Il 2026 si preannuncia un anno significativo per le uscite cinematografiche: da una parte c’è l’industria hollywoodiana, impegnata a difendere il proprio primato puntando su sequel, universi narrativi già rodati e grandi nomi capaci di richiamare pubblico nelle sale. Dall’altra c’è un territorio più instabile, fatto di sorprese, autori inattesi e film che emergono senza un vero battage preventivo, ma che spesso sono quelli destinati a lasciare il segno.
Tra questi due poli si muove una macchina promozionale sempre più aggressiva, dove il marketing detta tempi e aspettative con mesi di anticipo: influencer arruolati come testimonial, trailer “eventizzati”, sperimentazioni con l’intelligenza artificiale e annunci pensati più per dominare il flusso dei social che per raccontare davvero i film. Il risultato è un pubblico orientato prima ancora di scegliere, mentre sullo sfondo si fa strada la domanda più scomoda: che spazio resta al cinema pensato per la sala, in un’epoca in cui le piattaforme non solo distribuiscono, ma condizionano direttamente la produzione?
Le manovre finanziarie che coinvolgono storici studios e l’espansione continua di Netflix rendono evidente come il baricentro si stia spostando. Eppure la storia insegna che il cinema ha già attraversato più volte crisi annunciate come definitive. Ogni rivoluzione, dal sonoro al colore, dalla televisione agli home video, è stata accompagnata da previsioni funeste, puntualmente smentite da nuove forme di spettacolo e da film capaci di ridefinire il rapporto con il pubblico.
La differenza, oggi, è che a essere messa in discussione non è la produzione di immagini in movimento, che anzi non è mai stata così abbondante, ma il valore simbolico della sala come luogo collettivo. Il 2026 potrebbe offrire le prime risposte concrete, anche se il panorama resta fluido e contraddittorio.
Sul fronte dei grandi titoli, i mesi iniziali dell’anno saranno dominati dal thriller e dalla fantascienza. Mercy di Timur Bekmambetov apre le danze con una storia che intreccia giustizia e intelligenza artificiale, affidata a un protagonista accusato di un crimine giudicato da una macchina “pensante”. Segue L’ultima missione, che unisce avventura spaziale e introspezione, con Ryan Gosling nei panni di un astronauta privo di memoria costretto a collaborare con una creatura aliena per salvare il Sole. Ridley Scott torna invece a esplorare scenari post-apocalittici con Dog Stars, mentre Steven Spielberg chiude il cerchio estivo con Disclosure, un ritorno alla fantascienza “classica” declinata attraverso lo sguardo contemporaneo.
L’horror continua a essere il genere più reattivo ai cambiamenti del pubblico, soprattutto tra le generazioni più giovani. Dopo i successi recenti, Sam Raimi prova a rinnovare il filone con Send Help, mentre Maggie Gyllenhaal rilegge il mito di Frankenstein in chiave politica e femminile. Spicca anche Dead Man’s Wire di Gus Van Sant, un film che utilizza i codici dell’orrore per raccontare paure molto concrete e attuali.
Accanto a questo scenario cupo, la commedia e il cinema più leggero cercano di ritagliarsi uno spazio alternativo, anche come risposta alla saturazione dei supereroi, che però restano centrali nel calendario con il ritorno di Spider-Man, il nuovo Avengers: Doomsday e il capitolo conclusivo di Dune. A catalizzare l’attenzione mediatica sarà anche Il diavolo veste Prada 2, con Meryl Streep chiamata a confrontarsi ancora una volta con uno dei personaggi simbolo della sua carriera.
Sul piano delle star, il volto più ricorrente sembra destinato a essere quello di Robert Pattinson, mentre Timothée Chalamet punta a consolidare il proprio status con Marty Supreme. Tom Cruise, invece, tenta una nuova svolta autoriale affidandosi ad Alejandro Iñárritu. Curiosità e aspettative circondano anche Michael, biopic su Michael Jackson diretto da Antoine Fuqua e interpretato dal nipote Jaafar Jackson.
Il titolo più atteso resta però l’ambiziosa Odissea di Christopher Nolan, progetto monumentale che Cannes vorrebbe presentare come evento assoluto. Un film che incarna, nel bene e nel male, il gigantismo produttivo degli studios contemporanei.
Chi guarda oltre Hollywood trova segnali interessanti soprattutto in Asia, dove anime e manga continuano a dettare tendenze globali, e nel cinema d’autore internazionale: dal coreano Park Chan-wook alla filippina Isabel Sandoval, fino al ritorno di Godzilla Minus Zero. L’Europa, dal canto suo, promette opere più intime e sentimentali, come Sentimental Value di Joachim Trier o le nuove riletture di classici letterari firmate da Emerald Fennell e Chloé Zhao.
Tra certezze industriali e scommesse autoriali, il cinema del 2026 si presenta come un terreno di confronto aperto.






