Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.
Il cambiamento climatico non è più qualcosa che sembra appartenere a un futuro lontano. Ondate di caldo sempre più intense, eventi meteorologici estremi, siccità, incendi e cambiamenti degli ecosistemi sono fenomeni di cui sentiamo parlare sempre più spesso e che, in alcuni casi, sperimentiamo direttamente. E insieme alla preoccupazione per ciò che sta accadendo all’ambiente è tornato a farsi sentire anche un fenomeno che riguarda soprattutto le nuove generazioni: l’eco-ansia.
Con questo termine si indica una forma di preoccupazione, paura o angoscia legata ai cambiamenti climatici e alle loro possibili conseguenze sul futuro. Non significa semplicemente essere preoccupati per l’ambiente o avere a cuore la sostenibilità. Significa arrivare a percepire la crisi climatica come qualcosa di talmente grande da generare un senso di impotenza, paura e incertezza davanti a quello che potrebbe accadere.
A parlarne sono soprattutto i giovani, che spesso si trovano a guardare al proprio futuro facendo i conti con scenari ambientali che sembrano sempre più difficili. Studiare, trovare un lavoro, costruire una famiglia e immaginare dove vivere tra qualche decennio diventano pensieri che si intrecciano anche con una domanda molto più grande: in che condizioni sarà il mondo quando saremo noi adulti?
L’eco-ansia non è un fenomeno completamente nuovo. Se ne parla già da diversi anni, soprattutto in relazione alla crescente attenzione verso la crisi climatica. Periodicamente, però, torna al centro del dibattito, soprattutto quando nuovi eventi ambientali particolarmente gravi riportano l’attenzione sul problema. Le notizie di temperature record, alluvioni, incendi o fenomeni meteorologici estremi possono aumentare la sensazione che qualcosa stia cambiando rapidamente e che non sia più possibile ignorarlo.
A diffondere questa preoccupazione contribuiscono anche i social network. Instagram, TikTok e le altre piattaforme permettono infatti di ricevere continuamente immagini e informazioni provenienti da ogni parte del mondo. Un incendio dall’altra parte del pianeta, un ghiacciaio che si ritira, un’alluvione o un video che mostra gli effetti di una particolare emergenza ambientale possono diventare virali in poche ore. Il problema è che il flusso continuo di contenuti può amplificare la sensazione di vivere in una situazione di emergenza permanente.
Ma i social non diffondono soltanto paura. Sono diventati anche uno degli strumenti principali attraverso cui i giovani cercano di informare, sensibilizzare e coinvolgere altre persone. Campagne ambientaliste, video divulgativi, petizioni, raccolte fondi e iniziative locali possono raggiungere migliaia di utenti e trasformare una preoccupazione individuale in una forma di partecipazione collettiva.
In alcuni casi, però, la protesta assume forme molto più radicali. Negli ultimi anni abbiamo visto giovani attivisti bloccare strade, sedersi sull’asfalto, interrompere manifestazioni sportive o imbrattare temporaneamente opere e monumenti per attirare l’attenzione sul cambiamento climatico. Sono azioni che suscitano reazioni molto diverse: c’è chi le considera necessarie per ottenere visibilità su un problema che altrimenti verrebbe ignorato e chi, invece, le ritiene controproducenti perché finiscono per spostare l’attenzione dalla questione ambientale al gesto stesso.
Lo scopo di queste proteste rimane comunque quello di creare attenzione. Quando una protesta interrompe la normale quotidianità, diventa difficile ignorarla. L’obiettivo degli attivisti è proprio trasformare una questione spesso percepita come astratta e lontana in qualcosa che coinvolga direttamente le persone, costringendo l’opinione pubblica e le istituzioni a confrontarsi con il problema.
Dietro queste manifestazioni, però, non c’è necessariamente soltanto rabbia. Può esserci anche paura. La stessa paura che porta alcuni giovani a preoccuparsi per il futuro può trasformarsi, in altri, nella necessità di fare qualcosa concretamente.
Informarsi, ridurre alcuni consumi, partecipare a iniziative, manifestare o cercare di coinvolgere altre persone diventano modi per reagire a una sensazione di impotenza.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’eco-ansia. La preoccupazione può avere conseguenze molto diverse. Per alcune persone diventa una motivazione a cambiare le proprie abitudini e a partecipare alla vita pubblica. Per altre può trasformarsi in un peso difficile da gestire, soprattutto quando la quantità di informazioni negative supera la percezione di poter realmente fare qualcosa.
Il rischio, infatti, è passare dalla consapevolezza alla rassegnazione. Se il problema viene percepito come troppo grande e le responsabilità come esclusivamente individuali, può nascere la sensazione che qualsiasi comportamento sia inutile. Riciclare, utilizzare meno l’auto o fare attenzione ai consumi può sembrare insignificante davanti alla dimensione globale della crisi climatica.
Per questo parlare di eco-ansia significa parlare anche del modo in cui comunichiamo il cambiamento climatico. Informare è fondamentale, ma lo è anche fornire strumenti per comprendere il problema e possibilità concrete per affrontarlo. Un bombardamento continuo di immagini catastrofiche può attirare l’attenzione, ma rischia anche di alimentare paura e impotenza.
I giovani, intanto, continuano a essere tra le persone più coinvolte nel dibattito. Alcuni scelgono la protesta, altri la divulgazione sui social, altri ancora cercano semplicemente di modificare le proprie abitudini quotidiane. Non tutti vivono allo stesso modo la preoccupazione per l’ambiente e non esiste una sola maniera di reagire.
L’eco-ansia racconta quindi qualcosa di più della semplice paura del cambiamento climatico. Racconta il rapporto di una generazione con il proprio futuro e con la sensazione di dover vivere in un mondo che sta cambiando più velocemente di quanto si riesca a comprendere.
La preoccupazione per il pianeta può diventare un problema quando lascia soltanto paura e impotenza, ma può anche trasformarsi in consapevolezza e partecipazione. Tra chi protesta sedendosi sull’asfalto e chi semplicemente decide di informarsi meglio, dietro comportamenti molto diversi rimane una stessa esigenza: non voler essere spettatori di qualcosa che riguarda il proprio futuro.