Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.
Quando Genova era una Repubblica marinara, un gruppo di nobili cittadini scendeva nelle carceri con il volto coperto da un cappuccio. Non volevano farsi riconoscere, e il gesto, a ripensarlo oggi, ha qualcosa di quasi macabro: aiutavano i detenuti, portavano loro conforto e li accompagnavano fino alla morte. Nasce così la Veneranda Compagnia di Misericordia, che ancora oggi presta la sua attività con persone che hanno scontato o stanno scontando condanne penali.
"Noi non abbiamo un atto costitutivo - spiega Cinzia Marangoni, coordinatrice e anima dell'associazione - ma negli archivi storici risulta che questa confraternita è nata alla fine del 1400. Si può dire che siamo nati ai tempi di Colombo. All'epoca la nobiltà di Genova ne faceva parte e gli uomini si incappucciavano per non essere riconosciuti. Andavano nelle carceri, aiutavano i detenuti e a volte li accompagnavano mascherati, proprio perché erano i nobili della città". Con il passare dei secoli la forma è cambiata ma la missione è rimasta la stessa.
Negli ultimi venticinque anni l'associazione ha moltiplicato le proprie attività. "Ci occupiamo esclusivamente di penale - precisa Marangoni - e credo che siamo una delle poche associazioni, se non l'unica, a farlo in questo modo" Il cuore del lavoro è l'accoglienza abitativa: quattro case, una femminile e due maschili per chi sconta una misura alternativa, più una quarta dedicata ai permessi premio.
Una delle case per uomini è un bene confiscato alle mafie, e per Marangoni il valore è anche simbolico: "È una casa tolta alla criminalità, e ci mettiamo persone che hanno commesso reati e che cerchiamo di reinserire nella società”.
La casa per i permessi premio ha una caratteristica che Marangoni definisce la parte più bella del progetto: “Qui vengono accolti sia il detenuto o la detenuta che esce per uno o due giorni, sia la sua famiglia: i figli, la moglie, il marito, se il magistrato di sorveglianza lo consente. È un'occasione per ricostruire una relazione che il carcere tende a spezzare”.
Poi c'è il lavoro: la lavanderia solidale dà impiego, con assunzioni o borse lavoro, a persone che arrivano tutte dall'esperienza detentiva. In centro storico c’è anche un laboratorio di cucito, dove una professionista insegna il mestiere alle donne, spesso in borsa lavoro o come volontarie, in modo che possano uscire dalla casa e occuparsi di qualcosa di proprio. A questo si affianca la distribuzione di generi alimentari e di beni di prima necessità alle famiglie.
Il presidio più capillare resta però quello all'interno delle mura. A Marassi i volontari sono presenti dal lunedì al sabato, accolgono i nuovi giunti e consegnano i beni essenziali. "Siamo l'unica associazione a Marassi ad avere un ufficio all'interno, che il carcere ci concede, e credo che il nostro sia davvero un grande aiuto". Attività di sostegno si svolgono anche a Pontedecimo.
C'è poi il capitolo della genitorialità, di cui la Compagnia è tra i fondatori: un gruppo con i papà detenuti, il progetto "L'assemblea dei sogni" con altri partner e lo Spazio Barchetta, dove ogni martedì mattina vengono accolti le mamme e i bambini che arrivano per i colloqui. L'associazione partecipa inoltre a "Vasi comunicanti", il grande progetto regionale sul penale in tutta la Liguria, e siede al tavolo del Patto per i senza dimora del Comune di Genova. Si occupa anche di minori nell'area penale.
Tutto questo regge su una squadra di una cinquantina di volontari attivi: “La maggior parte sono pensionati, ma abbiamo anche qualche giovane a dare una mano. Dopo il Covid è stato difficile ricominciare, è stato faticoso ma ce l’abbiamo fatta". Chi vuole dare una mano non viene, ovviamente, mandato subito dietro le sbarre: "Il carcere è l'ultimo pezzetto, l'ultima fase - racconta -. Entrare in carcere non è una cosa da poco: le porte che si chiudono, i cancelli, le attese. Prima il volontario gira tra le nostre attività, magari al banco alimentare o nelle case, e solo dopo, se vediamo che la persona è portata, può entrare. Bisogna essere preparati, conoscere le regole e la privacy, e all'inizio c'è sempre un tutor che ti accompagna e ti spiega cosa puoi fare e cosa no". Molti, una volta entrati, restano per anni. "Ormai sono affezionati. È un'attività arricchente, perché sai di dare una mano dove c'è davvero tanto bisogno".
Non esiste un identikit del volontario ideale, a parte la maggiore età. "Una formazione da educatore aiuta, certo, ma abbiamo bisogno anche di chi ci dà una mano in amministrazione. Non saprei dire di cosa abbiamo bisogno, perché sembrerebbe di banalizzare: poi una selezione interna la facciamo, e magari al colloquio capisci che quella persona non è quella giusta".
Marangoni racconta anche parte del suo percorso all’interno dell’associazione: “Quando sono arrivata esisteva soltanto la casa famiglia femminile; solo in seguito sono nati la lavanderia, altre tre case e tutti i progetti. Nel corso degli anni l’associazione ha cambiato aspetto, ha preso vita e si è ingrandita”.
Quanto a ciò che servirebbe, Marangoni risponde senza esitare: una maggiore disponibilità di alloggi. “La casa è la base di tutto: puoi avere un lavoro o una borsa lavoro, ma se non hai un posto dove stare non costruisci nulla. Le richieste le sentiamo, ma le case sono quelle che sono, i posti sono pochi, e una casa ha comunque un costo. Per me è uno dei temi più importanti di questo momento”.
In chiusura, Marangoni lancia un secondo messaggio, che riguarda un'altra realtà. Lavora anche al Centro di giustizia riparativa, aperto da fine giugno e gestito da un'altra associazione, e tiene a chiarire che la Compagnia non c'entra con la gestione. È un tema, dice, che merita attenzione, "visto che è appena nato e c'è molta resistenza". Nato dalla riforma Cartabia, il percorso affianca il processo penale senza sostituirlo e mette al centro il lavoro di riparazione tra l'autore dell'offesa e la parte offesa. "È un lavoro molto interessante e molto importante".