È a 385 metri di profondità, adagiato sul fondale a circa tre miglia nautiche dal punto in cui era stato lanciato l’allarme, il relitto dell’Acquario, il peschereccio affondato lo scorso 2 febbraio al largo di Santa Margherita Ligure, tra il promontorio di Portofino e il Tigullio.
A localizzarlo è stata la nave Artabro, unità oceanografica di circa 90 metri battente bandiera spagnola, giunta per la prima volta in Italia nell’ambito di un’attività coordinata dall’Agenzia Europea per la Sicurezza Marittima. Le ricerche sono scattate nel pomeriggio di ieri e si sono concluse alle prime luci dell’alba, quando le apparecchiature hanno restituito la sagoma dell’imbarcazione sul fondale.
Determinante l’impiego di un ecoscandaglio tridimensionale, sistemi sonar di ultima generazione e un drone subacqueo, che hanno consentito di mappare l’area e individuare con precisione il punto in cui il motopesca si è inabissato.
Il ritrovamento rappresenta un passaggio fondamentale per chiarire le cause del naufragio e valutare eventuali operazioni successive.
Secondo quanto ricostruito dalla Capitaneria di porto di Santa Margherita Ligure, quel pomeriggio l’Acquario avrebbe iniziato a imbarcare acqua in modo rapido, quando si trovava a oltre tre miglia dalla costa. All’origine dell’affondamento ci sarebbe una falla o un’avaria strutturale, circostanze che dovranno ora essere accertate.
A bordo si trovavano il comandante, Dhib Zouahier ben Alì, e un mozzo. Quest’ultimo è riuscito a gettarsi in mare ed è stato recuperato dai soccorritori in stato di ipotermia, poi trasferito all’ospedale di Lavagna.
Il comandante, invece, non ha abbandonato l’imbarcazione. Dopo aver lanciato l’allarme alla Guardia Costiera, sarebbe rimasto a bordo mentre il peschereccio sprofondava. Alcuni testimoni lo avrebbero visto per l’ultima volta in coperta, poco prima che l’Acquario venisse inghiottito dal mare. Con lui si sono perse le tracce tra le onde.






