‘La musica che ci gira intorno’ è il format de ‘La Voce di Genova’ dedicato alla scoperta e alla valorizzazione della scena musicale ligure, con un focus su artisti locali, eventi, nuovi talenti e le tradizioni sonore della nostra regione. Ogni settimana la musica sarà protagonista, in ogni sua forma e da ogni punto di vista. Qui troverai interviste agli artisti, le nuove uscite discografiche, gli appuntamenti per vedere concerti ed esibizioni live e spazio a chi, con la musica, ci lavora: dai produttori ai fonici, dai musicisti ai gestori di locali, teatri e spazi dove è possibile far sentire la propria voce.
Dal coro delle voci bianche a Doolia, il progetto solista che ha compiuto un anno lo scorso maggio, passando per l’esperienza in band, su tutte quella con i Kramers: Giulia Sarpero è una giovane cantautrice genovese che ha fatto della musica un percorso in continua evoluzione, capace di unire formazione classica, ricerca personale e voglia di buttar giù gli ostacoli uno dopo l’altro. “Da bambina cantavo sempre in casa, a tal punto che a un certo punto i miei genitori non ne potevano più. Allora hanno deciso di iscrivermi all’accademia di coro di Carlo Macelloni, che collaborava con il Carlo Felice, e sono entrata a far parte del coro di voci bianche del teatro: un’esperienza bellissima, anche se ero molto piccola. Ricordo i concerti di Natale a teatro: per me, a cinque o sei anni, era un posto come un altro. Giocavo persino con le scarpe sul palco, e ricordo che al mio primo concerto il direttore mi lanciò uno sguardo fulminante che ancora oggi non ho dimenticato” racconta con un sorriso.
Con il tempo, la consapevolezza: “Ho capito crescendo che la mia voce era più adatta al pop e ai generi contemporanei; la prima band è stata quella con mio fratello, facevamo prog metal, pasticciandolo un po’ considerando che aveva quattordici anni. Sono poi arrivata all’esperienza con i Kramers, un progetto importante, con musicisti più grandi di me che provenivano da realtà come i Meganoidi e gli Hermitage. Io ero la più piccola, ma ho avuto la possibilità di suonare in contesti importanti, come il Miami”.
“Sono cresciuta immersa nella musica, e le ispirazioni sono state tantissime - spiega ancora -. In generale, ho sempre guardato molto alle figure femminili: c’era un naturale rispecchiamento. Se penso a progetti vicini a quello che faccio oggi, mi viene in mente Imogen Heap, con il suo lavoro incredibile sulle voci, stratificate quasi come un coro. Poi i Subsonica, che ho scoperto a quattordici anni: mi hanno aperto il mondo dell’elettronica cantata in italiano, con una voce che mi piaceva molto e con quella rabbia che sento ancora dentro. La mia più grande ispirazione resta però Hayley Williams dei Paramore: una voce pazzesca. E ancora i Metric, con i loro sintetizzatori e chitarre, e Grimes, capace da sola con i synth e le sue voci di creare un universo unico”.

La scelta di dedicarsi al progetto solista è stata quasi obbligata: “Non è facile intraprendere un percorso di questo tipo, perché prima delle esibizioni bisogna capire qual è il momento giusto, capire qual è il messaggio che si vuole mandare, altrimenti si perde la magia del bisogno autentico di esprimersi. Negli ultimi anni ho imparato a concentrarmi sull’espressività più che sull’estetica - racconta ancora, in una chiacchierata che diventa, a un certo punto, qualcosa in più di un’intervista -. Dopo un concerto, sono sempre molto critica con me stessa: mi capita di pensare di aver fatto schifo, poi guardo i video e mi accorgo che non era così male. Ma il punto è arrivare a comunicare davvero quello che voglio”.
Il suo primo singolo, Guernica, è stato un po’ il modo di aprire le porte sul proprio mondo: creando atmosfere intime, aiutandosi con metafore, Doolia racconta la realtà: “Il mio progetto non è solo musicale, è anche un modo per rappresentare la realtà delle persone con disabilità” spiega. Giulia, infatti, è nata senza un tratto di avambraccio (agenesia all'avambraccio), e il suo progetto è one handed played, eseguito con una sola mano, letteralmente. “Non voglio che venga visto come ‘di nicchia’, ma come musica a tutti gli effetti. Nei miei live, ad esempio, porto con me una Barbie con la protesi: un simbolo di rappresentazione, perché da bambina io non avevo modelli del genere. Sono stata fortunata ad avere una famiglia che mi ha supportata, ma non per tutti è così. Per questo mi sento in dovere di affrontare certi temi, anche se non è sempre facile”.
In questo senso il lavoro con la sua etichetta, Dischi Bastardi, è stato fondamentale: “Credono nel progetto a livello artistico, come si faceva una volta, e mi seguono in tutte le fasi, dalla produzione all’allestimento live. Abbiamo studiato anche soluzioni tecniche per rendere il mio set completamente gestibile da sola: un live sostenibile, che unisce voce e strumenti elettronici”.

“Non nascondo che per me sia faticoso parlare pubblicamente di questi temi - continua a raccontare - a volte vorrei occuparmi solo di musica. Però so che è importante: ricevo tanti messaggi da persone nella mia stessa condizione o da amputati che mi chiedono consigli su come suonare o su come realizzare una protesi adatta. Alcuni mi dicono che, vedendomi, hanno trovato la voglia di provarci anche loro: questa è la soddisfazione più grande. Il mio primo singolo, Guernica, racconta proprio come vivo la mia diversità; Dopodomani invece parla della scelta di lasciare la carriera da ingegnera per dedicarmi alla musica. Ho sempre cercato di usare testi metaforici, ma piano piano sto imparando a raccontarmi in modo più diretto”.
L’estate 2025 ha visto Doolia impegnata in diversi live in giro per l’Italia: “Ho suonato in contesti molto diversi, da Festival per la disabilità al Meeting del Mare davanti a migliaia di persone, fino a club più piccoli. Sono esperienze che mi stanno formando e che mi fanno crescere”. E non è ancora finita: proprio questa sera, sabato 23 agosto, si esibirà live al Bali Beach di Savona alle 21,30, mentre il 13 settembre l’appuntamento è al Banzai Beach Club insieme agli Elettrika.
“Vorrei che in futuro il progetto diventasse sempre più grande, magari portandolo nei Pride e nei Disability Pride, perché penso che la rappresentazione sia fondamentale. Non perché voglio essere ‘ghettizzata’, ma perché credo sia necessario mostrare che certe realtà esistono e hanno pieno diritto di esserci. So che non è facile, che ci vuole lavoro, impegno e anche tanta energia. Per anni, sul palco, ho usato maglie a manica lunga, e soltanto negli ultimi tempi ho deciso di non farlo più. Se oggi mi guardo indietro, penso che la cosa più importante sia proprio questa: portare sul palco me stessa, senza nascondermi”.






