C'è una colonna in pietra in piazzetta Caviglia, a pochi passi da piazza Sarzano, che la maggior parte dei genovesi ignora. Una colonna ‘infame’ che porta inciso un atto di accusa contro una delle demolizioni più discusse del Dopoguerra: la cancellazione di via Madre di Dio, l'asse che dalla Marina saliva verso il centro storico, con i suoi tremila abitanti, le sue attività, i suoi portoni e la vita che vi si stringeva intorno.
Era il decennio dei Sessanta. Genova costruiva il suo futuro di metropoli industriale nell’eco di quel triangolo con Torino e Milano. La Superba futuristica voleva spazio: edifici ‘grattacielo’ guidati dalle linee razionaliste si dovevano impossessare del passato, fondere la nuova viabilità con auto e moto sempre più numerose. Il Centro Direzionale doveva crescere e a farne le spese, si era deciso nelle stanze dell’Amministrazione, sarebbe stato il quartiere di via Madre di Dio.
Ma la memoria non scompare con gli edifici.
Oggi alcuni di quei tremila abitanti, all’epoca poco più che bambini, si sono riuniti sotto il nome di Associazione Ragazzi di via Madre di Dio. La storia della sua fondazione è, di per sé, un atto politico di piccola scala e grande testardaggine.
“Grazie a una mozione passata all'unanimità nel Municipio Centro Est” racconta Alfonso Nalbone, tra i fondatori, che di anni oggi ne ha quasi sessantacinque e ricorda con precisione ogni dettaglio di quel quartiere come se ne ripercorresse le creuze ogni giorno. La storia della fondazione ha richiesto tempo e impegno ma la cocciutaggine dei giovani di quel quartiere ha fatto si che si arrivasse alla costituzione formale.
Il lavoro dell'associazione si è mosso su più fronti e quando si sono organizzati incontri, come quello in Città Metropolitana, il pubblico era così tanto che in diversi sono rimasti in piedi se non addirittura fuori. Ci sono stati i quadri dipinti da Antonio Vescina e Renzo Matta che hanno ricostruito scorci del quartiere scomparso, ma anche le planimetrie illustrate cariche di fotografie d'epoca. C'è stato il sogno, non ancora accantonato, di trovare una sede nella vecchia latteria di piazza Sarzano per costruire un presidio di memoria.
La notte in cui vennero le ruspe è rimasta impressa nella mente di chi era bambino.
“Me lo ricordo come fosse adesso” continua Nalbone. “Siamo scesi in piena notte dal bar La Rosa in pigiama. Abitavo di fronte alla caserma dei pompieri. Così come eravamo, ci siamo precipitati in strada per bloccare i mezzi. E li abbiamo bloccati”. Una resistenza improvvisata che non bastò a fermare il piano. Ma valse come gesto: quella gente non se ne sarebbe andata, almeno non senza lottare. Anche Antonio Arrighini che per quelle strade ci è cresciuto, ricorda la vita di quegli anni e la difficoltà di vedere la sua quotidianità cancellata a colpi di ruspe.
Il piano regolatore che avrebbe condannato il quartiere esisteva già negli anni Trenta, eredità del regime fascista. Venne accantonato, poi ripreso nel dopoguerra e portato a compimento. “Invece di bloccarlo, l'hanno portato avanti” racconta Matta. La responsabilità politica è un tema che torna prepotente e non vede santi e diavoli, ma un ‘concorso di colpa’ tra gli attori che hanno cancellato un intero quartiere.
Alle manifestazioni davanti a Palazzo Tursi, con gli striscioni e i cartelli, parteciparono tutti gli abitanti. Ci sono le fotografie a documentarlo. “C'è anche mio padre”, ricorda Nalbone
Se la demolizione è la parte documentabile, verificabile, storicamente inquadrabile della vicenda, c'è un'altra storia dentro questa storia: quella di come si viveva tra la scalinata Santa e vico della Gattamora.
