La situazione dell’ex Ilva resta “fortemente preoccupante”: queste le parole che il segretario generale della FIM-Cisl, Ferdinando Uliano, ha utilizzato per descrivere il futuro della siderurgia genovese. L’allarme arriva in occasione del Consiglio generale dei delegati FIM-Cisl, in corso in queste ore a Genova, con oltre cento delegati provenienti dalle aziende metalmeccaniche della Liguria.
Nonostante le iniziative di mobilitazione messe in campo nelle scorse settimane, il sindacato non vede segnali concreti di rilancio. Le proteste hanno permesso di evitare il fermo produttivo di alcuni reparti, come la zincatura nello stabilimento genovese, ma non hanno inciso su una strategia industriale complessiva. “Non abbiamo costruito le condizioni per il rilancio del settore siderurgico”, ha ribadito il segretario generale FIM, sottolineando come, di fatto, le attività dell’ex Ilva si siano ridotte.
Il quadro occupazionale è uno degli elementi che alimentano maggiormente l’allarme. Da settembre a oggi, i lavoratori in cassa integrazione nel gruppo sono passati da 3.200 a circa 6.000, all’interno di quello che viene definito il “ciclo corto”. Un dato che, per la FIM, certifica l’assenza di una prospettiva chiara e condivisa. A questo si aggiunge l’incertezza sui soggetti che avrebbero manifestato interesse nella procedura avviata dai commissari. “È da mesi che si parla di rilancio- ha spiegato Uliano- ma noi non abbiamo in mano nessun piano industriale”.
Particolarmente critica, secondo il sindacato, è la natura dei potenziali investitori. Dopo quasi due anni di gestione commissariale, non si sarebbero affacciati veri soggetti industriali, ma prevalentemente fondi finanziari. Una prospettiva che alimenta il timore di operazioni speculative di breve periodo, incompatibili con un progetto di rilancio di lungo respiro. “Servono miliardi e una strategia che guardi almeno a otto anni”, ha ricordato Uliano, mettendo in dubbio che fondi con orizzonti temporali limitati possano garantire investimenti di questa portata.
Da qui la richiesta esplicita di un intervento diretto del governo. La FIM sollecita una convocazione urgente a Palazzo Chigi e chiede che lo Stato assuma un ruolo centrale nella governance del rilancio. La siderurgia viene indicata come un settore strategico per il Paese, fondamentale per l’intero comparto metalmeccanico. Secondo Uliano, il governo dovrebbe utilizzare anche le leve offerte dalle partecipate pubbliche, molte delle quali intrattengono già rapporti di fornitura con l’ex Ilva, per costruire un progetto industriale credibile e sostenibile.
Il sindacato continua a indicare la traiettoria: la ripartenza degli altiforni oggi fermi, l’aumento del tonnellaggio fino a circa 6 milioni di tonnellate e un percorso di decarbonizzazione graduale e accompagnato. Un piano che, in passato, era stato condiviso con il governo e che prevedeva una produzione complessiva di 8 milioni di tonnellate, con 6 milioni a Taranto e 2 milioni a Genova, restituendo anche allo stabilimento ligure un ruolo attivo nella produzione di acciaio, in una logica di compatibilità ambientale e di tutela occupazionale.
Netta anche la contrarietà a qualsiasi ipotesi di smembramento del gruppo. L’idea di separare gli impianti del Nord da quelli del Sud viene giudicata “molto pericolosa” e potenzialmente dannosa anche per gli stabilimenti settentrionali. Per la FIM, l’unità del complesso ex Ilva resta un valore aggiunto per Genova, per Novi e per l’intero sistema siderurgico nazionale: lo “spezzatino” ridurrebbe le possibilità di sviluppo e metterebbe ulteriormente a rischio l’occupazione.

Accanto alla vertenza ex Ilva, il Consiglio generale dei delegati FIM-Cisl di Genova è stato anche l’occasione per fare il punto sul nuovo Contratto nazionale dei metalmeccanici, firmato il 22 novembre scorso dopo una trattativa durata 17 mesi. Uliano ha definito il rinnovo “un passaggio molto importante”, sottolineando come il contratto rappresenti il risultato diretto della mobilitazione dei lavoratori, che ha richiesto 40 ore di sciopero, un livello di conflitto che non si registrava da circa vent’anni. Sul piano salariale, la FIM rivendica un risultato senza precedenti recenti.
Per la seconda volta consecutiva, infatti, i metalmeccanici ottengono aumenti superiori all’inflazione. Sommando gli incrementi del precedente contratto, pari a 310 euro mensili, con quelli dell’attuale rinnovo, pari a 205 euro, si arriva a un aumento complessivo di 515 euro al mese su un salario medio di circa 2.200 euro. Un dato che, secondo il sindacato, rappresenta una risposta concreta alla perdita di potere d’acquisto subita negli ultimi anni.
Il contratto, tuttavia, non si limita alla questione retributiva. Ampio spazio è dedicato ai miglioramenti normativi, a partire dalla lotta alla precarietà, con nuovi meccanismi di stabilizzazione dei contratti. Importanti anche gli interventi sull’orario di lavoro, con una riduzione di ulteriori 8 ore annue per i lavoratori turnisti e un rafforzamento degli strumenti di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.
Rilevanti anche i capitoli su salute e sicurezza, con un rafforzamento delle misure di prevenzione per anticipare i rischi di infortunio, e quelli su formazione e inquadramento professionale, pensati per accompagnare le trasformazioni tecnologiche e produttive del settore. Un contratto che riguarda oltre un milione e settecentomila metalmeccanici in Italia e che, solo a Genova, interessa circa cinquantamila lavoratori.









