Attualità - 14 settembre 2026, 09:45

Centro storico, la misura colma di una sicurezza che non sembra arrivare mai

Una commerciante aggredita per aver chiesto a un uomo di non urinare sui muri, esposti, denunce, ma anche iniziative nelle piazze e presidi sociali. Eppure sembra che nulla si muova

Avete presente la tensione superficiale dell’acqua? Quella che si osserva facilmente quando un bicchiere è pieno fino all’orlo ma non trabocca perché le molecole superficiali tirano verso i lati e verso il basso al punto tale da creare una rete resistente.

Un equilibrio delicatissimo: basta una goccia e il bicchiere tracima.

Il centro storico di Genova è questo bicchiere, le molecole dell’acqua sono abitanti, commercianti, persone che continuano a lottare per il luogo in cui hanno scelto di vivere e lavorare.

Le gocce che possono far traboccare il bicchiere sono molteplici.

Non più tardi di qualche giorno fa, una persona che ha un’attività commerciale in via del Campo, è stata aggredita per aver detto a un uomo di non urinare sul muro.

In pieno giorno.

Un gesto piccolo, dire no a un comportamento che nessuno dovrebbe tenere, che si tramuta in un atto di violenza.

Non ci sono feriti gravi, almeno nel fisico, ed è solo un caso. Ci sono però ferite profonde nell’animo di chi in queste strade vive e lavora da anni, la sensazione che difendere i propri spazi, la propria strada, stia diventando un rischio.

Sarebbe bello pensare che questa sia una novità. Non è così.

Chi segue le vicende del Centro Storico lo sa: non passa giorno senza episodi di degrado, spaccio, aggressione. Non passa giorno senza che qualcun chieda, con la voce oramai stanca, che qualcosa cambi davvero.

Le righe di questo giornale sono spesso un contenitore di punti di vista: persone che vivono e lavorano tra i vicoli hanno raccontato le loro storie. Storie belle, rinascite, riaperture, la voglia di stare sul territorio e portare la propria esperienza. Storie brutte, aggressioni, difficoltà, fallimenti. 

Le richieste che arrivano sono un leit motif: interventi strutturati e non più, o meglio non solo, controlli spot o promesse. Il copione si ripete: cittadini e commercianti che si organizzano, esposti in Procura, assemblee pubbliche, appelli sui social.

Le forze dell’ordine intervengono,  controlli ci sono, qualche denuncia arriva, ma il problema si ripresenta perché le misure messe in campo finora, utili per carità, ma sempre emergenziali, non affrontano le cause.

Nel frattempo, a pagare il conto più alto sono le persone comuni: chi apre una saracinesca ogni mattina, chi vive al piano terra di un palazzo nei vicoli, chi si è trovata a essere spintonata per aver chiesto semplicemente rispetto.

Quanto accaduto si lega a una riflessione più ampia che dalle pagine (seppur online) di questo quotidiano era stata posta alla comunità. 

Genova, da un lato, si racconta come meta turistica in crescita, capitale della cultura, città ce si rilancia attraverso grandi eventi e nuovi cantieri. Dall’altro lato, a poche centinaia di metri da quelle stesse vetrine patinate, restano intere strade dove la sicurezza è un’eccezione e non una garanzia, dove chiedere il rispetto delle regole più elementari, come non urinare contro un muro, può costare uno spintone.

Questi due volti convivino, come accade in molte altre città d’Italia, ma raramente si guadano davvero. Si parla di riqualificazione urbana pensando alle facciate e alle luci, così mentre si sogna di passeggiare alla sera tra illuminazioni scenografiche scoprendo la bellezza e la ricchezza della città, ci si scontra con l’assenza di presidi sociali per chi quelle strade le abita, per chi in quelle vie ci lavora.

Si parla di educazione civica nelle scuole, ma si fa poco per chi, oramai adulto, per poca fortuna o per non conoscenza, non ha interiorizzato il rispetto minimo per uno spazio condivido o per chi lo abita. 

Il degrado del centro storico non è soltanto in problema di ordine pubblico, è anche, prima ancora, un fallimento educativo e sociale che la città fatica a nominare per quello che è.

La solidarietà è sacrosanta, verso i commercianti, verso tutte le persone che ogni giorno, in silenzio, affrontano la stessa fatica. La solidarietà da sola non basta più, forse non è mai bastata.

Serve, prima di tutto, una presenza istituzionale continuativa nei punti più critici, non legata solo alle emergenze mediatiche: pattugliamenti stabili, non blitz occasionali dopo l’ennesima segnalazione. Serve un canale diretto e rapido tra commercianti, residenti e forze dell’ordine, capace di trasformare le tante chat di quartiere nate spontaneamente in strumenti reali di allerta e intervento, invece che semplici sfoghi collettivi.

Serve, soprattutto, affiancare alla sicurezza un piano sociale vero, che si occupi di marginalità e dipendenze con presidi stabili - sanitari, educativi, di prossimità - perché senza intervenire sulle cause, ogni controllo resta un cerotto su una ferita che continua a riaprirsi. E serve, infine, garantire a chi denuncia di non sentirsi solo il giorno dopo, con un percorso di supporto reale, non solo con un’ordinanza o un titolo di giornale.

Non è la prima volta che il centro storico chiede aiuto, non sarà l’ultima purtroppo. Ma ogni volta che qualcuno viene spintonato per aver semplicemente detto ‘qui no’, la città dovrebbe fermarsi un momento e guardarsi allo specchio, cercando di farsi un esame di coscienza.