Lungo l’antica via del Sale, tra gli insediamenti che costellavano le campagne della Val Bisagno, ce n’era uno che più degli altri si distingueva per la capacità dei suoi artigiani.
Era Fontanegli.
Mentre tutto attorno mulini e pascoli scandivano la vita della popolazione, a Fontanegli il suono della lima era l’accompagnamento alla creazione di piccole e preziose opere d’arte indossabili: i gioielli di corallo.
Simbolo della passione di Cristo, capace di rappresentare la natura umana e divina, il corallo era ritenuto un potente amuleto, un dono prezioso che voleva simboleggiare buona sorte per credenza popolare, come testimoniano le terzine di Fazio degli Uberti nel XIV secolo:
"Lo mar liguro ingenera corallo
nel fondo suo, a modo d’albuscello,
pallido, di color tra chiaro e giallo.
Spezzasi come vetro il ramicello
quando si pesca e come più è grosso
e con più rami, tanto par più bello.
Si come il ciel lo vede, divien rosso,
e non pur si trasforma di colore,
ma fassi forte e duro che par osso.
Conforta a riguardar, la vista e 'l core
averne seco quando folgor cade;
pietro non so più util né migliore".
Genova e il corallo avevano (e in parte l’eco arriva ancora oggi) una lunga storia. La potenza della Repubblica di Genova aveva fatto si che il commercio e la lavorazione del corallo diventassero monopolio esclusivo della Lanterna, soprattutto tra Trecento e Cinquecento.
Una serie di leggi durissime ne regolava il commercio e la vendita. Per esempio, ai Lomellino venne concesso di insediarsi sull’isola di Tabarca (che oggi isola non è più) direttamente da Re Carlo V. Qui, aiutati da una folta delegazione di pegliesi, i Lomellino avviarono un ricco commercio che ne fece una delle famiglie più importanti della città.
Tra i ‘segreti’ che si dovevano custodire al meglio, c’era quello della lavorazione, vietata ovunque al di fuori delle mura cittadine, eccezion fatta per Fontanegli.
Forse per la via strategica, forse per l’abilità dei suoi artigiani, qui avveniva la magia e la materia grezza si trasformava in un gioiello tanto amato dalle donne genovesi.
Pescato nelle acque tra la Sardegna e la Tunisia, il corallo veniva affidato alle botteghe dei maestri. Pulito, tagliato e arrotondato, veniva ‘montato’ in lunghe file o in monili e venduto, non solo per la sua bellezza ma anche per il valore simbolico che lo stesso aveva.

Ma chi era il più bravo maestro del corallo?
I nomi si susseguono nei documenti. C’è chi cita la famiglia Costa, chi i Morando, chi i Dellepiane. Nomi che negli archivi genovesi tornano frequentemente. Ma la leggenda narra di Giacinto Lastrego, artista di Fontanegli la cui fama era arrivata a travalicare i confini cittadini.
Lastrego, per tutti il miglior artigiano di quello che i greci chiamavano Sangue di Medusa, nel 1688 tentò di farsi beffe delle regole della città che proteggevano il mercato del corallo e fuggi a Livorno, in Toscana, con l’intento di aprire li una sua bottega ed ‘esportare’ il mestiere.
Ma la Repubblica, si sà, non perdona. Toccato il suolo toscano, Lastrego subì il sequestro di ogni suo bene e vide il padre finire in carcere.
Costretto a tornare a Fontanegli, dovette promettere di non lasciare mai più quelle colline impegnandosi a lavorare il corallo solo per Genova.
Nell’Ottocento le botteghe del borgo della Val Bisagno avevano subito una contrazione del lavoro. Negli inverni erano le donne a lavorare i piccoli grani del corallo per arrotondare qualche moneta in più. Una necessità che ha contribuito a tenere viva un’antica tradizione.
Ancora una volta, a subentrare era stato il pragmatismo genovese: nemmeno gli scarti della lavorazione, infatti, venivano buttati. Una volta raccolti diventavano parte dei pavimenti ‘alla veneziana’ delle ville che ancora oggi punteggiano la vallata.






