“C’era un silenzio incredibile, stavano facendo il massaggio cardiaco anche con un macchinario. A un certo punto ho detto: ‘Basta, portatelo in ospedale’”. È un racconto intriso di dolore e precisione cronologica quello reso in aula da Monica Stagnaro, madre di Andrea De Mattei, il quattordicenne che perse la vita nel gennaio di tre anni fa dopo un’escursione in canoa nel fiume Entella.
Davanti ai giudici, nel processo che vede imputati gli istruttori e i vigili del fuoco intervenuti quel giorno, la donna ha ricostruito i momenti convulsi dell’allarme e dei soccorsi, assistita dall'avvocato Rachele De Stefanis. Un passaggio chiave della deposizione ha riguardato le tempistiche della comunicazione: secondo la madre, il contatto con la famiglia sarebbe avvenuto quando la situazione era ormai disperata.
“Sono stata chiamata dall’allenatore alle 17,23, mi ha detto di andare subito sul posto. Dalla voce ho capito che era successo qualcosa di grave”, ha ricordato la donna. Giunta sulle sponde del fiume pochi minuti dopo, si è trovata di fronte a una scena drammatica: l’area transennata e il figlio a terra circondato dai soccorritori. “Quando sono arrivata lo stavano rianimando, ho capito subito che era gravissimo”.
Monica Stagnaro ha sottolineato con amarezza quello che ritiene un ritardo inaccettabile: “Andrea aveva avuto l’incidente a metà pomeriggio, io sono stata avvisata dopo. Dovevo essere lì con lui durante i soccorsi”. Dopo i primi tentativi di rianimazione sul posto, era iniziata una tragica corsa tra gli ospedali: prima il tentativo di seguire l'ambulanza verso Lavagna, poi il trasferimento d’urgenza in elicottero al Gaslini di Genova.
Nonostante gli sforzi dei medici, il cuore di Andrea ha smesso di battere pochi giorni dopo il ricovero del 12 gennaio. Il 15 gennaio era stata accertata l'assenza di attività cerebrale e la famiglia, con un estremo gesto di generosità, aveva acconsentito alla donazione degli organi.
Oggi, a distanza di tempo, la ferita resta aperta: “Non sono più la stessa persona di prima, ho smesso di lavorare”, ha confidato la madre, ringraziando la comunità per il sostegno ricevuto ma chiedendo, fermamente, che si faccia luce sulla verità processuale. Al termine dell’udienza, ha lanciato un monito che risuona come una richiesta di giustizia: “Se ognuno si assumesse le proprie responsabilità, umanamente e professionalmente, sarebbe meglio per tutti”.






