Ci sono attimi, racconta Marco Franzone, in cui capisci di avere tra le mani qualcosa di importante. Era la metà degli anni Novanta, lui studiava storia dell'arte, e stava cercando documenti che gli permettessero di ricostruire la provenienza di alcuni quadri della collezione Brignole. “Proprio per aver trovato quei primi quadri, chiedo in famiglia se c'hanno dei documenti per ricercare le fonti. Dicono ‘sì, c'è un archivio, vallo a vedere’". Quello che trovò non era catalogato, non era accessibile, non era in alcun modo pronto per essere studiato. “Era tutto messo strano in scatoloni”. Da quel momento, Franzone ci ha lavorato per trent'anni.
Il risultato è oggi visibile e consultabile: l'Archivio Brignole di Genova, insediato nel sottotetto restaurato del palazzo Grimaldi Brignole di vico San Luca, dichiarato di pubblico interesse culturale dalla Sovrintendenza Archivistica e Bibliografica della Liguria nell'ottobre del 2025. Un luogo che non è solo un deposito ordinato di carte antiche, ma la materializzazione di una delle storie familiari più intrecciate con quella della città stessa.
Per capire il peso di questo archivio bisogna capire chi erano i Brignole. Originari della Riviera di Levante, dall'omonima frazione in Rezzoaglio, nel cuore dell'entroterra ligure, sono documentati fin dal XIII secolo. Si spostano a Rapallo a metà del Trecento, dove commerciano prima la lana e poi la seta. Sono a Genova dal Quattrocento, partecipi dell'amministrazione comunale sotto i Dogi Perpetui. Il 1528, l'anno della riforma di Andrea Doria, segna la loro consacrazione: vengono ascritti al Liber Nobilitatis, il registro dell'aristocrazia genovese che ogni famiglia custodiva gelosamente in copia propria. Franzone mostra uno di quei documenti con la naturalezza di chi lo ha maneggiato centinaia di volte: “Chi nasceva aristocratico veniva ascritto in questo libro. Ogni famiglia possedeva una copia dove venivano registrati i nomi”.

Da quel momento in poi, i Brignole sono protagonisti di quasi tutto ciò che conta nella storia di Genova. Emanuele Brignole, vissuto tra il 1617 e il 1678, ispira, finanzia e fonda l'Albergo dei Poveri, uno degli enti caritatevoli più significativi della storia cittadina. Giacomo Maria Brignole, nato nel 1724 e morto nel 1801, è l'ultimo Doge della Repubblica di Genova e l'unico che quel mandato lo ricopre due volte, nel 1779 e nel 1795. Gio Carlo Brignole diventa ministro delle Finanze del Regno di Sardegna. E poi c'è il ramo parallelo, quello che porta il doppio cognome: “Giovanni Battista Brignole è il nostro Brignole senza ‘Sale’”, spiega Franzone. “Suo fratello Giovanni Francesco sposa Maddalena Sale; i Sale si estinguono, quindi Giovanni Francesco prende il doppio cognome Brignole Sale. Da lì la Duchessa”. Il riferimento è alla celebre Maria Brignole Sale De Ferrari, duchessa di Galliera, che lasciò il palazzo omonimo alla città. Due rami, stesso tronco, storia parallela che si dipana per tre secoli.
Il nome Brignole si spegne nel 1904, con Nicolò, il cui busto campeggia a metà delle scale del palazzo. “C'è un giovanottone - dice Franzone - e quello lì, più o meno all'età di 14-15 anni muore ed è l'ultimo Brignole”.
Il patrimonio passa per linea femminile ai Cattaneo della Volta e ai Raggi, poi si divide in rivoli ulteriori, ma l'identità culturale resta e con essa la responsabilità di ciò che la famiglia aveva accumulato nel corso dei secoli.
Il palazzo che ospita l'archivio ha una storia propria, stratificata quanto quella dei suoi proprietari. Sorge su vico San Luca, voluto tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento da Giovanni Battista Grimaldi. È un edificio di tenore alessiano, forse realizzato da Andrea Vannone, che Peter Paul Rubens volle includere nel suo celebre volume I Palazzi Moderni del 1652. I Brignole vi arrivano solo alla fine dell'Ottocento, in seguito a uno scambio di proprietà con il palazzo di piazza della Meridiana che era stato la loro residenza principale. “Alla fine dell'800 scambiano delle proprietà, insomma, fanno dei ‘rebighi’, per cui comprano il Palazzo Grimaldi, che è questo, e vengono qui", racconta Franzone. “Questa è la ragione per cui l'archivio dei Brignole è qui invece che là: ce lo son portato dietro”.
Il dettaglio non è secondario: è la prova di quanto fosse organica, nelle grandi famiglie patrizie genovesi, la concezione del patrimonio come insieme inscindibile di carte, quadri, oggetti e spazi abitati. Entrambi i palazzi, la Meridiana e il Grimaldi, condividono peraltro una particolarità straordinaria: i soffitti e le pareti dei piani nobili furono affrescati dagli stessi artisti, Gregorio e Lorenzo De Ferrari, con un racconto continuo che unisce i due edifici attraverso il mito di Prometeo.
