Sport - 15 giugno 2024, 08:00

Lo Sport che amiamo - Andrea Paroni, da diciassette anni con la stessa maglia: "Conta solo il gruppo, anche quando non giochi"

Il portiere della Virtus Entella è il calciatore professionista più 'fedele' tra tutti: "Sono arrivato da ragazzino e sono rimasto sempre a Chiavari. I momenti più belli? Le promozioni in Serie B"

Lo Sport che amiamo - Andrea Paroni, da diciassette anni con la stessa maglia: "Conta solo il gruppo, anche quando non giochi"

Prosegue questo sabato, e andrà avanti per tutti i sabati successivi, ‘Lo Sport che amiamo’, una nuova rubrica dedicata a personaggi e storie di sport della nostra città e della nostra regione. Ci piace raccontare quel che c’è oltre il risultato sportivo: il sudore, la fatica, il sacrificio, il duro allenamento, l’impegno, le rinunce, lo spirito del gruppo. Tanti valori che vogliamo portare avanti e mettere in luce con quello che sappiamo fare meglio: comunicandoli. Comunicarli significa amplificarli, ed ecco perché lo sport può diventare, sempre di più, ‘Lo Sport che amiamo’. Ci accompagna in questo percorso un giovane di belle speranze: Federico Traverso, laureando in Scienze della Comunicazione. L'ospite di oggi è Andrea Paroni, portiere della Virtus Entella, il calciatore professionista che da più tempo, ben diciassette anni, veste la stessa maglia.

Andrea Paroni, da luglio le stagioni consecutive per te all’Entella saranno diciassette, un record per un calciatore italiano in attività. Come ti fa sentire questo riconoscimento?
“È una cosa bella. Ho vissuto un po’ di anni di calcio, anche da tifoso ho visto delle leggende come Del Piero, Totti, Zanetti che sono stati tanto tempo nelle loro squadre del cuore: trovarmi ora ad essere, nel mio piccolo, un calciatore che come loro passa la sua carriera in un’unica società mi rende orgoglioso. È stato un percorso lungo, bello, non sempre facile ma questo fa parte del gioco. La fiducia, la stima che la società mi ha riconosciuto in questi anni è reciproca, rimanendo qui tutti questi anni ho cercato di dare un segnale positivo.” 

Un primato che hai conquistato in un calcio ormai privo di bandiere come te, e che quindi assume un significato ancora più speciale…
“Sai, fare il calciatore è il nostro lavoro e come in tutti i lavori ci sono molte cose da valutare. La carriera di un giocatore è raggruppata in una quindicina o ventina d’anni e bisogna anche cercare di trarre il meglio da questo periodo. Ognuno si dà degli obiettivi, e a volte tanti calciatori non riescono a soffermarsi nella stessa società perché magari gli obiettivi non sono gli stessi. Il fatto che ci siano spostamenti continui di giocatori fa parte del gioco. Indubbiamente, trovare altre figure che stiano così tanto tempo in un’unica società è difficile. Io sono arrivato qui giovanissimo, in un momento in cui l’Entella aveva l’ambizione di entrare nel mondo del professionismo e io altrettanto, quindi le cose sono andate di pari passo. Ho avuto questa fortuna all’inizio e si è mantenuta nel corso degli anni.”

Si è mantenuta anche nelle ultime stagioni dove il posto da titolare non sempre ti è stato garantito, ma tu hai comunque messo davanti a tutto e a tutti il tuo amore per Chiavari e per l’Entella.
“Sì, è vero, personalmente accettare quelle situazioni in cui non parti da protagonista non è stato facile, ovviamente tutti vogliamo giocare e dimostrare. Questo vale soprattutto per i portieri: mi sono ritrovato alcuni anni in Serie B a fare il terzo così come in queste ultime due annate in cui ballavo tra il secondo e il terzo, e sicuramente non è stato facile. Io mi sono sempre dato delle sfide, degli obiettivi, e ho sempre pensato che il mio lavoro sul campo potesse essere ripagato, che delle opportunità sarebbero arrivate. Delle volte è successo, negli ultimi anni magari un po’ meno ma fa parte del gioco. Sul piatto della bilancia ho messo tante cose, e a volte dove non si arriva singolarmente, da protagonista, si può dare un contributo anche “dietro le quinte” dato che il calcio è un gioco di squadra. La domenica c’è la gara, il momento in cui tutti vorrebbero giocare, ma dietro alla partita ci sono settimane di lavoro e sono convinto che siano importanti anche quelle. Nonostante tutto, quella parte lì non è mai mancata.”

Se dovessi descrivere cosa significhi per te giocare per l’Entella, cosa diresti?
“Questa è una bella domanda. Per me vuol dire tanto, come ho detto prima sono arrivato all’Entella che ero un ragazzino, il club tornava in Serie D dopo molti anni con un presidente ambizioso di arrivare nel professionismo e di affermarvisi. Così è stato, questa lotta di una piccola realtà rappresenta la voglia di emergere, un po’ un Davide contro Golia, è un comune di 27.000 abitanti che per sei anni è riuscito a giocare la Serie B. C’è la voglia di sovvertire le regole non scritte, di dire che anche i più piccoli possono farcela. Tutto questo per me significa affrontare delle sfide, ovvero che nel calcio con il lavoro e la dedizione tutto si può raggiungere. Sono convinto che nello sport l’impegno, la passione, l’amore per quello che si fa siano determinanti nella riuscita. Anche se poi la domenica non si può mettere in pratica il lavoro di una settimana, tutto questo deve sempre esserci.”

