Il mese scorso, presso la sua sede di Washington, il Comitato per la protezione dei Giornalisti ha pubblicato il suo 35° rapporto annuale, relativo al 2025, in cui vengono riepilogati gli episodi di violenza e di sopraffazione che hanno coinvolto i rappresentanti dei Media in tutto il mondo.
Il Committee Protection Journalist (https://cpj.org/it/) è una ONLUS internazionale e indipendente che si occupa della libertà di stampa a livello globale, che opera dal 1981 nel monitoraggio delle violazioni dei diritti dei reporter, godendo di donazioni e senza accedere ad alcun finanziamento governativo.
Il responso di quest'anno, per quanto atteso e prevedibile, risulta essere comunque sconcertante nei suoi dati fondamentali e dovrebbe indurre alla profonda riflessione tutti i Governanti del globo e, principalmente, quelli occidentali, che pretendono sempre di ergersi a paladini e professori di civiltà, libertà e rispetto dei diritti umani.
Potrebbero bastare poche frasi, contenute nel documento, per far capire a tutti “che aria tira” in una certa regione, in cui però, sembra vigere la completa immunità da qualsiasi regola di Diritto Internazionale o norma del vivere comune in un minimo di umanità. “Nel 2025 almeno 104 dei 129 giornalisti e operatori dei media morti, sono stati uccisi durante conflitti...sebbene il numero di giornalisti e operatori dei media uccisi in Ucraina e Sudan sia aumentato nel 2025 rispetto all’anno precedente, rispettivamente a quattro e nove morti, i numeri sono rimasti molto bassi rispetto a Israele”. “L’esercito israeliano ha commesso più omicidi mirati di membri della stampa di qualsiasi altro esercito governativo fino a oggi, e la stragrande maggioranza delle vittime sono giornalisti e operatori dei media palestinesi a Gaza”. “Oltre il 60% degli 86 giornalisti, la cui uccisione viene attribuita alle Forze di difesa israeliane (Idf) nel 2025, era palestinese e lavorava a Gaza”.
In termini assolutamente statistici, pertanto avulsi da qualsiasi influenza ideologica, a fronte dei dati relativi a Sudan ed Ucraina nello stesso periodo e pur ammettendo la diversità dei teatri operativi, gli uni prettamente campali mentre quello di Gaza esclusivamente urbano, sembra emergere una certa sistematicità nell'eliminazione delle fonti mediatiche che agivano in quel contesto. Tale tesi sembra essere suffragata anche da un paio di valutazioni contenute nel rapporto.
La prima si riferisce al sensibile aumento di giornalisti morti a causa di attacchi di droni, ben 39 complessivi, di cui 28 sicuramente attribuibili alle Forze israeliane le quali, vale la pena evidenziare, dispongono di assetti di elevatissima tecnologia, che sono caratterizzati da notevole precisione, in quanto sfruttano anche l'Intelligenza Artificiale per il controllo e la guida e sono stati prevalentemente utilizzati per attacchi mirati contro obiettivi specifici. Pertanto, i margini di errore nell'aver colpito dei reporter invece che miliziani di Hamas sono veramente esigui.
E ad integrazione di questo aspetto c'é la seconda valutazione del rapporto, che riguarda l'uso indiscriminato di accuse di coinvolgimento attivo dei giornalisti nelle operazioni, in gran parte poi rivelatesi infondate. Tale approccio, secondo la ONG, riguarderebbe sia la detenzione che l'uccisione di reporter, soprattutto da parte delle autorità israeliane nell'area di Gaza. Infatti, viene testualmente affermato “Israele, in particolare, ha ripetutamente ucciso giornalisti che successivamente — e in alcuni casi preventivamente — ha accusato di essere militanti, senza fornire prove credibili a sostegno delle sue affermazioni”. A supporto di tale tesi, vengono citati alcuni casi specifici, tra cui quello di Anas Al-Sharif, corrispondente di Al Jazeera, ucciso il 10 agosto 2025, con due suoi colleghi, mentre era in una apposita tenda, contrassegnata per i Media. Lui stesso aveva più volte pubblicamente avvertito di sentirsi in pericolo, a seguito di molteplici infondate accuse da parte israeliana.
