La musica che ci gira intorno’ è il format de ‘La Voce di Genova’ dedicato alla scoperta e alla valorizzazione della scena musicale ligure, con un focus su artisti locali, eventi, nuovi talenti e le tradizioni sonore della nostra regione. Ogni settimana la musica sarà protagonista, in ogni sua forma e da ogni punto di vista. Qui troverai interviste agli artisti, le nuove uscite discografiche, gli appuntamenti per vedere concerti ed esibizioni live e spazio a chi, con la musica, ci lavora: dai produttori ai fonici, dai musicisti ai gestori di locali, teatri e spazi dove è possibile far sentire la propria voce.
Non importa quante volte sei già entrato nel laboratorio di Paolo Sussone, il liutaio di Campetto: ogni volta è sempre un’emozione. Sarà per la cura con cui ogni oggetto è organizzato, sarà per il legno e gli attrezzi che si prendono il loro spazio senza invaderlo, o magari le chitarre che sembrano voler raccontare storie, ognuna diversa dall’altra. Qualunque sia la ragione, da quasi vent’anni lui costruisce e restaura chitarre. Questa vocazione è arrivata nella sua vita quasi per caso, quando ormai aveva già preso un’altra strada: “Avevo quasi trent’anni e avevo già un altro lavoro, come spedizioniere: la mia giornata era fatta di telefonate, urla, ritmi frenetici. Poi un giorno mi sono trovato dentro un laboratorio di liuteria e mi si è aperto un universo”.
La musica, in realtà, lo accompagnava da sempre. “Ho iniziato a suonare la chitarra quando avevo nove anni. Ricordo perfettamente il momento: ero a casa di una compagna di scuola, ho visto una chitarra appoggiata lì e mi ha colpito… è stata una specie di attrazione immediata”. Con il tempo quella passione per lo strumento si è trasformata in curiosità per la sua costruzione.
L’incontro decisivo è stato con il liutaio genovese Pio Montanari. “Quando sono entrato nel suo laboratorio mi ha colpito tutto: la bellezza del posto, la calma con cui lavorava. Stava intagliando la testa di un violino sotto una piccola lampada. Io venivo da un lavoro completamente diverso e mi chiedevo: cosa fa esattamente quest’uomo?”.
Sussone iniziò a frequentare quel laboratorio, cercando di capire come si potesse imparare il mestiere. A un certo punto fece la domanda più diretta: insegnargli a costruire una chitarra. La risposta fu un rifiuto. “Mi disse di no. All’inizio non capivo. Pensavo: ho quasi trent’anni, se non mi insegni tu dove posso imparare?”. In realtà, con il tempo ha capito che quel consiglio era stato prezioso. “Mi disse di continuare a cercare, di seguire la mia strada. Così ho iniziato a frequentare seminari con liutai italiani e americani e poi ho trovato la scuola di Milano, dove ho conosciuto il mio maestro, Mario Rubio”.
La prima chitarra costruita è stata una rivelazione. “Lì ho capito davvero quanto mi appassionasse. Ma anche quanto fosse difficile. Costruire una chitarra richiede una precisione micromillimetrica, una quantità enorme di conoscenze e la capacità di usare strumenti che io non avevo mai preso in mano”. La liuteria, spiega, è una disciplina che non si improvvisa. “Quando ho iniziato non avevo mai lavorato il legno. Non facevo modellini, non costruivo nulla. Era un mondo completamente nuovo”.
Col tempo, però, è nata anche una passione profonda per la materia prima. “Il legno è una scoperta continua. Non è solo una questione estetica: bisogna capire le proprietà acustiche, come reagisce, come risuona”.
Per questo Sussone va spesso a scegliere personalmente i materiali. In particolare nella foresta di Paneveggio, in Val di Fiemme, la stessa da cui si riforniva Antonio Stradivari nel Settecento. “Lì cresce l’abete rosso di risonanza. Non tutti gli alberi hanno le caratteristiche giuste, ma alcuni sì: crescita regolare, densità precisa, fibre particolari. È il legno ideale per la tavola armonica, che è la parte più importante della chitarra”.