L'archivio che oggi si presenta agli studiosi è il risultato di un percorso lunghissimo. Quando Franzone vi accede per la prima volta, a metà degli anni Novanta, si trova davanti a un materiale conservato “in un mezzanino in maniera impervia”, ordinato in scatoloni senza una logica accessibile. L'ordinamento che oggi si vede con le buste con i loro titoli, i fascicoli, la numerazione progressiva, risale all'Ottocento ed è opera di un certo Vassallo, segretario di casa, che lo aveva strutturato con uno scopo squisitamente funzionale: "Uno scopo funzionale", dice Franzone, “l'archivio era uno strumento di lavoro per l’amministrazione”. Non un monumento alla memoria, ma un registro operativo. Il che non gli impedisce di contenere documenti di straordinario valore storico.
Per vent'anni, poi trent'anni, Franzone studia e pubblica: le quadrerie, la storia della famiglia, l'architettura dei palazzi, i documenti artistici. “Da lì poi si è fatto un progetto più organico di mettere questo archivio molto ricco a disposizione del pubblico, cioè del pubblico degli studiosi per le tesi, le ricerche, l'università, le mostre”. La proprietà, la Comunione Eredi Rovereto Cattaneo, formata dagli eredi dei Brignole che oggi portano altri cognomi, decide di destinare il sottotetto del palazzo antico all'archivio, rinunciando a valorizzazioni di diverso tipo. “La proprietà in comune decide di sacrificare patrimonialmente questo sottotetto del palazzo antico, perché vedi le volte bello tutto, per destinarci l’archivio”. Prende un finanziamento vincolato allo scopo culturale, restaura gli spazi e vi trasferisce il materiale.
Il risultato è un ambiente che sorprende per l'eleganza discreta: le volte del sottotetto, le scaffalature chiuse, le buste ordinate con i loro dorsi numerati. Un luogo da studiosi, ma non privo di bellezza.
L'archivio conserva 113 faldoni che coprono un arco cronologico dalla seconda metà del XVI secolo alla metà del XX. Il materiale è per lo più di natura amministrativa: atti notarili, testamenti, atti dotali, registrazioni contabili, inventari di collezioni. Riguarda la gestione del patrimonio urbano ed extraurbano della famiglia come i palazzi cittadini, le ville, le agenzie a Sestri Levante, Albisola, Noli, Novi Ligure, Campi e Borzoli, Crocefieschi. Tra le carte compaiono anche le vicende di altre famiglie dell'aristocrazia genovese imparentate con i Brignole: Cattaneo, Raggi, Rovereto, Fieschi, Doria, Sauli, Crosa di Vergagni.

“Per esempio qua parla di Sestri Levante, Società Economica di Chiavari, le date”, indica Franzone aprendo una busta. "E dentro hai documenti che hanno questa storia qui”. Tra i materiali di particolare interesse c'è una copia del Liber Nobilitatis, il registro dell'ascrizione nobiliare, e un nucleo fotografico della seconda metà dell'Ottocento ancora privo di catalogazione. "Attualmente vergine dal punto di vista della catalogazione e della ricerca, ma di sicuro esplosivo interesse”, recita il sito dell'archivio. Franzone lo conferma: è un territorio ancora da esplorare.
Le fonti documentarie più preziose, a suo avviso, riguardano le collezioni artistiche e i palazzi. “Le cose più interessanti sono quelle artistiche”, dice. La quadreria dei Brignole era tra le più ricche della Genova nobiliare: già nel 1780, Carlo Giuseppe Ratti nella sua Instruzione di quanto di più bello può vedersi a Genova e in Liguria elencava Van Dyck, Guido Reni, Bernardo Strozzi, Valerio Castello, Gherardo delle Notti, Giulio Cesare Procaccini. “Sono già venuti due qui, anche se non verranno le folle, quelli della mostra di Van Dyck, perché la collezione conteneva dei Van Dyck, quindi hanno cercato i documenti. C'è già un’attività”.
L'archivio è gestito dalla Fondazione Mario e Giorgio Labò sotto la direzione scientifica di Franzone, in stretta collaborazione con la Sovrintendenza Archivistica e Bibliografica della Liguria, che dall'ottobre 2025 ha dichiarato il bene di pubblico interesse culturale. “La Sovrintendenza dà un compito di controllo, ha proprio il governo di tutela dell'oggetto. Per cui è compartecipe della responsabilità di come vengono tenute, conservate”. In caso di necessità di restauro, è la Sovrintendenza ad avere voce in capitolo nelle decisioni che riguardano il materiale fisico.
L'accesso è riservato agli studiosi e ai ricercatori in discipline storiche, storico-artistiche, letterarie, economiche e architettoniche. Per prenotare il proprio appuntamento e ottenere le informazioni necessarie è possibile consultare il sito archiviobrignolegenova.it.
Per chi si occupa di storia genovese, dei suoi palazzi, delle sue collezioni, delle sue famiglie patrizie, l’apertura di questo archivio è una notizia concreta.