Era una vita di strade dove i bambini, a cinque o sei anni, si muovevano da soli, sorvegliati dalla comunità. “Nessuno ci poteva credere. Non ti toccava nessuno”, ricorda Arrighini . Chi toccava un bambino, nel quartiere, doveva rispondere all'intera comunità. Era una forma informale ma efficace di controllo sociale, di quella coesione che oggi si chiama "capitale sociale” nei rapporti universitari e che allora era semplicemente il modo in cui si stava al mondo.
Le vecchine calano i cestini dalle finestre: è questa l'immagine che ritorna, con la forza delle cose semplici e vere. “Ci buttavano giù il cestino e ci dicevano: ‘Mi vai a prendere il latte, balletta?’”. E i bambini andavano, e al ritorno trovavano i soldi per il gelato. “Eravamo felicissimi”.
Anna Maria Campello, la cui famiglia è tra quelle della “seconda generazione” del quartiere e i cui ricordi filtrano attraverso quelli della madre e della nonna, porta alla conversazione una storia diversa, più intima nel dolore, ma che racchiude lo spirito di un quartiere unico nel suo genere. “Mia zia, poverina, aveva diciotto anni, è morta di parto. Lei e il bambino. Sembrava la Madonna, con tutta via Madre di Dio intorno che piangeva”. Si interrompe. “Mi commuovo. Era una cosa bellissima, tutta via Madre di Dio. C'era un'unione, erano una famiglia”.
A raccontare quella storia di poco più di mezzo secolo fa c’è anche Renzo Matta, appassionato pittore, uno di quegli ex bambini del quartiere che hanno trovato nel lavoro artistico un modo per continuare ad abitare quei luoghi scomparsi. I suoi quadri sono stati esposti all'incontro in città metropolitana, insieme alle opere di Renzo Matta e alle fotografie d'archivio.
“È un ricordo d'infanzia che ti resterà per tutta la vita” dice. Racconta del palazzo in cui abitava, di quello a poca distanza che i ragazzi del quartiere, “il portone del diavolo”. E racconta della luce: la notte, dalla mansarda, il fascio luminoso del faro della Lanterna batteva sulle finestre, quasi un metronomo notturno, la misura del tempo di quel luogo. Quella luce è nei quadri, anche se non tutti lo sanno.
Via Madre di Dio non era soltanto il tratto più alto, quello che si ricorda più facilmente. C'era anche la parte bassa, con il bar La Rosa oltre il bar Vergi, con la casa dei marinai, con la casa dei pompieri. Il quartiere arrivava a toccare via XX Settembre, Piccapietra.
Oggi, anche se il quartiere è scomparso, si può ancora fare tanto perché via Madre di Dio resti un ‘crimine storico’ che non si deve ripetere. “Lo scopo che ho io, personalmente, è che se ne continui a parlare”, sostiene Nalbone. “Non si può buttare giù quello che c'è e rifare tutto: lo so. Ma butterei giù quello che hanno costruito al posto di via Madre di Dio con un piccone, e rifarei tutto com’era”.
È un desiderio che sa irrealizzabile. Ma la precisione con cui viene espresso è la traccia della forza che ha l’associazione,. ha la forza delle cose reali.
Quello che invece è realizzabile e che l'associazione persegue è una forma diversa di riconoscimento: non solo una foto appesa in qualche ufficio comunale, non solo il nome di Paganini che nacque in un palazzo del quartiere, tirato fuori nei comunicati stampa. “Si dovrebbe parlare degli abitanti, di come si viveva, di cosa facevano. Il problema è che si parla solo di Paganini” dice, con una frustrazione che è anche, in fondo, una rivendicazione di classe: la storia di un quartiere non è la storia delle sue eccellenze, è la storia di tutti.
“Finché avrò voce, continuerò a rompere le scatole” ribadisce Nalbone, tra i gesti di assenso di chi lo accompagna.
Intanto, la colonna infame di piazza Sarzano rimane li, a monito, troppo spesso ignorata ma ferma nel ricordare che mai più si dovrà ripetere un simile scempio.






