Botteghe storiche e locali di tradizione - 13 ottobre 2025, 08:00

Botteghe storiche e locali di tradizione - Calzature Angelillo, la bottega che da oltre un secolo ‘fa le scarpe’ al tempo

Dal 1921 tre generazioni dietro il bancone: Giuseppe porta avanti l’eredità di nonno e padre. “Una volta c’era un bel giro, ora mancano i genovesi. Ma ancora resistiamo”

Continua con questo lunedì, e andrà avanti per tutti i lunedì successivi, un servizio seriale de ‘La Voce di Genova’ dedicato alle Botteghe Storiche e ai Locali di Tradizione della nostra città. Vogliamo raccontare, di volta in volta, quelle che sono le perle del nostro tessuto commerciale, e che ci fanno davvero sentire orgogliosi di appartenere a questa città. Buon viaggio insieme a noi!

Le foto in bianco e nero, scorci sul Secolo Breve, sono appese alle pareti rifasciate di legno, su cui si staglia qualche nota di verde, data dalle poltrone.

Qui Giuseppe Angelillo, titolare dell’omonimo negozio di scarpe, continua ad accogliere clienti portando avanti una traduzione di famiglia che abbraccia tre generazioni.

Tra foto e cartamodelli di tomaie, con quel modo di fare unico che solo i genovesi sanno avere, Giuseppe racconta la storia della sua famiglia con malcelata emozione: “Sto dietro al banco da quando avevo diciotto anni, ora ne ho sessantadue. Prima lavoravo con mio papà Piero, oggi sono rimasto da solo a mandare avanti l’attività”. 

L’attività della famiglia Angelillo è nata nel 1921 e da più di un secolo veste i piedi dei genovesi. I locali attuali, al 65 rosso di via Luccoli, sono la casa della bottega dagli anni Sessanta.

Tutto era iniziato qualche metro più in giù, al civico 30, proprio dove il nonno è ritratto: “La sua - continua Angelillo - era una piccola bottega, un bancone e tanti scaffali per eseguire i lavori su misura. Era lui l’artigiano e con lui erano impiegati due lavoranti”.
Nei registri dell’attività, ancora conservati con cura, si leggono ordini, appunti e contabilità, tracce di un lavoro che oggi conserva solo l’eco di quello che fu.
Mio padre ha iniziato a dare una mano soprattutto con i suoi disegni” ricorda Giuseppe. “Era molto bravo, disegnava i modelli che poi mio nonno e i lavoranti costruivano per la clientela”.

Nel 1949 arrivò la prima licenza commerciale, e poco dopo il trasferimento nei locali attuali: “All’inizio eravamo nell’atrio del civico 30, poi nel 1966 si è liberato questo negozio, dove prima vendevano penne stilografiche. Ci siamo spostati qui e da allora non ci siamo più mossi”.

Negli anni Novanta l’arredo ha subito l’ultimo restyling: “Prima c’erano meno vetrine e scaffali con pannelli di velluto. Li ho conservati, perché fanno parte della nostra storia. Abbiamo scelto di mantenere il legno, che ancora oggi colpisce i turisti: non è un ambiente freddo al contrario si tratta di un luogo accogliente”.

Angelillo ha visto cambiare il mestiere e la città.
Servivo gli orchestrali del Carlo Felice, quando ancora usavano scarpe eleganti, ma anche tanti impiegati di banca. Poi il mondo è cambiato. Prima della pandemia avevo trovato un artigiano nelle Marche che faceva scarpe da sposa, anche su misura e nei colori. Poi con il Covid ha smesso. Era una collaborazione bella, piaceva a tante clienti e faceva contente mamme e figlie”.

Le vetrine di via Luccoli, un tempo attraversate da una folla continua, oggi raccontano una realtà diversa. “C’è meno passaggio rispetto a una volta. Ho foto in bianco e nero dell’archivio di mio padre in cui si vede tantissima gente. C’era un bel giro che ora si sta perdendo. Non è facile mantenere negozi che hanno una storia. Oggi si lavora con i clienti affezionati, che magari vengono accompagnati dai figli. Così anche loro scoprono la bottega. Ma mancano i genovesi. Ci sono turisti, sì, ma il cuore della città si è svuotato”.

Guardando oltre la vetrina, Angelillo parla del futuro con la concretezza di chi ha vissuto ogni cambiamento: “Il centro storico deve essere rivitalizzato, la gente deve riappropriarsi delle strade. Per questo serve anche rivitalizzare il trasporto pubblico perché i parcheggi nella zona e in città in generale, scarseggiano. Con la chiusura di via XXV Aprile e i lavori in piazza abbiamo notato un calo di passaggio che incide sul lavoro. Manca un po’ di dialogo tra le parti commerciali e quelle politiche. Capisco che i progetti urbanistici vadano avanti, ma bisogna ricordare che il commercio in zone come questa è vitale. Se si abbassa il livello, la zona si impoverisce. È una domanda da farsi: cosa vogliamo fare del centro storico?”.

E se gli si chiede cosa servirebbe davvero, la risposta arriva secca: “Vorrei solo meno burocrazia. Si parla tanto di semplificazione, ma non c’è mai. Ogni cosa diventa un costo per le piccole aziende. Bisognerebbe sciogliere i nodi che bloccano le botteghe storiche. Invece sembra quasi che vogliano farle sparire”.

Nonostante tutto, il negozio Angelillo resiste. Un secolo di scarpe, di clienti che tornano per affetto e fiducia. Un secolo per “ fare le scarpe al tempo”, con la stessa pazienza e lo stesso amore di chi ha scelto di restare, quando tutto intorno cambia.

Isabella Rizzitano

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