Attualità - 13 aprile 2026, 15:25

Il centro storico, la cabina-orinatoio e l’inciviltà che tiene in scacco un quartiere

La foto della cabina telefonica dismessa di piazza Matteotti ha reso visibile a tutti ciò che i residenti del centro storico vivono da anni: la maleducazione di chi si lascia andare ai propri bisogni per strada, soprattutto di sera e nei fine settimana. E il problema non riguarda i grandi eventi

Il centro storico, la cabina-orinatoio e l’inciviltà che tiene in scacco un quartiere

Una fila di persone in attesa fuori da una cabina telefonica dismessa. Non un tentato amarcord a ritmo di monete, ma una ‘coda’ per fare i propri bisogni, tra gli sguardi delle tante persone che si trovavano ad affollare piazza Matteotti e quelli non certo stupiti dei residenti.

Dopo la grande festa con Charlotte De Witte che ha portato in piazza ottomila persone, più oltre il doppio nelle vie attorno, in queste ore sta facendo discutere quanto accaduto durante il concerto.

Una fila ordinatamente in attesa per utilizzare la cabina come orinatoio. Ma se da tante parti si grida al degrado e a comportamenti dettati dalla portata dell’evento, chi il centro storico lo vive quotidianamente, sa bene che questo è un problema che si ripresenta ogni fine settimana.

Passata la movida, chi percorre il centro storico sabato e domenica mattina deve fare slalom tra bicchieri e bottiglie (anche di vetro) abbandonati per strada e sulle finestre dei piani bassi; rivoli di urina; ‘chiazze’ lasciate da chi ha dato di stomaco.

Comportamenti ai limiti della decenza che sono diventati una triste abitudine.

Da anni troppo spesso i residenti si trovano davanti scene di ordinaria follia: persone sorprese a urinare persino davanti ai portoni senza la minima vergogna, ‘staffette’ per far i propri bisogni in questo o quel vicolo e sporcizia disseminata con i cestini strabordanti dalla quantità ma soprattutto dal volume della spazzatura: cartoni della pizza gettati senza nemmeno essere compattati, bottiglie abbandonate in terra, mozziconi sparsi sopra i bidoni e per terra.

Chi vive tra piazza Caviglia, piazza Sarzano e i caruggi sottostanti, tra vico San Cosimo e strade limitrofe, via di Mascherona e via Dei Giustiniani - ma l’elenco sarebbe lungo -, sa perfettamente di cosa si parla: ragazze e ragazzi che, dopo aver stazionato nelle piazze della movida serale, si infilano nei vicoli per espletare le proprie funzioni fisiologiche. I muri diventano surrogati di servizi igienici che non esistono. Un'abitudine che degrada il patrimonio urbano e rende invivibile la quotidianità di chi in quei vicoli ci abita, oltre a creare pessime condizioni igienico-sanitarie.

A poco serve l’impegno di operatori e operatrici Amiu che ripuliscono le strade cancellando i segni di una inciviltà dilagante. Non è pensabile che si trovino ad affrontare situazioni che aggiungono criticità a una situazione già difficile con considerevoli rallentamenti delle mansioni quotidiane per la quantità e il tipo di rifiuti abbandonati in strada. In sintesi, non possono impiegare il doppio del tempo a pulire una piazza per il comportamento di pochi.

A questo si deve aggiungere un’altra questione: quella delle scritte sui muri. Intonaci ancora freschi usati come la lavagna della lista delle cose da fare che contribuiscono ad aumentare la sensazione di degrado.

Quella che emerge è una fotografia non certo lusinghiera che si ripete sempre uguale.

A chi abita e a chi lavora nel centro storico non va di giocare a ‘Trova le differenze’, per quello c’è la Settimana Enigmistica. Chi sceglie di vivere nella Città Vecchia lo fa per amore di una zona, per la storia personale, per tanti altri motivi, ma vedere le strade conciate come se fossero terra di nessuno sta diventando insostenibile.

Non c’è dubbio alcuno: ben venga la movida, ben venga l’apertura di locali che riqualifica il centro, che rende le strade sicure e consente anche un’ampia scelta dal punto di vista del consumo.

Non è più tollerabile però sopportare di vedere la propria città, casa propria, sfregiata.

Lo spettacolo di Charlotte De Witte (e lo ripetiamo ancora una volta, che il suo sia il primo di una lunga lista di appuntamenti non solo musicali di questa portata) ha puntato una lente sul comportamento di una parte della società.

L’evento ha gettato nuova luce su una città troppo spesso bistrattata, lasciata ai margini dei grandi circuiti di eventi, non solo musicali, pur avendo consegnato alla storia nomi e racconti la cui eco si riverbera ancora oggi.

Non è un male pensare a una Genova accattivante, che si mostra regalando scorci unici e suggestioni incredibili (vedere, per credere, le straordinarie immagini che da sabato sera stanno facendo il giro dei social); è peccato però non rendersi conto della deriva che la società sta prendendo. Una deriva che ha radici nelle difficoltà sociali, nella povertà culturale ed economica che sta coinvolgendo sempre più persone.

Un sistema che va disinnescato con la collaborazione diffusa e con interventi che, se da un lato necessitano di azioni repressive, dall’altro hanno disperato bisogno di un sistema educativo e di spazi di socialità dove confrontarsi, conoscere e crescere a qualunque età.

Gli eventi servono, vanno moltiplicati, diffusi in tutto il territorio ma occorre che una città come Genova venga amata e rispettata. Non si può scaricare la colpa sui locali, nemmeno sull’assenza di servizi pubblici. Occorre un ragionamento collettivo dove ciascuno di noi è chiamato in causa e dove ognuno fa la propria parte, consapevole che un piccolo gesto per la collettività genera una cascata di grandi gesti che portano sempre più bellezza, in innumerevoli forme.

Isabella Rizzitano

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