Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.
Dall’8 al 10 maggio Genova tornerà ad accogliere l’Adunata nazionale degli alpini, giunta alla sua 97ª edizione, a distanza di 25 anni dall’ultima volta in città. Un evento storico, capace di richiamare migliaia di persone da tutta Italia, tra sfilate, canti, incontri e momenti di condivisione. Una manifestazione che per molti rappresenta un forte simbolo di identità, appartenenza e memoria.
Eppure, tra i più giovani, la domanda che emerge è semplice: cosa rappresentano davvero oggi gli alpini?
La risposta, spesso, è ancora più semplice. Molti giovani non lo sanno. Non conoscono la storia del corpo degli alpini, il loro ruolo, il significato di un raduno di questo tipo. Gli alpini sono un corpo militare dell’Esercito italiano, nato nell’Ottocento, storicamente legato alla difesa delle zone montane. Nel tempo, però, il loro ruolo è andato oltre l’ambito militare: oggi sono conosciuti anche per il loro impegno nella protezione civile, negli interventi durante calamità naturali e nelle attività di volontariato. L’Adunata nazionale è proprio il momento in cui questo corpo si ritrova, celebrando la propria storia e i propri valori.
Nonostante questo, per molti giovani si tratta solo di un grande evento di cui si sente parlare, ma senza un reale coinvolgimento o interesse. Ed è proprio questa distanza generazionale a rendere il tema interessante.
Accanto alla curiosità, però, non mancano le lamentele. La città si prepara a tre giorni complessi, con strade chiuse, deviazioni e una gestione dei trasporti inevitabilmente modificata. E Genova, già di per sé, non è una città semplice da vivere sotto questo punto di vista. Tra traffico, cantieri e difficoltà negli spostamenti quotidiani, l’idea di un evento di questa portata genera più preoccupazione che entusiasmo in una parte della popolazione.
Le critiche arrivano soprattutto da chi ricorda il raduno del 2001, spesso descritto come un momento di grande caos per la città. Racconti che, inevitabilmente, influenzano anche i più giovani, che si trovano ad affrontare l’evento con una certa diffidenza, ancora prima che inizi.
Per alcuni, il disagio è concreto. C’è chi teme di non riuscire a muoversi liberamente, chi è preoccupato per gli spostamenti, per i treni, per il traffico. C’è anche chi preferisce evitare del tutto di uscire durante quei giorni, vivendo la radunata quasi come una sorta di “pausa forzata” dalla quotidianità, una specie di lockdown, seppur molto diverso da quello vissuto negli anni passati. Non mancano poi le lamentele legate ai mezzi pubblici, con il timore di ritardi, corse cancellate o semplicemente troppo affollate per essere utilizzate con tranquillità.
Altri sottolineano anche il rumore continuo, soprattutto nelle ore serali e notturne, e il disordine che spesso eventi di questa portata lasciano dietro di sé. La paura è quella di ritrovarsi con una città sporca, difficile da gestire e da vivere nei giorni immediatamente successivi, quando tutto torna alla normalità.
Allo stesso tempo, però, non tutti la vivono così. Ci sono persone che attendono l’evento con entusiasmo, soprattutto chi ha un legame diretto con il corpo degli alpini, parenti, amici, conoscenti. Per loro rappresenta un momento importante, un’occasione per ritrovarsi, per celebrare valori come la solidarietà, il senso di comunità e l’impegno.
C’è anche una parte di giovani che, pur non conoscendo a fondo il significato dell’evento, ne è incuriosita. L’idea di vedere la città piena, animata, diversa dal solito, può comunque attirare. Per alcuni è semplicemente un’occasione per vivere qualcosa di fuori dall’ordinario, per osservare, partecipare, anche solo da spettatori.
Quello che emerge, quindi, è un doppio sguardo. Da una parte una tradizione forte, radicata, che per molti ha un valore profondo. Dall’altra una generazione che fatica a riconoscersi in questo tipo di manifestazioni, sia per una mancanza di conoscenza sia per un diverso modo di vivere la città e gli eventi.
Forse il punto non è tanto essere a favore o contro, ma capire come queste realtà possano dialogare. Come un evento così importante possa essere raccontato e vissuto anche da chi oggi lo guarda con distanza o indifferenza.
Perché Genova, ancora una volta, si troverà piena di persone, di storie, di movimento. E tra chi parteciperà con entusiasmo e chi invece resterà a guardare, si aprirà inevitabilmente una riflessione più ampia su cosa significa, oggi, condividere uno spazio e una tradizione comune.






