Attualità - 19 ottobre 2025, 09:30

Gen Z - Il mondo dei giovani - Occupazioni scolastiche: protesta o pretesto?

Da gesto politico a moda generazionale: gli studenti tornano a protestare, ma tra social, imitazioni e mancanza di contenuti si affievolisce il significato di una ribellione che un tempo sapeva perché lottava

Gen Z - Il mondo dei giovani - Occupazioni scolastiche: protesta o pretesto?

Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.

Negli ultimi giorni, in molte scuole italiane, tra cui anche a Genova, si torna a parlare di occupazioni. Un fenomeno che ciclicamente riappare, quasi come un rito, e che ogni volta riapre la stessa domanda: perché si occupa davvero?

Un tempo, le occupazioni nascevano da un’urgenza collettiva. C’erano temi, rivendicazioni, ideali. Oggi, invece, sembrano spesso gesti ripetuti più per abitudine che per convinzione. C’è chi lo fa per sentirsi parte di qualcosa, chi per imitazione, chi semplicemente per non andare a scuola. E se è vero che ogni generazione ha il diritto di protestare, è altrettanto vero che senza una reale consapevolezza, il rischio è quello di svuotare di senso un gesto che, in passato, aveva un peso politico e simbolico enorme.

Molti studenti che oggi partecipano alle occupazioni sono minorenni. È un dato di fatto. E in molti casi, non hanno piena coscienza di ciò che significa occupare: non è un gioco, né una festa. È un atto che comporta responsabilità, rispetto per la scuola, per le persone che la vivono e per ciò che rappresenta. Eppure, in diverse città, gli edifici vengono trasformati in luoghi di ritrovo, con musica, bevande e notti passate tra corridoi e aule. La protesta, così, perde la sua voce e lascia spazio solo al rumore.

È un tema che divide: da un lato chi difende la libertà di espressione e la necessità di ribellarsi, dall’altro chi denuncia la deriva goliardica e la mancanza di contenuti reali. E la verità, forse, sta nel mezzo. Perché è innegabile che tra i ragazzi ci sia una forte voglia di esserci, di partecipare, di sentire che la propria voce conta. Ma è anche vero che questa voglia spesso si disperde nel caos, nelle mode del momento, nella necessità di “fare come gli altri”.

La generazione Z è cresciuta in un mondo dove ogni gesto viene fotografato, condiviso, raccontato. Anche le proteste, oggi, passano dai social. E così l’occupazione rischia di diventare uno sfondo, una scenografia per un contenuto da postare. Si occupa per documentare, per apparire, per esserci. Ma esserci non sempre significa capire.

Forse il punto non è condannare chi occupa, ma chiedersi dove stia andando questa forma di protesta. Perché se il messaggio si perde tra una storia su Instagram e una notte passata a bere tra i banchi, allora c’è un problema più grande: non solo nella scuola, ma nella consapevolezza collettiva.

Eppure, nonostante tutto, resta una scintilla da non ignorare. Il desiderio di dire la propria, di cambiare, di sentirsi parte di qualcosa. È un bisogno reale, che meritaspazio e ascolto. Ma perché un gesto conti davvero, serve comprenderlo. Occupare non è solo restare a scuola la notte, ma dare significato al giorno dopo. Le occupazioni possono ancora avere senso se tornano a essere ciò che erano: luoghi di confronto, di dialogo, di crescita. Altrimenti, resteranno solo un simbolo sbiadito di una ribellione che non sa più bene contro cosa lottare.

Martina Colladon

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