Come descriveresti il tuo rapporto con la città e con l’Entella?
“Quando sono arrivato era un periodo di cambiamenti per la società, il presidente era appena arrivato così come il direttore Superbi. Era una società che stava nascendo e crescendo: basta guardare le immagini dello stadio di quegli anni rispetto ad oggi. Gli inizi sono stati un po’ più facili, sono riusciti a prendermi dalla primavera dell’Udinese per giocare la Serie D. Quando sei giovane hai la possibilità di esprimerti meglio e puoi essere un valore aggiunto per la società, magari anche in fase di mercato. Io dovevo metterci del mio e cercare di dimostrare ogni volta il mio valore. È stato bello il passaggio dalla Serie D alla Serie B, in cui ogni anno ci si domandava se avessimo potuto superare il prossimo gradino. Alla fine di ogni anno la risposta era: “sì”. Due anni di Serie D, due anni di C2, due anni di C1 e poi la Serie B che rimane un punto importante per la società. I rapporti si consolidano nel corso degli anni, e stando tanto tempo qui posso dire che c’è una fiducia reciproca, un amore incondizionato per questa maglia. Anche il gruppo di lavoro del presidente è rimasto intatto in tutti questi anni, da quando sono arrivato il gruppo dirigenziale è lo stesso e questo ha aiutato. Al presidente questa cosa piace. Negli anni ha provato a trattenere alcuni giocatori che hanno dato tanto all’Entella, ti parlo di Gennaro Volpe che è stato capitano e poi allenatore, di César che è stato team manager dopo aver smesso, di Catellani, rimasto in società dopo un problema al cuore, oppure di Daniele Rosso che ha dovuto smettere e ora è sempre in società. Il presidente è molto vicino a chi dà tanto all’Entella e glielo riconosce.”

Pensi di seguire un percorso simile?
Dopo tanti anni, stiamo iniziando a capire cosa può riservare il futuro. Sicuramente penso ci sia la possibilità di continuare insieme, io per il momento ci penso e non ci penso. Mi sto portando avanti con i vari corsi, nel mio caso da allenatore dei portieri. Ho vissuto quasi trent’anni tra i pali e la traversa quindi non mi vedo in un posto diverso da quello. Mi piacerebbe provare a insegnare ai bambini, ai ragazzi o ai grandi quella che è stata la mia vita. Penso ci possano essere le condizioni per farlo, ma per ora vorrei continuare a fare il calciatore ancora per un po’.”

Hai difeso i pali dell’Entella dalla Serie D alla Serie B, passando per l’Olimpico di Roma in Coppa Italia. Un momento che ricorderai per sempre?
Ci sono quelli che mi vengono spesso riconosciuti come il gol a Casale o le parate a Genova contro il Genoa che ci hanno permesso di andare a Roma. Io ti dico le vittorie dei due campionati, entrambe lo stesso giorno, il 4 maggio. La Serie B era un traguardo incredibile per una realtà come Chiavari, ancor di più riuscire a conquistarla due volte. La vittoria di un campionato nasconde un anno di lavoro di un gruppo, quindi per come sono fatto io preferisco ricordare quelle due vittorie rispetto ai riconoscimenti singoli come un gol di testa o un rigore parato. Mi piace l’idea di ricordare degli episodi di squadra. Ci sono stati dei momenti anche meno felici, come le giornate delle retrocessioni. L’ultima Serie B non è stata un’annata facile, oppure l’anno in cui siamo retrocessi ai playout ad Ascoli. In quella stagione ero riuscito nelle ultime giornate a riconquistarmi il posto da titolare, giocai una partita incredibile con la Salernitana e anche se fu una sconfitta me la ricorderò sempre perché dopo tanti mesi che non giocavo volevo a tutti i costi provare a salvare la mia squadra. Poi purtroppo siamo retrocessi ai playout. Ci sono momenti belli e altri meno, ma sono quelli di squadra che ricordo piacevolmente. Un anno importante è stato quello dei playoff in C1 che ci ha visti uscire tra gli applausi a Lecce: forse quello è stato l’anno in cui l’Entella si è fatta riconoscere nel professionismo, perché alla prima stagione in C1 siamo riusciti a raggiungere i playoff e abbiamo perso tra gli applausi del Via del Mare. Una fotografia bellissima.

A luglio si riparte: quali sono gli obiettivi per la prossima stagione? Si pensa anche alla Serie B?
“I piani della società sono quelli di ripartire con una stagione all’altezza dell’Entella. La scorsa è stata particolare, siamo stati molto al di sotto dei nostri standard perché arrivare all’ultima giornata per stare tranquilli della salvezza rispecchia un’annata difficile. L’obiettivo dell’Entella sarà quello di confermarsi al massimo. C’è da ricostruire, quindi magari l’obiettivo della Serie B non è nell’immediato. Ci saranno squadre più attrezzate per la vittoria, ma noi sappiamo che la carta può dire una cosa e il campionato un'altra. L’augurio è quello di rivedere un’Entella combattiva, tenace, che può vincere o perdere ma dando tutto, cercando di meritarsi un Comunale che possa riempirsi di nuovo.” 

Federico Traverso

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