A corona di tutto questo, si condanna “la persistente cultura dell'impunità negli attacchi alla stampa”, che deriva anche da una completa indifferenza della Comunità Internazionale verso questo fenomeno che, operativamente parlando, fa molto comodo a coloro che utilizzano procedure e modalità di combattimento poco ortodosse, per non dire illegali.
Al momento, la sporca faccenda di Gaza sembra sopravvivere in una bolla tutta sua, dalle pareti completamente opacizzate dall'egida di un Board of Peace che, nella sua prima e sinora unica riunione, ha forzatamente ufficializzato una condizione di velleitario cessate il fuoco che, peraltro, registra continuamente delle violazioni, in una situazione per la popolazione che definirla drammatica appare eufemistico.
Ma nel frattempo si è acceso il teatro libanese, che ha già superato i 1200 morti, tra cui si contano anche i primi 3 giornalisti, uccisi da un attacco israeliano, nel pieno rispetto di quanto affermato nel rapporto di CPJ, nel senso che si è trattato di un'azione deliberata, addirittura rivendicata da Tel Aviv, proprio per colpire Ali Shauaib, reporter dell'emittente Al-Manar (testata vicina ad Hezbollah), accusato di essere un infiltrato del Partito di Dio. Nessuna prova a sostegno dell'assassinio e nessuna remora a farne fuori tre per colpirne uno, anche perché sono testimoni in meno in un teatro operativo che sta ricalcando lo stesso cliché di quello di Gaza, anche se tale metodo omicida non è una novità per il Libano, visto che nella fase della guerra, tra ottobre 2023 e novembre 2024, i giornalisti eliminati dagli Israeliani furono 22.
Ma in Libano, i testimoni scomodi non sono solo i rappresentanti dei Media, perché anche i Caschi Blu della Missione ONU UNIFIL 2, per quanto per motivazioni diverse, hanno il compito di monitorare gli eventi, individuando tutte le violazioni al rispetto del Diritto Internazionale e dei Diritti umani. Questi militari costituiscono quindi una presenza decisamente indigesta per uno scontro che ha tutta l'aria del regolamento di conti, senza esclusione di colpi, per cui se restano nelle loro basi e, ancor meglio nei bunker, sembra essere meglio per tutti.
E quello che è successo nelle ultime ore, con la morte di 3 soldati indonesiani, tutti deceduti a causa di esplosione di ordigni (uno in una base e due in pattuglia), potrebbe esserne una dimostrazione quasi matematica, anche alla luce di quanto successo, poco più di un anno fa, nella prima fase di questa guerra tra Hezbollah e Israele. Attacchi alle Forze ONU, da una parte e dall'altra, a cui non sono sfuggiti neanche i Caschi Blu italiani, che hanno subito i razzi di Hezbollah, ma anche il fuoco di carri armati Merkawa israeliani, che non si son fatti troppi problemi a tirare contro torrette di osservazione, salvo poi far arrivare le scuse di Autorità militari e diplomatiche “per l'errore”. Come se una postazione ONU, caratterizzata da bandieroni e rivestimenti bianchi per essere altamente visibile, non sia perfettamente identificabile da un mezzo corazzato dotato dei più sofisticati sistemi di riconoscimento e di puntamento.
Anche l'attuale guerra, che ha tutta l'aria di volersi consumare sino in fondo, per cui sarà caratterizzata da un più elevato livello di violenza, molto probabilmente registrerà altri eventi di questo genere contro sia giornalisti che Caschi Blu, perchè in un contesto operativo del genere i testimoni non sono né ammessi né graditi. E questo riguarda entrambe la parti in conflitto, ma con la differenza che una è considerata da mezzo mondo un'organizzazione terroristica, l'altra è invece definita come l'unica democrazia del Medio Oriente.
Generale Marcello BELLACICCO
Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” - Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan
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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free Mind”
Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1






