Politica - 04 febbraio 2026, 08:00

Stefano Balleari: il Presidente e l’uomo

Il Presidente del Consiglio regionale ligure a cuore aperto con la Voce di Genova: “Il mio compito è far funzionare la ‘macchina’ delle leggi regionali, assicurando che il confronto tra i partiti non diventi uno scontro sterile ma produca soluzioni reali per il territorio”

Stefano Balleari: il Presidente e l’uomo

In una fase storica segnata da una crescente distanza tra cittadini e istituzioni, il funzionamento delle assemblee elettive torna a essere un nodo politico centrale. Non solo per la capacità di produrre decisioni, ma per il modo in cui il confronto democratico viene rappresentato, gestito e reso comprensibile all’esterno. In questo quadro si colloca il ruolo del Presidente del Consiglio regionale della Liguria, chiamato a garantire equilibrio, rispetto delle regole e piena operatività dell’Aula, in un contesto di forte polarizzazione politica.

Stefano Balleari, eletto alla guida dell’Assemblea legislativa nel novembre 2024, arriva a questo incarico dopo un percorso iniziato nel 2007 in Consiglio comunale a Genova e sviluppatosi tra ruoli amministrativi e istituzionali. Un cammino che oggi converge in una funzione di garanzia, meno esposta mediaticamente rispetto all’azione della Giunta, ma decisiva nel rapporto tra maggioranza, opposizione e cittadini.

Nel corso dell’intervista, Balleari fa un primo bilancio della XII legislatura, affronta le criticità del dibattito in Aula e rivendica la necessità di restituire centralità al Consiglio regionale, talvolta percepito come un passaggio formale delle decisioni assunte altrove. Una riflessione che tiene insieme esperienza personale e lettura istituzionale, senza eludere i momenti di tensione e gli errori che hanno segnato il confronto politico.

Una visione che il Presidente sintetizza con un’immagine semplice ma ricorrente nel suo racconto: “Si può sbagliare strada, ma esiste sempre la possibilità di ricalcolare il percorso”. Un principio che richiama tanto il suo percorso politico quanto il modo in cui, a suo avviso, le istituzioni dovrebbero affrontare le proprie difficoltà.


Oggi lei è Presidente del Consiglio regionale della Liguria. Che significato ha questo incarico, dopo un percorso iniziato vent’anni fa dai banchi dell’opposizione in Consiglio comunale a Genova?


“È stato un percorso lungo: ho svolto la mia attività sempre con grande attenzione nei confronti dei cittadini, per il rispetto di chi mi aveva votato, ma anche della città stessa. Un coronamento importante, che credevo di aver raggiunto nel 2017, quando sono diventato vicesindaco della mia città e mi sono sentito onorato e soprattutto mi sono sentito spronato a cercare di fare qualcosa, perché io credo che tutte le persone che fanno politica abbiano il desiderio di lasciare un’impronta nella propria città. Io ricordo che proprio durante quella elezione, quella del 2017, avevo mio figlio che era ancora piccolino e gli spiegai che la cosa significativa era, un giorno, poter dire: ‘Questo qua l’ha fatto mio papà’, quando faceva determinate cose. Ma erano piccole cose, perché poi, come consigliere di opposizione, ovviamente ero riuscito a incidere poco a livello di cambiamento nella nostra città. Però un semaforo posizionato in una certa maniera, un attraversamento pedonale, magari una maggiore cura del verde, erano dei piccoli segnali che mi sarebbe piaciuto che mio figlio potesse ricordare. Mai avrei pensato di ricoprire il ruolo di assessore e di vicesindaco della sesta città d’Italia. Poi, per una serie di motivi congiunturali, nel 2020 mi chiesero di candidarmi al Consiglio regionale. Fu un momento difficile, intanto perché avrei dovuto lasciare un incarico assolutamente prestigioso e che mi gratificava molto, ma l’idea di poter incidere su un territorio ancora più grande era stata uno stimolo. Così mi sono dimesso da vicesindaco e da assessore e ho affrontato le elezioni come un normale cittadino. L’ho fatto, sono stato il più votato del mio partito nel mio collegio e sono diventato capogruppo. È una cosa che mi ha veramente gratificato moltissimo. La mia caratteristica è sempre stata quella di dare un grande ascolto a tutti e soprattutto di intessere relazioni improntate sull’ascolto, di fare proprio delle relazioni". 


A oltre un anno dall’inizio della XII legislatura, che bilancio fa del lavoro del Consiglio regionale: cosa sta funzionando e cosa invece sente di dover migliorare? 


