Tensione nel carcere di Carcere di Genova Marassi, dove nel reparto di Alta Sicurezza, nel giro di poche ore, si sono verificati un tentato suicidio e una lunga protesta da parte di un gruppo di detenuti.
A riferire l’accaduto è il segretario della Uilpa Polizia Penitenziaria, Fabio Pagani, che parla di "una situazione ormai fuori controllo" all’interno della casa circondariale del capoluogo ligure.
Il primo episodio ha riguardato un detenuto ristretto per produzione e traffico internazionale di stupefacenti, che ha tentato di togliersi la vita impiccandosi nella propria cella. L’uomo avrebbe utilizzato alcune lenzuola, annodate tra loro e fissate alle grate della finestra, per creare un cappio.
Il forte rumore provocato dal gesto ha attirato immediatamente l’attenzione degli agenti della polizia penitenziaria, che sono intervenuti tempestivamente, riuscendo a tagliare il cappio e a salvare il detenuto.
Poco dopo, un altro episodio ha ulteriormente aggravato la situazione nel reparto. Un detenuto considerato pericoloso, trasferito a Marassi per motivi sanitari, si è rifiutato di rientrare in cella, dando il via a una protesta durata oltre cinque ore. Il gesto ha innescato la reazione dell’intero piano dell’Alta Sicurezza: alcuni reclusi hanno iniziato a sbattere gavette e a lanciare oggetti contro gli agenti impegnati a ristabilire l’ordine e a convincere l’uomo a collaborare.
"Ormai nelle carceri si assiste a veri e propri episodi di guerriglia", denuncia Pagani, sottolineando come "la polizia penitenziaria sia diventata lo scudo e agnello sacrificale di un sistema guidato da vertici inadeguati. La gestione dell’istituto di Marassi lascia molto a desiderare".
“I fatti di Marassi – dichiara Vincenzo Tristaino, segretario nazionale per la Liguria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE) – dimostrano ancora una volta l’impegno, la prontezza e il senso del dovere delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria, chiamati ogni giorno a garantire sicurezza, ordine e tutela della vita, spesso in condizioni operative difficili, con organici ridotti e in situazioni ad alto rischio, come avviene anche durante i giorni festivi. Ed è stucchevole leggere che c’è chi strumentalizza anche queste tragedie per una politica sindacale che forza la narrazione secondo cui la Polizia Penitenziaria sarebbe un ‘agnello sacrificale’ o, al contrario, l’unico argine ai problemi del sistema. La realtà è più complessa e richiede interventi strutturali, non slogan”. L’episodio, sottolinea il SAPPE attraverso il segretario generale Donato Capece, evidenzia ancora una volta il ruolo sociale fondamentale svolto ogni giorno dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria, impegnati non solo a garantire sicurezza e ordine negli istituti ma anche a salvare vite umane e a gestire situazioni di forte fragilità e disperazione tra la popolazione detenuta.
Per Capece, “questo dramma, per fortuna sventato in tempo dai nostri bravi Baschi Azzurri di Marassi, riporta alla luce importanti interrogativi riguardo al sistema di assistenza psicologica e sanitaria negli Istituti. La Polizia Penitenziaria si trova a lavorare in condizioni di emergenza seria, dove spesso le carceri sono utilizzate come ospedali psichiatrici improvvisati. Non si può continuare a trasformare singoli episodi in strumenti di propaganda contro direttore e comandante ‘a prescindere’ o in giustificazione di letture semplicistiche. Il sovraffollamento, la carenza di organico, la presenza di detenuti con gravi fragilità psichiatriche e le difficoltà organizzative sono problemi strutturali che dipendono da scelte politiche e amministrative di lungo periodo. È invece fondamentale attuare interventi rapidi e concreti per rafforzare il personale medico e psicologico specializzato, fornire strumenti e protocolli adeguati a prevenire gesti estremi, così come garantire un maggior supporto psicologico agli operatori, spesso chiamati ad affrontare eventi fortemente stressanti. Solo investendo nella prevenzione e nel benessere psicofisico dei detenuti sarà possibile alleggerire il carico, già pesantissimo, sulle spalle degli Agenti di Polizia Penitenziaria”. Capece evidenzia che “il suicidio ed il tenta suicidio di un detenuto sono fonte di grande stress sia per gli altri detenuti che per gli agenti di Polizia Penitenziaria, che svolgono il loro lavoro ogni giorno con professionalità, impegno e umanità in condizioni difficili. Ecco perché risulta fondamentale adottare, a livello nazionale ed interregionale (essendo la Liguria ancora dipendente dal Piemonte in attesa della riapertura del Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria a Genova) programmi di prevenzione del suicidio e organizzare servizi di intervento efficaci, misure necessarie non soltanto per i detenuti ma per tutto l’istituto coinvolto. In Italia la questione della prevenzione viene affrontata con attenzione, ma purtroppo continuano a verificarsi casi di detenuti che decidono di togliersi la vita durante la reclusione”. È quindi evidente la necessità di intervenire tempestivamente per affrontare le criticità che permangono nel sistema penitenziario: il Governo ne è consapevole e si auspica a breve un incontro per definire strategie condivise d’intervento. “Perché il suicidio rimane purtroppo una delle principali cause di morte nelle carceri e, sebbene l’Italia abbia leggi avanzate per prevenirlo, restano ancora casi di detenuti che si tolgono la vita in cella”, conclude Capece.






