Madeira è un’isola portoghese sospesa nell’Atlantico, dove il meteo cambia nel giro di pochi chilometri e nulla resta uguale a lungo: sole, nebbia e vento si inseguono senza dare preavviso.
E proprio dentro questa instabilità Rossella e Michele hanno trovato il loro punto d’incontro.

Perché Madeira?
Rossella: Era una meta che avevo in mente da tempo. Le immagini dei paesaggi mi avevano colpita subito, in modo molto forte. C’era qualcosa che mi richiamava, una sensazione difficile da spiegare. E poi quell’idea dell’isola dell’eterna primavera… anche se poi nella realtà l’ho trovata più sfumata.
Michele: Io mi sono lasciato trascinare dal suo entusiasmo. Ho iniziato a documentarmi e ho capito che non era una destinazione qualsiasi: viene spesso citata tra le più spettacolari al mondo, soprattutto per la sua natura pazzesca. Poi la possibilità di girarla, in totale autonomia, mi ha convinto definitivamente.

Rossella — Essere coppia nella vita quotidiana è una cosa, esserlo anche in viaggio magari un’altra. Com’è stato per voi?
Credo che siamo stati fortunati, perché non è affatto scontato trovarsi bene anche in viaggio. Nella quotidianità ci sono abitudini e ritmi consolidati, mentre in vacanza le cose possono cambiare. Noi riusciamo a confrontarci e a costruire insieme il percorso. Non si tratta di compromessi forzati, ma di un equilibrio spontaneo: uno propone, l’altro completa, e alla fine troviamo sempre una sintesi. È questo che fa davvero la differenza: venirsi incontro, sempre. Non è necessario avere gli stessi gusti, ma è fondamentale avere la volontà di condividere. E soprattutto leggerezza: evitare di appesantire, lasciare spazio all’altro. È questo che fa funzionare le cose, in viaggio come nella vita.

Michele — Ci racconti i primi passi del viaggio?
Siamo arrivati in treno a Milano, poi volo per Lisbona con tappa: una breve parentesi, vissuta più con stanchezza che con lucidità. All’alba, di nuovo in viaggio verso Funchal. Una piccola maratona insomma! Madeira si è fatta attendere, ma ne è valsa la pena. Noleggiare un’auto si è rivelata la scelta migliore: flessibilità totale in un’isola che chiede di essere esplorata. Dopo una giornata di recupero, abbiamo puntato alle escursioni più spettacolari. Ma il meteo ha stravolto i piani: nebbia, vento, sentieri impraticabili e alcuni chiusi. Così abbiamo iniziato a improvvisare, inseguendo il cielo azzurro e adattandoci continuamente. È stato un cambiare rotta quando necessario, scoprendo così un’isola meno prevedibile.
Rossella — Quali sono i luoghi che ti hanno colpito particolarmente?
Câmara de Lobos, che è un borgo di pescatori essenziale ma autentico, uno di quei posti che non cercano di impressionare, ma finiscono per restarti dentro. Non ha nulla di spettacolare in senso classico, e forse è proprio questo il suo punto di forza: le persone, i ritmi lenti, i gesti quotidiani. Le barche colorate rientrano nel porto, i pescatori sistemano le reti e la vita scorre con una naturalezza disarmante. Ricordo i signori seduti a giocare a carte, le voci basse, le risate improvvise e il sole che finalmente arrivava dopo giorni di nebbia, quasi come una ricompensa. Era tutto estremamente vero, privo di costruzioni per il turista. E poi la Foresta di Fanal a 1200 metri s.l.m, che sembra appartenere a un’altra dimensione. È una distesa di alberi e pascoli di montagna, ma è la nebbia a definirne davvero l’identità. Quando ci siamo andati pioveva, c’era fango e la visibilità era ridotta, eppure era proprio questo a renderla così affascinante. Un po’ come essere in una fiaba.

Michele — Il clima è davvero così imprevedibile e determinante?
Assolutamente sì. È stato quasi un compagno di viaggio. Nel giro di mezz’ora puoi passare dal caldo al freddo, dal sole alla pioggia fitta. È difficile pianificare prima: devi accettare il cambiamento, che alla fine diventa parte integrante dell’esperienza. Per questo è fondamentale partire preparati: servono scarpe adatte anche al fango e abbigliamento impermeabile. A volte le condizioni meteo limitano le possibilità, altre volte ne creano di nuove. Così è stato quando abbiamo percorso la Levada delle 25 Fontes, immersi in un paesaggio in continua trasformazione, dove ogni curva regala una sensazione diversa. Un luogo da scoprire passo dopo passo, stagione dopo stagione. La levada è un tipo di canale d’irrigazione costruito a partire dal XVI secolo per trasportare l’acqua dal nord umido dell’isola al sud più secco. Camminare qui non è solo un’esperienza naturalistica: è percorrere una vera infrastruttura storica ancora oggi funzionante, che ha reso possibile la vita agricola a Madeira.

Rossella — Cosa si beve a Madeira?
La “Poncha” è molto più di una semplice bevanda: è un piccolo rito sociale. A base di rum agricolo, viene mescolata con succo fresco di agrumi e zucchero o miele, creando un equilibrio tra dolcezza e acidità. Nata come digestivo, oggi si beve a qualsiasi ora del giorno. Non è raro fermarsi per un bicchierino a metà mattina o condividerla al tramonto nei piccoli bar affacciati sull’oceano. A Funchal ne abbiamo assaggiate diverse, ma quella che ci è rimasta più impressa è stata in un locale chiamato Number Two, semplice e autentico, dove ogni sorso sembrava raccontare una storia diversa.

Michele — E il cibo?
Partivamo con l’idea di un luogo legato soprattutto al pesce — e solo in parte è così — ma ciò che ci ha sorpreso è stata la centralità della carne nella cucina locale. In particolare, le “Espetadas”: grandi spiedini infilzati su rami di alloro e cotti alla brace, che rendono la carne succosa e profumata. Accanto, quasi immancabile, c’è il bolo do caco: un pane morbido, leggermente tostato, condito con burro, aglio e prezzemolo. Semplice ma molto sfizioso. E poi le patate, sempre presenti, spesso schiacciate o arrostite, a completare il piatto. È una cucina che non cerca effetti speciali, ma conquista per autenticità e gusti inaspettati.

Cosa resta di Madeira ?
Rossella: la sensazione di esserci adattati senza forzature. Un viaggio che non ha seguito un copione, ma che proprio per questo mi ha insegnato a lasciar andare le aspettative. Mi resta l’autenticità dei luoghi semplici e quella capacità di stare dentro al momento senza doverlo controllare.
Michele: il valore dell’imprevisto. Un’isola che mi ha ricordato che non tutto va pianificato, e che proprio lì nasce la vera scoperta. Ma soprattutto mi resta la conferma che condividere il viaggio — con la persona giusta — è il vero valore aggiunto.

Alla fine, possiamo concludere che “Madeira non segue programmi”. Ti spiazza, ti sposta, ti rimette in gioco. Ed è proprio lì che funziona: non è un’isola da guardare e basta, ma da vedere in profondità. Il suo segreto: non offrirti certezze, ma insegnarti a stare sull’onda. E poi sì, è anche una promessa miracolosa — quella dell’eterna primavera.
