"È stato un anno che abbiamo un po’ utilizzato per cercare di capire in che modo muoversi. Abbiamo fatto alcune operazioni importanti a livello di decisioni che sono state prese in Consiglio regionale. Cito come esempio significativo quello della riforma del sistema sanitario della Regione Liguria che, piaccia o non piaccia, necessitava di un cambiamento, perché bisognava cambiare qualcosa che non era funzionante e perché soprattutto non si davano vere risposte ai cittadini, come invece dobbiamo fare. Da un punto di vista istituzionale, al di là di qualche Consiglio che mi ha un po’ avvilito, io credo che si debba cercare in qualche maniera di far sì che gli elettori diventino di più, anziché di meno, come invece sta accadendo in questo periodo. Questo va fatto, ad esempio, facendo dei Consigli regionali, ma vale anche per il Comune, in cui la parte politica ci deve essere necessariamente, ma deve essere finalizzata a ottenere un risultato nei confronti dei cittadini. A volte abbiamo fatto dei Consigli regionali improntati sul fare ‘caciara’ politicamente, senza pensare che noi siamo qui, e siamo anche pagati, per dare delle risposte. Questo, sinceramente, mi ha un po’ deluso. Devo dire che, invece, martedì scorso abbiamo fatto un Consiglio regionale che è stato di soddisfazione, perché c’è stato un po’ di scontro di tipo politico, come è giusto che ci sia, ma si sono date delle risposte. Abbiamo fatto tutti i punti all’ordine del giorno, abbiamo affrontato tutti i temi in una maniera corretta e abbiamo dato delle risposte che erano quelle che i cittadini si aspettavano da un Consiglio regionale. Queste sono le cose che mi danno soddisfazione. Ora, come Presidente, devo dire che sto cercando di fare anche qualche modifica: secondo me dovremmo rivedere un po’ il regolamento del Consiglio regionale, perché oggi non permette lo svolgimento dei lavori in una maniera sempre sensata. Penso, ad esempio, al fatto che si possano presentare emendamenti all’ultimo momento quando si fa il bilancio o il Documento di economia e finanza, senza poterli concertare bene con gli uffici per sapere se si possono fare o meno. Avremmo bisogno di dare tempistiche diverse. Su questo ne abbiamo parlato con l’Ufficio di Presidenza e stiamo cercando di lavorare per poter dare effettivamente delle risposte senza doverle dare in modo affrettato, perché spesso la fretta non porta a buoni risultati”.  

Durante la sua esperienza in Consiglio regionale, c’è stata una seduta, un passaggio o un momento in aula che ricorda in modo particolare e che racconta il suo modo di intendere il ruolo delle istituzioni regionali?


"Le risponderei partendo da ciò che mi è piaciuto di meno, non da quello che mi è piaciuto di più. Questo perché la cosa che mi è piaciuta di più, come ho già detto, ad esempio martedì, è stato un Consiglio regionale che mi ha dato soddisfazione. La cosa che mi è piaciuta di meno, invece, risale a quando è stata approvata la riforma sanitaria. Perché? Perché l’Aula si è trasformata davvero in una bolgia infernale e abbiamo dato un esempio pessimo di politica. È stata cavalcata, ahimè, politicamente in una maniera scorretta. Io personalmente ero presente a un incontro avvenuto pochi minuti prima dell’inizio del Consiglio regionale, un incontro che aveva chiarito che avremmo svolto i lavori regolarmente, facendo domande da parte dell’opposizione, ma anche della maggioranza, alla Giunta, che avrebbe dato delle risposte e poi si sarebbe andati al voto, in maniera trasparente. Questo non è avvenuto. Sono avvenuti dei disordini in Aula e questo momento è stato poi cavalcato politicamente. È una cosa che proprio non mi è piaciuta, nel senso che uno può esprimere le proprie idee, anche se vanno in contrasto con quelle degli altri, ma deve farlo in maniera educata, innanzitutto, e nel rispetto di un’Aula che, ricordiamolo tutti, è qualcosa che deve rappresentare tutti necessariamente”. 


Come dicevamo, lei è entrato in politica da consigliere comunale di opposizione. Che tipo di politico era allora Stefano Balleari e quanto è diverso da quello di oggi? E, dopo tanti anni, cosa la motiva ancora a continuare?


"Io ho le stesse motivazioni che avevo vent’anni fa, forse con un po’ meno energia, ma non così tanta in meno: le motivazioni sono sempre le stesse. L’unico momento di grande difficoltà, dal punto di vista politico, è stato quello di appartenere a un partito del quale condividevo le idee, i pensieri. A un certo punto, però, ho iniziato a non condividere più tante cose che diceva il partito e mi era venuto un grande dubbio. Dicevo: accidenti, come sono cambiato, chissà cosa mi è successo. Poi un giorno, andando a Roma su invito di Giorgia Meloni, che allora era una giovane deputata, ho scoperto che le cose che mi piacevano erano rimaste sempre le stesse, non erano cambiate. Pertanto non ero cambiato io, ma era cambiato il modo di approcciarsi del partito nel quale mi ritrovavo. Ho fatto questa grande scelta, una scelta che è stata anche faticosa, nel senso che non è stata per niente semplice, perché ho abbandonato un partito importante, all’epoca con quasi il 20% di consenso a livello nazionale, per approdare in un partito che non mi avrebbe garantito magari un’elezione, ma che rispondeva a quelli che erano i miei desideri, a quelli che erano i miei pensieri, a quello che io avrei voluto fare. Devo dire che è andata bene, nel senso che non soltanto ho affrontato le sfide che mi hanno permesso di essere eletto, ma nel frattempo il mio partito è cresciuto tantissimo: oggi è un partito di governo, il primo partito del Paese. C’è stata anche una lungimiranza nel vedere qualcosa in un partito che aveva dei valori che per me sono fondamentali e che sono stati poi ripresi e declinati nella maniera che stiamo vedendo tutti”. 


