Il primo atto che ciascuno compie nascendo è quello del pianto.
Non per Isidoro Sifflotin.
Per lui il primo atto è stato il fischio. Non un fischio qualsiasi, un ‘urlafischio’ che, come un richiamo di un merlo, lo accompagna attraverso la vita.
Da quel suono nasce tutto: un linguaggio inventato, un’infanzia incantata, una brutale rottura, quella del 23 novembre 1980. Il terremoto dell’Irpinia.
Isidoro, lo spettacolo tratto da La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin di Enrico Ianniello, debutta questa era al Teatro Gustavo Modena, dove andrà in scena fino a domenica 19 aprile.
Il romanzo, pubblicato da Feltrinelli nel 2015 e vincitore del Premio Campiello Opera Prima e del John Fante Opera Prima, diventa ora un monologo: Ianniello è al tempo stesso autore e unico interprete in scena. La regia è affidata a Pau Miró, drammaturgo catalano con il quale l'attore e scrittore napoletano collabora da anni e che nel 2013 ha vinto il Premio Ubu per il miglior testo straniero proprio grazie a una loro traduzione condivisa.
“Il lavoro l'ho fatto insieme a Pau Miró - racconta Ianniello - condizione secondo me abbastanza fondamentale per lavorare su un testo così intimo come Isidoro. Quello che abbiamo cercato di fare è stato rispettare l'arco di trama del romanzo, che è fondamentale: al centro c'è il terremoto, una cosa inevitabile nel racconto”.
Lo spettacolo segue tre fasi ben distinte: “Un'infanzia particolarmente felice di Isidoro, un'infanzia che per quanto strana rimane magica grazie soprattutto alla presenza dei suoi genitori. Poi la scossa del terremoto. E infine una rinascita in una Napoli un po' da sogno, grazie all'incontro con un nuovo personaggio per lui magico: il signor Enzo".
Il cuore del personaggio, dunque dello spettacolo, è il suo linguaggio unico. Isidoro comunica attraverso i fischi, insieme a suo padre elabora un “fischiabolario”, costruendo una lingua inventata che porta con sé una speranza precisa. “È come se Isidoro fosse un musicista che si inventa una nuova forma musicale”, spiega Ianniello, “e grazie a questa riesce ad arrivare proprio al fondo del cuore delle persone. Con questa nuova lingua, l’idea è di perdere, tutti i vizi e le violenze della lingua vecchia”. Una fiaba, dunque, ma non solo: “Si può leggere dal lato magico, ma anche moltissimo dal lato musicale, perché in realtà è semplicemente un'altra forma di comunicazione".

Sul palco, i confini tra passato e presente si dissolvono grazie alla videoproiezione di Jordi Homs, che sovrascrive il corpo di Ianniello con frammenti di memoria. Ma quel che si mostrerà sarà qualcosa di particolare: “Un giorno stavo facendo una passeggiata vicino a Schio, in montagna. Mi ritrovo in un borghetto di tre o quattro case completamente distrutte ed entro a guardare. C'erano delle scarpe, un letto abbandonato, una biciclettina rossa, esattamente la bicicletta di Isidoro. E alla fine di questa inquadratura: una macchina per fare la pasta”. Un dettaglio che porta alla mente la mamma di Isidoro, Stella Dimare, un ‘caso’ che apre la porta ai protagonisti del romanzo, mescolando letteratura e realtà. Ianniello ha ripreso tutto col telefono. E quel ‘caso’ è diventato parte integrante di uno spettacolo che, alla fine, sembra voler mettere insieme un in un solo momento tutti gli elementi della storia.
Il terremoto dell'Irpinia non è soltanto lo sfondo della vicenda: “Il terremoto è il grande ‘sopravvento’”, dice Ianniello, giocando con le parole come fa il papà di Isidoro nel romanzo. "È la cosa che prende il sopravvento su una vita in realtà felice. I genitori di Isidoro sono due figure della responsabilità felice: si vivono il loro ruolo di genitori con grande gioia, non come un impegno gravoso. Il terremoto rompe proprio questo quadretto familiare che permetteva a Isidoro di essere un bambino sereno e creativo”.
Un dato biografico pesa su tutto questo. Ianniello aveva dieci anni il 23 novembre 1980, la stessa età di Isidoro. "Penso che questo spieghi perché la storia mi trafigge in modo così potente e intenso”, scrive nelle note di regia. Portarla a teatro, per lui, non è soltanto una trasposizione: è un atto necessario. “Il teatro è forse il luogo più di tutti deputato a raccontare questi eventi. Se l'attore è bravo, tu non puoi non sentire fisicamente il calore di quello che sta succedendo, quel calore sulla pelle che senti quando sei in scena e davanti a te un attore ride o piange. Lo puoi vivere solo a teatro”.
Ma tutto in questa produzione sembra spingere il pubblico verso un ritorno agli anni ’70. E se da un lato i costumi di Ortensia di Francesco e dell’aiuto costumista Federica Del Gaudio, ad aprire le porte del varco spazio temporale ci pensa la colonna sonora.
La voce di Patty Pravo, quella di Roberto Murolo, i grandi nomi internazionali come i Beatles, Nat King Cole. Poi, la classica con Vivaldi. Un ‘dialogo’ che si fa conforto, che sostiene le emozioni e i ricordi componendo la triade dell’accordo in cui Isidoro è la terza.
Lo spettacolo è già stato portato a Barcellona, in catalano, per diverse repliche. Questo grazie anche alla coproduzione della Casa del Contemporaneo di Napoli, del Teatro Akadèmia e de La Fanfola, due realtà di Barcellona che tornano spesso nelle scelte di Ianniello. Questa è la prima di un nuovo corso ‘internazionale’ pensata come un attraversare i confini geografici creando una rete sempre più fitta con l’Italia e lavorando verso la dramamturgia contemporanea. Partita dalla Spagna, la storia di Isidoro torna ‘a casa’ con un bagaglio di emozioni intense che si arricchiranno nel corso dei prossimi mesi: “Vedere i catalani in lacrime è stata una bellissima sensazione”, dice Ianniello. La tournée proseguirà al Teatro Biondo di Palermo la prossima settimana, poi al Festival di Bassano in estate, e l'anno prossimo al Piccolo di Milano e a Roma.
L'intenzione finale è chiara, e Ianniello la formula senza esitare: “A me piacerebbe che il pubblico si portasse via quello che mi porto via io: la sensazione profondissima della catarsi. Attraversare una storia con tantissime risate e momenti commoventi, e uscirne con la sensazione di esserti ripulito. Mi piacerebbe che rifacessero un'immersione nella loro infanzia e ne uscissero con questa sensazione di pulizia”.






