La Blue Economy vale il 13,8% del valore aggiunto della Liguria, la percentuale più alta tra le regioni italiane. È uno dei dati principali emersi dallo studio presentato da BPER durante l'evento "Blue Economy: una leva strategica per lo sviluppo. Focus Liguria", organizzato all'interno del Salone Nautico Internazionale di Genova. Un appuntamento dedicato al peso economico dell'economia del mare e alle prospettive di sviluppo di un comparto che, in Liguria, coinvolge oltre 17 mila imprese e il 15,4% degli occupati regionali, anche in questo caso con la regione al primo posto in Italia.
Il quadro comprende una filiera molto più ampia della sola nautica. Dai porti liguri vengono movimentate 76 milioni di tonnellate di merci, pari al 15,8% del totale nazionale. Il porto di Genova è secondo in Italia per merci movimentate, con 47,5 milioni di tonnellate, e secondo anche per TEU, con 2,4 milioni. La Spezia movimenta invece 1,2 milioni di TEU, terza nella classifica nazionale.
La Liguria è inoltre terza in Italia per numero di porti turistici, con 58 strutture, e prima per numero di posti barca, 16.700.
Anche i dati provinciali mostrano il peso del comparto. La Spezia è al terzo posto tra le province italiane per incidenza del valore aggiunto generato dalle imprese blu, con il 17,4%, mentre Genova è sesta con il 14,7%. Il capoluogo conta quasi 8 mila imprese blu, quinto posto nazionale. Sul fronte dell'occupazione, Genova è terza in Italia con 65.800 addetti, La Spezia quinta con 15 mila, Savona settima con 14.800 e Imperia ottava con 9.100.
A illustrare i dati è Eliana Chessa, responsabile dell'Ufficio Studi, Ricerche e Innovazione di BPER, che ha sottolineato come il peso della Blue Economy in Liguria sia legato soprattutto alla capacità di mettere insieme filiere diverse.
"La Blue Economy è una componente strategica dell'economia nazionale e in alcune regioni, come la Liguria, rappresenta la struttura portante di un ecosistema produttivo e industriale e una forza per portare innovazione", ha spiegato.
Secondo Chessa, proprio l'interconnessione tra le diverse attività è uno degli elementi che rendono particolarmente significativo il dato ligure. Non si tratta quindi soltanto di nautica o di turismo, ma di un sistema che comprende anche ciò che avviene a monte e a valle delle attività direttamente legate al mare.
"La cosa che a noi piace di più è raccontare l'ecosistema. Credo che lavorare su quello che non è facilmente visibile del mare, ma quello che viene dopo il mare, con il sistema dei trasporti che poi deve portare in giro le merci che arrivano via mare, sia davvero il potenziale", ha aggiunto Chessa.
A livello italiano, lo studio considera 76 miliardi di euro di valore aggiunto prodotto direttamente dalla Blue Economy, una quota che cresce ulteriormente se si considerano le attività indirettamente collegate alla filiera. "La Blue Economy non è soltanto quello che è visibile, ma è anche quello che si porta dietro l'economia del mare", ha sottolineato Chessa, richiamando il concetto di filiera già evidente in altri comparti, come il turismo.
Per la responsabile dell'Ufficio Studi BPER, la crescita passa quindi dalla capacità di contaminare settori differenti: "Per far crescere ancora l'economia del mare, credo che sia importante lavorare insieme agli altri settori. Poi si fa innovazione, si fa trasformazione che è anche sostenibilità".
Lo stesso tema è stato ripreso da Filippo Monge, docente di Economia dell'Innovazione alla SAA - School of Management dell'Università di Torino, che ha posto l'accento sulla capacità delle imprese liguri di guardare ai nuovi mercati e alle tecnologie.
"Da questi dati emerge una propensione di queste 18 mila imprese a guardare avanti. Guardare avanti in termini di ricerca, guardare avanti in termini di sfide", ha spiegato Monge, riferendosi anche a quanto osservato direttamente negli spazi del Salone Nautico.
Tra le direttrici individuate ci sono "Green, Tech, nuova mobilità, sostenibilità, nuove frontiere del boating", elementi che secondo il docente diventano centrali per difendere la competitività del sistema italiano.
Ma anche per Monge il perimetro della Blue Economy è destinato ad allargarsi. "Quando parliamo di Blue Economy dobbiamo sempre di più immaginare un perimetro semantico che si allarga, che va oltre la nautica", ha detto, citando come esempio l'applicazione delle nuove tecnologie alla valorizzazione del patrimonio culturale sommerso.
Tra i progetti richiamati c'è l'utilizzo di droni, intelligenza artificiale e nuove tecnologie per realizzare strumenti di analisi utili anche alle piccole amministrazioni e ai Comuni delle isole minori, con l'obiettivo di raccogliere informazioni preventive prima di decidere eventuali attività di scavo e ricerca archeologica. Una dimostrazione, secondo Monge, di come la tecnologia possa entrare in ambiti apparentemente lontani dalla nautica tradizionale.
Sul rapporto tra Blue Economy e sistema finanziario si è concentrato Nicola Porcari, responsabile Structured Finance - Corporate & Investment Banking di BPER. La banca, ha spiegato, ha sviluppato da diversi anni un hub dedicato all'economia del mare, con attività rivolte alle aziende del comparto e strumenti finanziari destinati a sostenerne la crescita.
"Seguiamo la Blue Economy in maniera strutturata. Da diversi anni abbiamo sviluppato un hub sull'economia del mare che segue le aziende attive nel settore e aiuta a crescere", ha detto Porcari, ricordando le operazioni di Leverage Finance, Project Finance ed Export Finance, oltre alla finanza straordinaria.
Una presenza particolarmente significativa a Genova, dove BPER dispone di un team dedicato soprattutto allo shipping, alla nautica, allo sviluppo dei porti e alla logistica portuale.
"Genova rappresenta un hub importante della Blue Economy", ha spiegato Porcari. L'attività della banca comprende anche il supporto alla gestione del circolante e delle catene di fornitura, oltre ai percorsi legati alla transizione ESG, anche attraverso piattaforme sviluppate insieme a Rina.
Il comparto ha per BPER un peso rilevante: "Abbiamo un portafoglio nell'ordine di 300 milioni di impieghi dedicati con aziende del settore dello shipping e della nautica", ha detto Porcari, spiegando che la banca segue anche grandi aziende con fatturato superiore ai 500 milioni di euro attive nel settore.
Una parte importante degli interventi riguarda il finanziamento delle navi, dall'acquisto di unità per il trasporto merci e passeggeri fino alle navi specializzate, insieme alle operazioni corporate rivolte alle aziende del comparto.
Il quadro internazionale, però, sta modificando anche le esigenze delle imprese. Porcari ha richiamato le tensioni geopolitiche e il rallentamento dei traffici, citando in particolare gli effetti legati a quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz.
Accanto alle difficoltà, secondo il responsabile di BPER, stanno però emergendo anche alcune conseguenze sul fronte degli investimenti: "Notiamo anche dinamiche positive, perché c'è un maggiore investimento in grandi tonnellaggi sulle barche, ci sono nuovi investimenti in digitalizzazione, si cercano nuove catene di approvvigionamento".
Le imprese sono quindi chiamate a modificare le proprie strategie e a costruire filiere più resilienti. "Le tensioni geopolitiche creano un cambiamento nell'orientamento delle imprese e la necessità delle banche di cercare e individuare finanziamenti volti a investimenti più resilienti, quindi con durate di tempo più lunghe, che superino le crisi che attualmente stiamo vivendo", ha concluso Porcari.