruppo indiano ha aggiornato la propria proposta tenendo conto del nuovo scenario e mantenendo l’interesse per l’intero perimetro aziendale, compresa Taranto. È una differenza sostanziale rispetto al progetto italiano, perché significa affrontare anche il nodo dell’area a caldo e della futura produzione primaria.

Sul tavolo resta anche il Flacks Group, già protagonista delle precedenti fasi della gara e titolare di una proposta vincolante, anche se nelle ultime settimane il baricentro del confronto si è progressivamente spostato soprattutto sull’alternativa tra il progetto di Jindal e quello degli acciaieri italiani.

La vera novità dell’estate è infatti rappresentata dalla cordata promossa da Federacciai. La manifestazione d’interesse è stata sottoscritta dalla federazione insieme a 14 imprese: Abs Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions, Afv Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.

Una proposta particolarmente significativa anche per Genova, visto che il presidente di Federacciai è Antonio Gozzi e che il perimetro studiato dalla cordata comprende, oltre a Taranto, gli stabilimenti di Cornigliano, Novi Ligure, Racconigi e gli altri asset collegati. Ma c’è un punto fondamentale: la disponibilità degli industriali italiani riguarda sostanzialmente gli impianti a valle della produzione dell’acciaio e non gli altiforni e le acciaierie interessate dallo stop disposto dalla magistratura.

La manifestazione d’interesse deve inoltre ancora trasformarsi in una proposta vincolante. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha spiegato nei giorni scorsi di augurarsi che questo passaggio avvenga, precisando che a quel punto spetterebbe ai commissari confrontare la proposta con le altre rimaste sul tavolo.

Secondo le ricostruzioni emerse nelle ultime settimane, uno degli scenari allo studio vedrebbe i soggetti privati impegnati sulle attività industrialmente sostenibili e una presenza pubblica, attraverso una nuova struttura societaria, sulle componenti più complesse legate all’area a caldo, lasciando aperta la strada alla futura riconversione con forni elettrici e impianti Dri. Un modello molto diverso dall’acquisizione dell’intero complesso prospettata da Jindal e proprio per questo destinato a essere uno dei nodi del confronto con il Governo.

Nelle scorse settimane si è poi affacciata anche la holding ceca CE Industries, indicata da Urso come un nuovo grande operatore europeo interessato alla partita. Il gruppo di Praga ha però successivamente precisato di non avere ancora presentato alcuna offerta e che è prematuro parlare dei termini di un eventuale intervento.

È quindi una corsa con concorrenti che oggi si trovano a stadi molto diversi: da chi ha già messo sul tavolo una proposta vincolante a chi sta ancora studiando i conti e gli impianti. E sopra ogni possibile piano industriale continua a incombere la stessa domanda: che cosa accadrà all’area a caldo di Taranto?

Una domanda che riguarda direttamente anche Cornigliano. Il sito genovese non produce acciaio a caldo ma lavora materiale proveniente dall’esterno: senza gli altoforni tarantini potrebbe quindi continuare a produrre attraverso l’approvvigionamento di bramme e coils, ma occorre che questa catena venga garantita da un nuovo assetto industriale. La Fiom genovese ha spiegato che, nell’immediato, la cinquantina di addetti dell’indotto di Cornigliano non è coinvolta nelle procedure che stanno colpendo Taranto, ma la continuità dello stabilimento resta inevitabilmente legata alla disponibilità della materia prima.

È qui che la vertenza torna a essere nazionale. Taranto rappresenta il nocciolo, di fatto, della produzione primaria, ma intorno a ciò ruotano Genova, Novi Ligure e l’intera struttura industriale di Acciaierie d’Italia. Spegnere definitivamente l’area a caldo, riconvertirla, mantenerne temporaneamente una parte in funzione o separarla dagli stabilimenti a valle significa scegliere non soltanto il futuro di una fabbrica pugliese, ma la configurazione della siderurgia italiana dei prossimi anni.

Per questo dall’8 settembre in poi il margine per rinviare le decisioni si riduce drasticamente. Oggi la politica e le parti sociali, domani la magistratura. Poi resteranno pochi giorni per trasformare progetti, manifestazioni d’interesse e promesse in una soluzione industriale concreta.