Lei arriva alla politica dopo una lunga esperienza professionale. Quanto il mondo del lavoro e dell’impresa ha inciso sul suo modo di stare nelle istituzioni e di prendere decisioni?


"Io credo che la scuola più importante sia quella di trovarsi nelle situazioni, come è successo e come succedeva nel passato, di vedere le cose e di dover trovare una soluzione. Questo succede nella vita professionale e succede nella politica: si devono dare delle risposte, si devono prendere delle decisioni e si deve anche rischiare, perché poi bisogna rischiare ogni tanto. Uno crede in una determinata cosa e dice: secondo me è giusto fare così, proviamo, andiamo avanti fino in fondo. Devo dire che, da questo punto di vista, anche politicamente, non ho mai avuto delle battute d’arresto tali da dire: ho sbagliato tutto. Ovviamente tutto è sempre perfettibile, nel senso che uno va avanti ma non si può andare avanti con i paraocchi. Bisogna andare avanti e cercare, man mano che passa il tempo, di modificare le proprie idee, non radicalmente, ma di aggiustarle”.  

Nel suo percorso non sono mancati stop, sconfitte e momenti difficili. Cosa le hanno insegnato le fasi in cui non è andata come sperava? C’è stato un passaggio che l’ha costretta a rimettersi davvero in discussione?


"Ha presente quando si va in macchina con il navigatore e a volte capita di prendere l’incrocio o la strada sbagliata? Io, quando succede, non è che mi dispero. La vocina che parla non mi dice: hai fatto una stupidaggine. Semplicemente dice ‘ricalcolo’ e ricalcola la rotta per arrivare a destinazione. Secondo me questo è un parallelismo che dobbiamo tenere sempre presente nella vita professionale, nella vita familiare e nella vita politica. Esiste la possibilità del ricalcolo, nel senso che si può sbagliare qualcosa, ma c’è la possibilità di correggere e, se poi si trova la strada giusta, si arriva comunque a destinazione”. 


Se oggi dovesse raccontare chi è Stefano Balleari politicamente, cosa direbbe? E da Presidente del Consiglio regionale, che segno vorrebbe lasciare alla fine del mandato?


“Io, da quando ho iniziato a fare il Presidente del Consiglio regionale, mi sono riproposto una cosa. Molto spesso, quando si parla di Regione, ai cittadini, che sono sempre il mio fine ultimo, si tende a confondere la Regione con la Giunta e il Consiglio regionale non viene preso in considerazione. In realtà la Giunta c’è, è rappresentata dal Presidente e dai suoi assessori, ma il Presidente e i suoi assessori devono venire in Consiglio regionale per votare quelle che sono le decisioni che hanno elaborato. Pertanto il Consiglio regionale è importantissimo. La Presidenza del Consiglio regionale e il Consiglio regionale devono essere implementati, le persone devono conoscere ciò che fa il Consiglio regionale, ciò che fa la Presidenza, perché sono due organismi che, pur parlandosi strettamente, spesso uno non viene considerato. Quello che mi sono posto come obiettivo di questo mandato non è rendere il Consiglio più autonomo, perché grazie al cielo abbiamo una legge del 2005 che questa autonomia la garantisce già, ma fare in modo che di questa autonomia siano consapevoli anche i cittadini. Io le dico la verità: da un punto di vista di carriera politica credo di aver raggiunto un livello molto alto, perché rappresentare la Regione Liguria come Presidente del Consiglio significa qualcosa, anche perché vuol dire aver ottenuto determinati consensi. Ahimè, quest’anno compio 68 anni, perciò questa legislatura terminerà nel 2029, quando avrò 71 anni, e non credo che mi ricandiderò per altre cose. Vorrei quindi terminare questo mandato ed essere ricordato come un buon presidente, che ha lavorato bene, che ha lavorato nei confronti dei cittadini, che ha lavorato per accrescere la figura del Consiglio regionale da un punto di vista istituzionale, che ha fatto delle buone cose e che è stato imparziale nei suoi giudizi. Essere ricordato come uno che ha fatto il suo lavoro con criterio: questo è il fine ultimo al quale voglio giungere”. 

Dopo vent’anni di politica, cosa rifarebbe esattamente uguale e cosa invece non rifarebbe più?


“Io rifarei tutto esattamente come ho fatto, non cambierei una virgola. Non sono mai per i rimpianti, sono sempre per guardare avanti e le scelte sono sempre state prese non con la pancia, ma con la testa insieme al cuore, perché lavorare solo di testa o soltanto con il cuore non porta da nessuna parte. Bisogna metterli insieme, perché è così che si ottengono i risultati. Non recrimino assolutamente niente delle scelte che ho fatto e credo che, anche con molta più esperienza, le rifarei in toto anche in questo momento”. 

Redazione La Voce di Genova


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