Ci sono persone che scelgono la parola per raccontare. Davide Enia, invece, la sceglie per scavarla, smembrarla, svuotarla fino a farne entrare quanta più luce possibile.
Lo fa in ogni suo spettacolo e lo ripropone anche in ‘Autoritratto’, in scena da questa sera e fino a domenica al Teatro Modena di Sampierdarena ospite del Teatro Nazionale.
Uno spettacolo che si concentra sugli anni di sangue che Palermo ha vissuto ma che ragiona sull’importanza della parola, appunto, della memoria, modellandola al punto tale da rendere quello che in apparenza potrebbe sembrare un’introspezione, un rito collettivo.
“Ci ho messo praticamente più di trent’anni per arrivare a ragionare, riflettere e raccontare l’entità del trauma - sia intimo che collettivo - che ha rappresentato attraversare quella stagione di ferocia di Cosa Nostra”.
Enia attraversa Palermo dagli anni Ottanta alla fine degli anni Novanta, ma non per fare cronaca. “È e rimane uno spettacolo di teatro quindi non si concentra tanto sui fatti, quanto sul piano psichico. Racconto tutte le implicazioni nevrotiche del nostro rapporto con Cosa Nostra, quello che ha comportato a noi come individui e come collettività. Il culmine è nel ’92. Falcone e Borsellino sono un dittico della morte che cammina accanto. Non si può scindere il 23 maggio dal 19 luglio”.
Il teatro, per il drammaturgo e attore, diventa strumento di cura. “La valenza terapeutica è gigantesca. La terapia, che ho avuto il privilegio e la fortuna di fare, già ai tempi de L’abisso, ti insegna a nominare ciò che ti ferisce e ti fa male, prendendo coscienza del fatto che ti è successo qualcosa. È imparare la giustezza delle parole, calibrarle per farle aderire alla ferita che abbiamo dentro. Autoritratto nasce da questo bisogno personale. Poi, se il lavoro appartiene a più persone, allora è letteratura, è teatro. Ma per me, prima di tutto, è stato necessario farlo”.
Enia parla della scelta del “dispositivo teatro” come di un atto naturale: “Il teatro permette al tempo stesso l’elaborazione personale e quella comunitaria. Dopo L’abisso, ho pensato che Cosa Nostra potesse essere un altro argomento giusto per il teatro: non la mafia come cronaca o malaffare, ma il nostro rapporto nevrotico con essa. Ogni volta che lo porto in scena, ha un valore terapeutico enorme”.
Il titolo – Autoritratto – è chiave e specchio insieme. “Chi è che sta parlando? Chi è che lo sta dipingendo? L’artista in scena, certo. Ma anche la comunità a cui appartiene, la città, il luogo, il flusso educativo che abbiamo ricevuto. È un gioco di moltiplicazioni del ritratto. Tutto il primo Novecento ci ha insegnato le leggi dello specchio: la letteratura deve provare a raccontare lo smisurato o il piccolissimo. L’infinito è nel finitissimo. Così questo è sì un autoritratto, ma dentro ci siamo tutti”.
Cita Carla Lonzi: “Lei scrive che il critico non parla mai dell’opera, ma di se stesso che la guarda. È proprio questo il punto: quando parliamo di un argomento che sembra lontano dalla nostra intimità, in realtà proiettiamo su di esso noi stessi. È un gioco di specchi. Le giurie, per esempio, non premiano mai gli spettacoli: premiano se stesse. Lo dico con serenità: li ho vinti tutti, ma ne sono consapevole”.
Da quando lo spettacolo è in tournée e che presto arriverà anche al Biondo di Palermo proprio a maggio 2026, Enia ha raccolto reazioni profonde. “In qualche modo, ovunque l’abbia portato, la risposta è stata univoca. Tutte le persone che l’hanno visto - anche i ragazzi - sanno chi sono Falcone, Borsellino, Riina. Sono diventati icone, una sorta di memoria pregenetica, come Romeo e Giulietta. Anche se non abbiamo letto Shakespeare, sappiamo chi sono. È una conoscenza che abita l’inconscio collettivo. Dopo lo spettacolo, molti restano in teatro per raccontarmi dov’erano nel ’92: ‘Io ero a casa, ero a Roma, ero in montagna…’ È come se ciascuno volesse scavare dentro il proprio ricordo”.
Per chi è cresciuto in Sicilia, dice, il riconoscimento è immediato: “Tutto ciò che racconto risulta familiare, talmente legato all’esperienza comune che il processo di rispecchiamento è immediato. È un ritratto di famiglia con i morti. O meglio: con i morti”.
La riflessione di Enia tocca anche la natura stessa della mafia: “Finché la considereremo una banda armata, continuerà a prosperare. La mafia è un fenomeno linguistico: la realtà è una costruzione del linguaggio, e la mafia ne determina gli stati, li modifica, li comanda. È uno sguardo sul mondo fatto di furbizia, prevaricazione, di voglia di fregare l’altro. E non parlo di ieri: parlo di oggi. Sono quarant’anni che lo sappiamo. Aveva ragione Bufalino: per sconfiggere la mafia serve un esercito di maestri elementari. E allora basta guardare cosa succede oggi all’istruzione per capire se si sta agendo a favore o contro la mafia”.
In scena, Enia e i suoi collaboratori scelgono di “svuotare” i teatri. “Li sventriamo completamente. Togliamo tutto. Perché nessuno sa cosa troverà nel proprio inconscio, così come non sa cosa c’è dietro le quinte. Bisogna creare il vuoto per far entrare la luce. La parola è lo spiraglio da cui passa la luce. Lavoriamo sulla composizione e scomposizione del vuoto per esplorare l’immaginario e mostrare al pubblico l’architettura invisibile del teatro”.
Per lui, il teatro è rituale, atto performativo e abbandono totale. “Dal vivo, l’artista deve essere in grado di abbandonarsi completamente a ciò che fa e di controllarlo pienamente. È un controsenso, ma è lì che nasce il teatro: nel punto in cui il pieno controllo coincide con il totale abbandono”
Autoritratto è il risultato di un corteggiamento lungo decenni tra memoria e parola. “Quando intuisco una storia, è come un desiderio reciproco: io la cerco, ma anche la storia cerca me. Per arrivare a farlo servivano strumenti, e se non avessi fatto terapia non avrei potuto scrivere né questo spettacolo né L’abisso”.
E alla fine, ogni sera, Autoritratto diventa un atto collettivo: un modo per rivedere la storia e guardarci dentro.
“Ogni volta che lo porto in scena, le persone mi raccontano il loro ’92. È come se condividessimo un’unica memoria. È un autoritratto, sì, ma il volto che emerge non è solo il mio. È il nostro”.






