Quasi trent’anni di misteri, depistaggi e silenzi si condensano nelle 220 pagine delle motivazioni con cui la Corte d’Assise di Genova ha condannato in primo grado Anna Lucia Cecere a 24 anni per l’omicidio di Nada Cella e il commercialista Marco Soracco a due anni per favoreggiamento. Un documento che ricostruisce il brutale delitto del 6 maggio 1996 a Chiavari come il frutto di un "odio abnorme" e di un dolo d'impeto nato dal rancore.
Uno dei punti cardine affrontati dai giudici riguarda la scelta di Anna Lucia Cecere di non rendere mai dichiarazioni e non presentarsi in aula. Se da un lato la Corte ribadisce la "vera e propria 'sacralità' del silenzio serbato dall'imputato", definito un "architrave del nostro sistema", dall'altro chiarisce che tale scelta non può proteggere la difesa oltre il dovuto.
"Anche il silenzio presenta un rilevante rovescio della medaglia: la rinuncia dell'imputato ad apportare elementi nel processo è invero 'a tutto tondo', cioè concerne i profili di addebito e quelli di discarico. Non può essere lo stesso silenzio a sostenere profili difensivi che avrebbero richiesto la diretta allegazione da parte dell'interessato e che, perciò, non possono essere spacciati per 'alibi'".
A pesare sulla posizione della Cecere sono le testimonianze dell'epoca. Una vicina di casa, la teste Berisso, riferì che la donna "usciva al mattino sempre verso le 8.30-9, mentre il giorno dell'omicidio era uscita prima delle 8", un orario giudicato perfettamente compatibile con il delitto.
Per i giudici, inoltre, l'assassino non era un estraneo: "A meno di lavorare di fantasia, a commettere l'omicidio debba essere stato giocoforza un soggetto che 'poteva' non solo bussare alla porta dello studio e chiedere di esservi ammesso, ma addirittura farvi ingresso ed essere ricevuto dalla segretaria nella propria stanza".
L'aggressione a Nada Cella non sarebbe stata premeditata, ma scatenata da una discussione degenerata. I segni sul corpo rivelano l'uso di un'arma "decisamente impropria, rinvenuta sul posto", probabilmente un oggetto contundente che si trovava sulla scrivania.
"Lo sfacelo del cranio della vittima rivelato dall'autopsia può trovare una spiegazione razionale soltanto se inquadrato come la manifestazione di un irrefrenabile odio personale verso Nada da parte dell'omicida, la cui furia aggressiva s'è placata soltanto quando Nada è stata ridotta in fin di vita sotto una gragnuola di colpi."
Il movente? Una miscela di "gelosia e rancore nei confronti di una segretaria efficiente e graziosa" che godeva di una sicurezza economica e di un'autorevolezza che l'imputata non possedeva.
Un altro pilastro dell'accusa è la testimonianza di Giuseppina Radatti, che vide una donna allontanarsi con una mano fasciata e sporca di sangue. Per la Corte, la descrizione fornita "si attaglia alla perfezione a quella di Cecere" e la somiglianza con le foto dell'epoca è definita "realmente impressionante".
Dure le parole dei giudici sul comportamento di Marco Soracco, condannato per favoreggiamento. Secondo la sentenza, l'uomo omise notizie fondamentali sulle telefonate indesiderate ricevute dalla Cecere, esponendo "per quanto inconsapevolmente, la povera Nada alle ire della stessa".
Il ritardo nel chiamare i soccorsi, quando Nada ancora rantolava al suolo, viene letto non come volontà di coprire il delitto, ma come frutto di una "maturazione 'bloccata'". Soracco sarebbe rimasto "quasi 'ostaggio' della madre Marisa e della zia Fausta", incapace di prendere decisioni autonome senza consultare il "consiglio di famiglia". Quel tempo perso, giustificando l'orrore come un malore o una caduta accidentale, ha pesato per trent'anni sulla ricerca della verità.






