Innovazione - 10 aprile 2019, 18:00

Il genovese Nicolò Boccardo, per Forbes "leader del futuro" under 30: "Merito del lavoro di squadra"

Dal Cern a essere team leader all'Istituto Italiano di Tecnologia. Si tratta del genovese Nicolò Boccardo, under 30 che la rivista Forbes annovera tra i 100 "number one" italiani del futuro. Lo abbiamo intervistato

È considerato da Forbes tra i “number one” d'Italia - nel suo caso nella categoria “Science” - cioè tra i 100 under 30 che saranno i “leader del futuro”. si è laureato all’Università di Genova con una tesi svolta presso il CERN di Ginevra, che era sempre stato il suo sogno – grazie anche ai romanzi di Dan Brown – dove si occupava di materia oscura, eppure è voluto tornare a Genova. E qui, all’Istituto Italiano di Tecnologia è diventato il team leader del progetto Hannes dal novembre 2018 Hannes, la mano bionica, all’interno del Rehab Technologies. E intanto, mentre lavora con passione allo scopo di aiutare gli altri, gioca a calcio in Eccellenza. È Nicolò Boccardo, ingegnere robotico di Certosa, che, ci tiene a dirlo: "è un gioco di squadra anche nel lavoro".

Intanto come ti senti a essere tra i 100 number one di Forbes?

È un piacere e un onore essere considerati in una classifica così importante e vedere, quindi, che il lavoro svolto è apprezzato, perché ha riscontri positivi nell'aiuto alla società. Tengo, però, a precisare che non sono l’unico a lavorare nel settore e che il progetto, Hannes, è costituito da un insieme di ragazzi, come me, che hanno fatto un ottimo lavoro e che ringrazio. Si tratta di un lavoro di squadra che coinvolge tutti dal punto di vista non solo tecnico, ma anche personale, per poter ottenere i risultati suoi pazienti. Quindi se sono arrivato a ottenere questo è anche per merito loro ed è un onore per me lavorare con loro.

È una bella responsabilità essere tra i “leader del futuro” o no?

È una responsabilità che sono cosciente di avere, ma essendo il risultato del lavoro che faccio con piacere, forse la sostengo con maggior facilità. Rappresenta anche il fatto che sono riuscito a trovare lo sbocco lavorativo giusto, cosa non facile, perché non sempre si trova soddisfazione personale e lavorativa in quello che si fa. Infatti molti miei ex compagni universitari non hanno avuto la mia stessa fortuna, cioè quella di essere in un contesto come quello di IIT, così piacevole. La responsabilità la sento sulle spalle, ma è frutto della passione: molti risultati si ottengono con i sacrifici e facendo ciò che si desidera. La soddisfazione più grande è andare a lavorare col sorriso, il che non è banale, perché c’è un bel clima e questo conta molto.

Qual è stato il tuo percorso?

Il percorso è stato, forse fin dall’inizio, più lineare rispetto a quello di altri, soprattutto perché un neodiplomato non ha sempre le idee chiare. Invece, per motivi trasversali, anche legati a mio padre, volevo provare ad aiutare le persone, e questo, dal punto di vista personale, mi ha dato un motivo in più per decidere cosa fare. Quindi, dopo essermi diplomato come perito elettronico, come sfida personale mi sono iscritto a ingegneria - con lo stupore di mia mamma! - ma ho deciso di provarci. Tra l’altro conciliando sempre anche la passione per il calcio. E da qui ho avuto la fortuna di trovare lavoro in IIT dopo un breve periodo al Cern, dove ero stato per la tesi di Laurea e dove sono rimasto ancora per circa un anno, e con la prospettiva di potermi fermare. In effetti non pensavo di tornare in Italia, ma ho fatto alcuni colloqui, sia a Pisa, dove sarei potuto andare a studiare le onde gravitazionali a Cascina, dove si trova il detector Virgo, sia all’IIT, dove ho scelto di venire. All’inizio ero quasi scettico, perché il Cern era sempre stato il mio sogno, anche grazie alla passione che ho per Dan Brown, che è il mio mito e che ne parla spesso. IIT, quindi, è stata una scoperta. Sono molto felice di esser qui anche perché è una realtà italiana e che, tra tante cose che non vanno e situazioni difficili, come può essere qui a causa del ponte, funziona bene, è un posto d’eccellenza mondiale e si trova in luogo come Genova. Stare qui, lo dico da genovese, è proprio un piacere. Tra l’altro sono nato a pochi chilometri di distanza, a Certosa.

