Botteghe storiche e locali di tradizione - 07 luglio 2025, 08:00

Botteghe storiche e locali di tradizione - “Qui l’abito fa il monaco”: Athos e l’arte di vestirsi bene a Genova dal 1946

In piazza Dante c’è un negozio che non ha mai fatto saldi, che ancora crede nella qualità e nella sobrietà, e che ha creato capi anche per Vialli, Mancini e la Sampdoria: “Non vendiamo abiti: vendiamo gusto, storia, identità”

Continua con questo lunedì, e andrà avanti per tutti i lunedì successivi, un servizio seriale de ‘La Voce di Genova’ dedicato alle Botteghe Storiche e ai Locali di Tradizione della nostra città. Vogliamo raccontare, di volta in volta, quelle che sono le perle del nostro tessuto commerciale, e che ci fanno davvero sentire orgogliosi di appartenere a questa città. Buon viaggio insieme a noi!

In una città come Genova, dove la discrezione è un valore e la misura uno stile di vita, c’è un negozio che da quasi ottant’anni incarna un’idea precisa di eleganza. Si chiama Athos, si affaccia su piazza Dante al civico 16 rosso, e più che un esercizio commerciale è un mondo a parte. Un luogo che racconta una storia familiare, un’etica del lavoro, un’estetica senza tempo.

Fondato nel 1946 da Sami – in società con l’amico Gino, Athos nasce da un’intuizione e da un gesto di solidarietà. “Gino aveva un negozio di macchine da scrivere, ma non andava più bene – racconta oggi Samuel, terza generazione al timone – allora mio nonno gli propose di iniziare insieme qualcosa di nuovo, partendo da una rimanenza di tessuti che gli era rimasta da un altro negozio, l’Italtex, in via XX Settembre”.

Il nome? Un omaggio a un fratello emigrato in Sud America, che aveva chiamato le sue tre aziende Portos, Aramis e D’Artagnan. Mancava solo Athos. Fu una scelta evocativa, colta, internazionale, e al tempo stesso prudente: “Era un nome che funzionava, ma non esponeva. Mio nonno non voleva il proprio cognome sull’insegna. Preferiva qualcosa di più simbolico”.

Il primo negozio era poco più di un bugigattolo: dodici metri quadri, un soppalco, una botola che scendeva al magazzino. Ma lì dentro nacque qualcosa di duraturo. Nei primi anni si vendevano solo tessuti. Le prime confezioni arrivano nel 1954. E da lì inizia l’evoluzione: cambia il quartiere, cambiano i gusti, cambia anche la superficie. “Abbiamo fatto cambi di affitto, poi abbiamo comprato. Ma ogni passo è stato un salto nel vuoto, una scommessa fatta con fatica e coraggio”. 

Il vero salto di qualità avviene negli anni Settanta, quando entra in negozio Giorgio, figlio di Sami e padre di Samuel. “È lui ad aver portato Athos a un altro livello – spiega il figlio – ha trasformato un negozio commerciale in una boutique d’eccellenza”. “Sono un esteta, un creativo, amo l’eleganza - racconta Giorgio -. Ho anche inciso un disco negli anni Settanta. Avrei potuto fare tutt’altro, ma ha scelto di restare qui”.

Athos diventa così una meta per chi cerca il meglio: in negozio si parla di vestiti, ma anche di viaggi, di cultura, di stile di vita. La clientela cresce: arrivano armatori, professionisti, esponenti dello spettacolo e dello sport. Alcuni clienti storici venivano a farsi fare camicie su misura, altri ancora fanno riparare oggi gli stessi abiti acquistati vent’anni fa. Il piano inferiore diventa una sorta di archivio: si conservano abiti degli anni Cinquanta con le etichette originali, scaffali in legno dell’epoca, macchine da cucire, registratori di cassa, metri da sartoria. “È il nostro piccolo museo della memoria”. 

E sempre al piano terra si trovano anche numerosi ricordi fotografici della Sampdoria di Vialli a Mancini, per la quale Athos ha realizzato le divise per molto tempo. 

Ma con l’inizio degli anni Duemila qualcosa cambia. Cambia la città, cambia il commercio, cambia il mondo. “Il fast fashion ha distrutto la cultura dell’abito – dice Giorgio – la gente compra per necessità, non per piacere. Compra, usa, restituisce. Non c’è più il gusto di possedere, di mantenere, di costruirsi un guardaroba”. “Oggi in negozio ci siamo io, mio padre e Mattia, un ragazzo in apprendistato. Ma ci sono giorni in cui siamo davvero da soli. Eppure apriamo, chiudiamo, resistiamo. Mio padre ha 77 anni, viene ancora la mattina. È il suo modo per esserci”.

Athos non ha mai fatto saldi. “È una scelta etica – spiega Samuel – se una cliente viene a ottobre e paga mille euro un capo, non può ritrovarlo a seicento la settimana dopo. Sarebbe un tradimento. Noi rispettiamo chi ci dà fiducia.” Neppure quando la pressione commerciale è aumentata, quando l’affitto è salito, quando le vendite sono crollate, Athos ha ceduto. Il mondo attorno corre. La moda cambia. La città invecchia. “A Genova il cliente tipico del nostro negozio è quasi scomparso. Chi ama vestirsi bene spesso si è trasferito: prima Milano, poi Londra, ora Dubai. Chi resta, resiste come noi. Ma siamo una nicchia della nicchia.”

Eppure, qualcosa rimane. “Ci sono clienti che vengono solo da noi, che tengono alle loro giacche, che si mettono il gilet perché ne conoscono la funzione, che si commuovono davanti a una buona camicia. Finché esisterà questa cultura, anche in pochi, noi continueremo.”

Chiara Orsetti

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