Emozioni e pulsioni difficili da gestire, genitori fragili e scuola con mezzi poco adeguati: ci sono tre elementi che, se combinati insieme, possono scatenare episodi di gravissima entità, come quelli che abbiamo visto di recente legati al mondo della scuola e al disagio giovanile.
Dall’assassinio di La Spezia, dove uno studente è stato ucciso a scuola da un suo coetaneo, all’accoltellamento della professoressa nella scuola media di Trescore Balneario (in provincia di Bergamo) da parte di un tredicenne, sino alla scoperta di uno studente diciassettenne di Perugia che stava preparando una strage a scuola ed è stato arrestato: le nostre aule, quelle deputate all’educazione e alla formazione, sono diventate teatro di tragedie e di una violenza che non si era mai vista prima. Con la vita umana che, ormai, non conta più nulla e adolescenti che si comportano come se vivessero in un mondo parallelo.
La situazione è molto complicata, di difficile soluzione e da monitorare attentamente. Non lo nasconde Erika Panchieri, psicologa e psicoterapeuta già ideatrice nel Tigullio del progetto ‘ScuolAscolta’ e con una lunga esperienza rispetto ai problemi dell’adolescenza, che l’ha portata di recente anche a scrivere un libro: ’Disturbi emotivi. Cosa fare (e non). Guida rapida per insegnanti’.

“I casi specifici sono un po’ diversi e, quindi, come sempre è fondamentale cogliere l’occasione per allargare la riflessione più su un piano generale. Bisogna capire anzitutto quale sia il termometro della situazione reale di ragazzi e ragazze. Frequentando molto il mondo della scuola e il mondo degli adolescenti, posso dire che di sicuro partiamo da una base naturale dove ogni emozione, qualsiasi essa sia, viene amplificata, perché questo fa proprio parte dell’età dello sviluppo. Più è amplificata e più è difficile da gestire, perché a questa età non si hanno ancora gli strumenti adeguati. Parlo di qualsiasi emozione: dalla gioia, alla delusione, dall’amore al dolore. A volte, la soluzione a questo problema, ovvero la difficoltà nel gestire le emozioni, diventa rifugiarsi nel mondo digitale, creandosi un contesto parallelo rispetto alla vita reale. Il mondo digitale, in questo caso, diventa una strategia disfunzionale per provare a risolvere una situazione difficile”.
C’è però, secondo la psicologa e psicoterapeuta, “uno scollamento anche molto forte tra mondo reale e mondo virtuale, perché nel mondo virtuale si può non entrare bene in contatto con le emozioni, e quindi si perde il contatto con la realtà. Quando poi la realtà difficile da gestire si ripresenta, si va in crisi”.
Questo è il primo aspetto, “e poi ci sono i genitori e gli insegnanti. Quando accade un fatto di cronaca non c’è mai solo la singola responsabilità degli adolescenti, ma bisogna guardare il contesto nella sua interezza. Gli adulti, e quindi anche i genitori, vivono un’epoca di enorme fragilità: se un adulto è fragile, se lui per primo ha problemi nel gestire le emozioni, non potrà essere un solido punto di riferimento per il proprio figlio. E magari diventa il primo che utilizza il mondo digitale come rifugio, in modo assolutamente sbagliato”.
Il terzo elemento è infine la scuola: “Gli insegnanti - osserva Erika Panchieri - si trovano al giorno d’oggi di fronte a situazioni sempre più complesse: classi in sovrannumero, multiculturali, sempre più movimentate dal punto di vista del comportamento. La scuola non riesce a far fronte: mancano le risorse, a volte manca una formazione adeguata, e poi gli stessi insegnanti possono mostrare le loro fragilità personali. C’è la tendenza da parte dei ragazzi e delle ragazze a fare da soli nel gestire le loro emozioni, anche perché non trovano intorno a loro chi li possa aiutare, né a casa né a scuola. Le fragilità sono a tutti i livelli e poi arriviamo alle conseguenze, che possono essere anche tragiche, come abbiamo visto”.
Secondo Erika Panchieri, “il primo punto è rendersi conto che un problema c’è e che non si risolve in cinque minuti. Sicuramente, non si risolve con le perquisizioni e con i metal detector prima di entrare a scuola. Serve che ognuno si rimetta in discussione e in ascolto dell’altro. Il villaggio deve tornare a parlarsi e a mostrare maggiore condivisione. Partendo dagli adulti: prenderci cura di noi stessi, farci aiutare, imparare a guardare e, soprattutto, a non sottovalutare nulla. E poi, un po’ di regole: un percorso che fissi delle linee guida per l’utilizzo delle nuove tecnologie, per i social network soprattutto. Ricordo che per iscriversi a un social bisogna avere almeno 14 anni. E poi il cellulare: non dovrebbe esser dato a un ragazzo prima della secondaria di primo grado. Ci sono delle età da rispettare, ci sono dei tempi per tutte le cose se vogliamo essere in linea con le tappe evolutive dei minori. Ecco, da psicologa ma anche da mamma, mi aspetto una società che impari una volta per tutte a rispettare i tempi, a porsi dei limiti, a supervisionare e ad avere occhi sempre aperti sui ragazzi. Tenendo ben presente che gli occhi sempre aperti sui ragazzi non hanno data di scadenza”.






