Nel mondo del teatro, pochi nomi evocano la dedizione e la sapienza artigianale come quello di Alessandro Osemont.
Sarto, scenografo, artigiano quasi fosse un ‘tutto fare’ del teatro, Osemont ha trascorso più di sessant’anni a costruire abiti, dettagli, oggetti di scena, perfino scarpe, quasi fossero scenografie esse stesse di ogni singolo personaggio.
Dal suo atelier di piazza delle Vigne la cupola della Basilica si ammira da un punto di vista insolito e le grandi finestre lasciano entrare una luce diffusa che irradia gli ambienti.
Qui, tra tavoli da taglio, macchine da cucine e ogni sorta di strumento necessario, il maestro continua a portare avanti il suo mestiere con una dedizione incredibile.
“Siamo sempre alla ricerca di cose, riceviamo diverse richieste. Dopo sessant’anni, esperienza ne abbiamo fatta tanta", racconta.
“Io sono partito proprio dalle basi, dal laboratorio di scenografia dello Stabile, ai tempi di Chiesa e Squarzina. Poi, nel ’70, per varie ragioni, ho deciso di cambiare strada. All’epoca non era facile, non si riusciva a lavorare, non c’era certezza. Così, per caso, ho iniziato ad aiutare un’amica con le modellature. E lì ho scoperto la sartoria. Ho detto: un disegno è un disegno. Se lo interpreti giusto, vien bene; sennò, non funziona”.
Di fatto, il costume teatrale è diventata una scenografia ‘su misura’: “Dal punto di vista estetico e costruttivo, ha regole complesse. Quando qualcuno mi chiede come si fa, rispondo sempre: 'mi metto lì e studio’. Io non smetto mai. Ancora stanotte pensavo a delle soluzioni di lavoro”.
Il suo è un mestiere fatto di curiosità e sperimentazione: “È un mondo che ti spinge a fare ricerca. Mi capita di leggere testi sulle origini del colore, sulla rifrangenza, sulla materia. Tutto serve per capire come riportare in vita ciò che il tempo ha sbiadito”.
E aggiunge, sorridendo: “Persino un medico mi ha dato un’idea: usava un cellulare con una telecamera per analizzare un neo. E ho pensato: chissà se esiste qualcosa di simile per scoprire il colore originale di uno stendardo antico”.
Nei suoi sessant’anni di carriera ha fatto di tutto: “Dal teatro alla prosa, dall’opera alle ricostruzioni storiche, dalla pubblicità ai cartelloni dei cinema. Non c’è niente da buttare, ogni esperienza è servita”.
Nel suo atelier convivono passato e presente. Tra gli abiti appesi, Osemont riconosce il suo percorso: “Questo è il lavoro di sessant’anni. Ogni tanto spunta un pezzo dell’epoca, e mi torna in mente tutto. Io sono come un jukebox: se metti la monetina giusta, parte la canzone”.
Indica una foto sbiadita: “Questo era il primo corteo che abbiamo fatto in Liguria, per le Colombiane del 1988. Da lì in poi, tantissime altre cose”.
Tra le creazioni più recenti, cita con orgoglio il Don Giovanni realizzato per l’inaugurazione del teatro di Merano: “Abbiamo usato un tessuto povero, il 'cencio di nonna’, bianco, che univa tutti i personaggi come un velo comune. È stata una bellissima esperienza”.
La sua carriera ha attraversato teatri, palazzi, navi da crociera. “Ho fatto livree per il principe Pallavicino, costumi per la Costa Firenze, e una serie di abiti per la prima crociera del giro del mondo. A Sydney, per esempio, mi sono ispirato al teatro dell’opera: quelle cupole bianche bellissime. Ho fatto tendaggi dipinti, collage, come facevano i genovesi. Perché qui non si buttava via nulla: dai tessuti delle poltrone nascevano copritende, decorazioni, un’arte del recupero che era anche intelligenza”.
Nonostante le tante richieste, Osemont parla con malinconia del futuro del mestiere: “Mi chiedono spesso di insegnare, ma se non c’è lavoro cosa gli faccio fare? Degli orli? Una volta si poteva creare per il gusto di sperimentare, oggi non più. Io ho sempre pensato che una parte del budget di uno spettacolo dovrebbe essere dedicata alle scuole del territorio. Solo così crescono i nuovi artigiani”. E riflette: “Basterebbe un po’ di apertura. Non avere paura che qualcuno ti porti via il lavoro. Io quando qualcuno viene qui a fare uno stage, gli metto a disposizione tutto: disegni, bozzetti, libri. Ma non c’è scuola che insegni davvero questo mestiere”.
Tra le relle, i manichini e le fotografie, Osemont sogna che la sua storia non vada perduta:
“Sarebbe bello fare un museo. Ho tremila costumi, e ognuno racconta un pezzo della nostra storia. Ma temo che un giorno finiranno da un rigattiere. Mia figlia forse riuscirà a salvarne qualcuno. Sarebbe un peccato: qui dentro c’è la memoria di un secolo di teatro”.
Nel suo studio, Osemont si siede nella poltrona che chiama “il mio posto per pensare”.
“Mi sveglio alle quattro del mattino, mi siedo e penso. Come faccio questo, come risolvo quello. È il mio modo di creare. Finché ho mani e testa, lavoro. Il giorno che smetto, mi spengo”.
E mentre parla, il suo pensiero va a una maschera. Mostrando le foto, racconta: “L’ho fatta per una signora che doveva andare a una festa ad Amsterdam. È una delle mie clienti che non dimenticherò mai. Perché a volte, più dei grandi personaggi, sono le persone semplici a lasciarti il segno”.
Nel silenzio della sua sartoria, circondato da stoffe, fili e sogni, Alessandro Osemont sorride.
Sessant’anni di lavoro, e ancora la stessa curiosità di quando cominciò, in quel laboratorio dello Stabile di Genova. “Io ho sempre giocato a rialzo”, dice piano. “Non c’è peggior cosa che giocare a ribasso. Il teatro, come la vita, si fa con dignità. E con amore”.