A proposito di questo: sei della zona rossa? Come hai vissuto il crollo di Ponte Morandi?

Abito di fronte al Castello Folzter, non nella zona rossa. Ma la sera prima avevo incrociato un amico ed ex collega di IIT e ci siamo fermati a parlare proprio sotto il ponte. Il giorno dopo siamo rimasti scoccati, ci siamo subito sentiti, ripensando a dove eravamo poche ore prima. Da genovese e da ragazzo di Certosa, il primo pensiero è andato alle persone care e poi alle vittime. Alcuni amici avevano appena comprato casa lì sotto, quindi nella zona rossa. In ogni caso si cerca di pensare in modo positivo.

Al Cern di cosa ti occupavi?

Essendo ingegnere mi occupavo dello studio e del fascio di collimazione, quindi su LHC (Large Hadron Collider, un acceleratore di particelle n.d.r.), lavorando sui dispositivi che sono i collimatori che tengono compatto il fascio di particelle. È stata un’esperienza stupenda, ne ho un ricordo bellissimo e per alcuni aspetti mi manca, ma apprezzo molto di più IIT, per dinamiche diverse. Qui mi sento anche molto più integrato, anche se là potevo trovarmi a pranzo con Fabiola Gianotti e Premi Nobel, e fare il torneo di calcio mentre faceva da spettatore il mitico John Ellis, inventore del diagramma del pinguino. L’esperienza al Cern mi ha permesso di crescere sotto ogni punto di vista, ma sono tornato e sono contento della scelta. E poi fa anche piacere avere la famiglia vicino: ho anche avuto modo di godermi la nonna prima che morisse.

Come sei diventati team leader di Hannes?

Hannes è un progetto nato proprio quando sono entrato in IIT: esattamente nel 2014 al mio primo giorno di lavoro ad aprile, era nato il Rehab Technologies e servivano nuovi ingegneri. Io ero appena laureato in Ingegneria robotica e bisognava sviluppare tre dispositivi: la mano, l’esoscheletro e Hunova, il robot per la riabilitazione. 

Io sono stato assegnato al team di lavoro che avrebbe lavorato alla progettazione e realizzazione della protesi robotica Hannes e dopo 5 anni di lavoro sono diventato leader di quello stesso team. Ora abbiamo nuove leve nel gruppo ed è interessante vedere come il ciclo si ripeta.

Quali progetti hai per il futuro?

Per ora restare all’interno di IIT con l’obiettivo di continuare a cercare dispositivi che siano al servizi dell’uomo; in questo caso ortesi a supporto di parti del corpo che non funzionano bene, sia per gli arti superiori che inferiori, e protesi per la gamba e la mano, ma anche per piede, caviglia e ginocchio. Per quanto riguarda Hannes lo scopo è immetterlo sul mercato a fine anno, e poi occuparsi delle protesi per amputati dal gomito e dal polso. Prima si creano dei pre-prodotti, ma che abbiano credibilità scientifica, per poi lanciarli sul mercato.

Infine sei anche un calciatore: pensavi di farlo di professione?

Il calcio è una passione trasmessa da mio papà, tifosissimo. Nel mio piccolo ho cercato di conciliare le cose. Gioco in “Eccellenza” da 14 anni, una categoria che ti permette ancora di conciliare lavoro, o studio, con questo impegno. Si tratta di un sacrificio che solo se si ha grande passione si fa. Una categoria di un certo livello, come questa, ti impegna e si cerca sempre di fare al meglio.

Medea Garrone