Nel suo laboratorio mostra pezzi di legno, per i non addetti ai lavori senza nessuna caratteristica particolare ma che, per chi è del mestiere, iniziano già a raccontare la musica che poi andranno a suonare. “Da qui ricavo le tavole. Le affetto nel modo giusto, le preparo e poi da quelle nasce la tavola armonica, cioè la parte dello strumento che vibra e determina almeno il settanta per cento del suono”.
Il resto è un lavoro di combinazioni e esperienza. “Bisogna abbinare i legni giusti. Tavola armonica, fondo, fasce: ogni scelta cambia il risultato finale. È un equilibrio tra tecnica e ascolto”. Dopo anni di studio e lavoro, nel 2013 ha aperto il primo laboratorio in piazza San Matteo. “All’inizio avevo iniziato in una stanza di casa. Poi ho deciso di fare il salto”.
Non è stato solo un cambiamento professionale. “Io non sono mai stato molto portato per l’autopromozione. Però ho capito che se volevo far provare le mie chitarre dovevo farmi conoscere”. Così ha iniziato a contattare musicisti di passaggio in Italia. “Il primo fu Tommy Emmanuel. Poi sono arrivati altri, tra cui Brunori Sas e anche Ben Harper”. Musicisti molto diversi, ma tutti curiosi di provare strumenti costruiti artigianalmente.
Negli anni il laboratorio è diventato anche un piccolo punto di riferimento per concerti e incontri musicali. “Mi piace organizzare eventi con musicisti bravi, anche se non sono famosissimi. È un modo per far conoscere strumenti di liuteria, che purtroppo oggi si sentono sempre meno. È un po’ come avviene con il cibo: finché non conosci, ti va bene tutto. Quando inizi a capire la differenza, affini il gusto”.
Costruire una chitarra, però, resta un lavoro complesso e spesso faticoso: alcune fasi richiedono una precisione estrema. “Per esempio lo spessoramento della tavola armonica. Parliamo di decimi di millimetro. Se sbagli, il suono cambia completamente”. Anche il manico è più complicato di quanto sembri. “È composto da tre pezzi, con incollaggi e lavorazioni precise. E la forma deve essere perfetta: è la parte che il chitarrista sente sotto la mano”. Alla fine, dice sorridendo, gli ingredienti fondamentali sono pochi. “Pazienza, pazienza e ancora pazienza. E tanta voglia”.

Tra le esperienze più emozionanti della sua carriera c’è stata una grande soddisfazione: il restauro della mitica chitarra di Fabrizio De André. “Sono cresciuto con le sue canzoni. E avevo sempre un rimpianto: non sono mai riuscito a vederlo dal vivo. Avevo diciotto anni quando uscì il suo ultimo tour, ma i biglietti erano già finiti. Per questo, quando si è presentata l’occasione di analizzare lo strumento e di prendermene cura andando oltre la semplice manutenzione, ero felicissimo”.
Quando ha aperto la custodia ha avuto un momento di esitazione. “Ho provato una certa soggezione. Non perché sia una reliquia, ma perché è uno strumento che ha accompagnato una parte importante della storia della musica”. Dopo qualche minuto ha deciso di provarla, e ha suonato due sue canzoni: “Hotel Supramonte” e “Fiume Sand Creek”. Il restauro ha riportato lo strumento a una piena funzionalità. “Adesso suona perfettamente, come trent’anni fa”.
Il lavoro con gli strumenti antichi, racconta, ha sempre qualcosa di speciale. “Adesso mi hanno affidato il restauro di una chitarra del 1827, costruita da un liutaio che realizzò strumenti anche per Giuseppe Mazzini e per Paganini”. Quando lavora su oggetti così antichi non può evitare di pensare al tempo. “Sono strumenti costruiti prima dell’Unità d’Italia. Hanno attraversato due secoli di storia, chissà quanti proprietari e quante musiche diverse”. E a volte il pensiero corre anche al futuro. “Ogni tanto mi chiedo cosa penserà qualcuno tra cento o duecento anni, se metterà le mani su una mia chitarra”. In fondo è anche questo uno dei motivi per cui ha scelto questo mestiere. “C’è qualcosa che va oltre il tempo. La musica, l’artigianato, la storia degli strumenti: tutto si intreccia”. Per il resto, dice, continua semplicemente a seguire la sua strada. “Ho imparato che se fai quello che ti piace davvero, prima o poi arrivano cose belle”.







