Attualità - 28 marzo 2018, 10:32

Consulti il Web quando stai male? E' di un genovese lo studio sulle abitudini digitali dei "sofferenti"

E' di un genovese la prima tesi di Laurea in Italia sull'Effetto della comunicazione in rete sul comportamento dei pazienti

Consulti il Web quando stai male? E' di un genovese lo studio sulle abitudini digitali dei "sofferenti"

La logica è quella di Tripadvisor: consulto il sito web, confronto le recensioni e decido. Ma non cosa mangiare, perché non è di ristoranti che si parla, bensì di salute. Infatti negli ultimi anni in Italia circa il 20% delle ricerche effettuate complessivamente in Internet riguarda l’ambito sanitario e questa non è che una delle conseguenze della rivoluzione digitale, insieme al cosiddetto patient web empowerment: l’utente, navigando attraverso le infinite possibilità offerte dalla rete, acquisisce – o crede di acquisire - maggior controllo di sé e, in questo caso, della propria condizione di salute. Ma con quali competenze lo fa?

A chiederselo è stato il genovese Daniele Bucello, che, laureato in Marketing Management alla Bocconi, ha scritto una tesi che non ha precedenti in Italia: L’effetto della comunicazione in rete sul comportamento dei pazienti (l’ultima ricerca di questo tipo è stata effettuata nel 2010 da Luca Buccoliero, suo docente universitario).

“Partendo dal fatto che io stesso in passato sono stato ipocondriaco e, consultando Internet, spesso mi sono creato allarmismi inutili, ma ho anche ricevuto utili consigli da medici e pazienti, ho deciso per questo argomento”, che ha comportato un sondaggio a campione, intervistando 189 uomini e 322 donne, d’età compresa tra i 18 e gli oltre 66 anni, tra cui una cinquantina di liguri di tutte le età e professioni.

E quello che è emerso dalle risposte agli 80 quesiti non è confortante. Anche perché di fondo sembra esserci la logica, detta del consumer, tutta contemporanea di ottimizzazione di tempo e risorse, del consumatore, appunto, digitale che fa da sé, diagnosi e cura comprese, senza rivolgersi al medico. “I dati indicano che ha maggior propensione ad autocurarsi chi ha un reddito basso o sostiene costi elevati per cure e diagnosi –spiega Daniele- Un’altra variabile importante è data dal grado di salute: chi è malato o lo è stato, tende a consultare Internet, soprattutto chi è affetto da gravi patologie, dolorose, e psichiche”.

E poi c’è il fattore età, variabile da non trascurare, considerando la familiarità che i nativi digitali hanno con il web: “Chi ha più di 54 anni guarda meno Internet, ma se è vero che i giovani hanno più dimestichezza, è altrettanto vero che sono più sani e quindi hanno meno bisogno di informarsi sulla salute”. E infine c’è una lieve prevalenza femminile.

Dalla ricerca emerge, inoltre, che questo paziente “tipo” è particolarmente soddisfatto e non ha bisogno di ulteriori conferme, né da parte di medici né d’altri, qualora abbia consultato Internet per avere informazioni generiche sulla salute e su terapie e farmaci. E quando si tratta di interpretazione di sintomi sconosciuti e informazioni su ospedali e medici, “il grado di autonomia, competenza e controllo percepiti circa la propria salute risulta assai elevato –sottolinea Daniele-. Probabilmente prevale questa logica del sono soddisfatto da solo, perché quando si hanno sintomi che non si conoscono e l’ansia di avere informazioni immediate, magari perché non si ha tempo di aspettare il medico, si vogliono subito delle rassicurazioni”.

E secondo la logica della community si confrontano anche i portali online che fanno classifiche sui centri di cura, come una sorta di Airbnb della sanità. “Con la giungla di siti sanitari o medici che propongono cure non basate su metodi scientifici, l’utente intervistato dice di sentire il bisogno di una certificazione ufficiale garantita da soggetti idonei, come il Ministero dalla salute. Negli altri Paesi c’è una cultura della certificazione sanitaria dei siti web e tanti studiosi hanno trattato questa materia, mentre qui in Italia solo io e il mio correlatore, il che dimostra che siamo ancora indietro”.

Infine, quello che emerge è anche il bisogno di un pre-pronto soccorso digitale, che permetta l’interazione in tempo reale con i medici, per capire, in base ai sintomi, se sia effettivamente necessario andare al pronto soccorso. “In questo modo il vantaggio sarebbe duplice –conclude Daniele - per il paziente, che si salva andandoci o che risparmia tempo e soldi del ticket se non va, e per gli ospedali, che ottimizzerebbero i tempi”.

Medea Garrone

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