I portuali non lavorano per la guerra. È questo lo slogan dello sciopero internazionale che oggi, venerdì 6 febbraio, attraversa porti e città di tutta Europa per fermare la logistica bellica.
Da questa parola d’ordine prende forma una giornata di mobilitazione diffusa che coinvolge decine di scali europei e del Mediterraneo. Anche Genova è uno dei punti centrali della protesta: è in corso dalle 18.30 il presidio davanti al varco di San Benigno, dove Calp e Usb tornano a rilanciare una battaglia che da anni denuncia il transito di armamenti sulle banchine del porto cittadino.
La mobilitazione non si ferma ai confini locali. In contemporanea sono in corso scioperi, manifestazioni e presidi in 21 porti strategici, dal Nord Europa al Mediterraneo: da Tangeri a Mersin, passando per Bilbao, numerosi scali italiani, fino al Pireo ed Elefsina. Una rete di iniziative coordinate che punta a colpire uno dei nodi centrali dell’economia di guerra: la catena logistica.
L’obiettivo dichiarato delle sigle sindacali e dei coordinamenti internazionali dei portuali è affermare un principio chiaro: i porti devono essere luoghi di pace, sottratti a qualsiasi coinvolgimento nei conflitti armati. Un impegno che a Genova ha già trovato una tappa significativa nell’assemblea internazionale di coordinamento svoltasi a fine febbraio, da cui è maturata la chiamata allo sciopero in corso oggi.
Accanto al rifiuto del trasporto di armi, la mobilitazione mette al centro anche le ricadute sociali dell’economia di guerra: salari, pensioni, diritti, condizioni di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Tra le rivendicazioni figurano il blocco delle spedizioni di armamenti, la richiesta di un embargo commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali e l’opposizione al piano di riarmo dell’Unione Europea.
Nel corso della giornata, Usb segnala come lo sciopero stia già producendo effetti concreti sui traffici marittimi, con diverse navi ferme al largo o costrette a rivedere i propri programmi di attracco nei porti italiani. Dinamiche che, secondo i promotori, confermano il ruolo decisivo dei portuali nel contrastare la militarizzazione delle infrastrutture strategiche.
Al presidio genovese ha aderito anche Rifondazione Comunista. In una nota, Jacopo Ricciardi e Giovanni Ferretti, rispettivamente segretario regionale ligure e segretario genovese del partito, annunciano la loro presenza al varco di San Benigno e ribadiscono il sostegno allo sciopero internazionale. Per Rifondazione, spiegano, solo la resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori e la costruzione di ampie convergenze tra i popoli possono fermare le guerre e le conseguenze sociali e ambientali che ne derivano, a partire dalla scelta di investire in una transizione industriale sostenibile invece che nell’economia di guerra.
Genova è così, questa sera, uno dei luoghi simbolo di una protesta che guarda oltre i confini nazionali, con l’obiettivo di incidere su scelte politiche ed economiche che passano, ogni giorno, anche dalle banchine dei porti.

I manifestanti sono partiti alle 19 da San Benigno in direzione della Stazione Marittima. "La solidarietà internazionale non è più un’opzione, ma una strada obbligata se vogliamo fermare quella che rischia di diventare l’unica prospettiva che questo sistema ci offre: la guerra. Il traffico delle armi è internazionale, e internazionale deve essere anche la risposta dei lavoratori" ha dichiarato Francesco Staccioli del direttivo di Usb. "L’adesione è stata ottima: il fatto che porti come Mersin, in Turchia, il Pireo, Genova, Livorno e Trieste abbiano sottoscritto soggettivamente questa iniziativa è un segnale importante. Ma soprattutto oggi ci sono quattro navi ferme nelle rade italiane che avrebbero dovuto sbarcare armi e non lo hanno fatto. Questo non è simbolico, è un fatto reale.
Da domani dovremo porci una domanda fondamentale: quelle navi rimaste fuori oggi a causa dello sciopero non devono rientrare domani o dopodomani per scaricare o caricare armi, qualunque sia la loro destinazione. Questa è la vera sfida. La sfida inizia domani mattina, il 7 ottobre, quando diremo agli altri sindacati dei portuali europei che qualcuno ha fatto qualcosa. Che la solidarietà internazionale non è uno slogan vuoto, ma una realtà possibile e concreta". Staccioli ha poi risposto a chi, da altri sindacati, ha dichiarato che anche quelli legati agli armamenti siano posti di lavoro: "Penso che se davvero crediamo che le armi siano il futuro dell’occupazione, allora tanto vale smettere subito di fare sindacato. Questa è la mia risposta. Le armi non sono il futuro di questo pianeta. Se qualcuno riesce a convincerci che il riarmo e il piano da 800 miliardi dell’Unione Europea rappresentino l’unica prospettiva per garantire lavoro, allora significa che abbiamo già perso".
Prima della partenza, ha preso parola anche Riccardo Rudino del Calp: "Nei prossimi mesi si lavorerà per istituire un organismo denominato Osservatorio consiliare permanente per la trasparenza, la sostenibilità, l’etica e la sicurezza dei lavoratori del porto di Genova. Un organismo di studio, analisi e monitoraggio: un’azione importante, perché dimostra come le parole debbano trasformarsi in responsabilità concrete da parte delle istituzioni che rappresentano cittadini e cittadine" ha spiegato al microfono. "Inizieremo a collaborare con tutte le altre città portuali italiane per condividere i documenti necessari alla costituzione dell’Osservatorio nei consigli comunali. In questa battaglia è giusto fare un applauso: non è affatto semplice, in questo momento storico, portarla avanti. È una battaglia che abbiamo sempre condotto partendo da ciò che diceva Weapon Watch, da ciò che sostenevano le associazioni e da quanto affermavano tutte le persone che prima di noi hanno portato avanti queste lotte". "Serve un osservatorio composto da persone con competenze reali, che sappiano di cosa si parla, che sappiano leggere i documenti e muoversi all’interno di quel mondo. Competenze che devono coinvolgere le autorità portuali, le capitanerie, i movimenti, perché non basta restare chiusi dentro le sole dinamiche portuali, che spesso finiscono per bloccare tutto. È necessario coinvolgere anche i movimenti che portano avanti le battaglie per la pace e contro i militarismi. Noi vogliamo un osservatorio di questo tipo, un osservatorio che pretenda il rispetto della legge 135/90 e di tutto il resto del quadro normativo. Se questo osservatorio fosse già esistito la scorsa estate, probabilmente avremmo potuto fare qualcosa in più anche sul fronte del boicottaggio verso Israele. È un primo passo importante. Ci vorrà ancora tempo, ma era fondamentale annunciare la nascita di questo percorso proprio all’inizio di questa manifestazione, e lo abbiamo fatto. Avevamo promesso che avremmo bloccato tutto e lo abbiamo bloccato. Avevamo promesso gli scioperi generali e li abbiamo fatti. Avevamo promesso lo sciopero internazionale e oggi siamo qui, allo sciopero internazionale".















