Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.
C'è chi in un bicchiere d'acqua si perde, e chi, invece, vede la possibilità di regalare una speranza. E' accaduto proprio questo ne 1975, quando un medico dell'ospedale San Giovanni di Milano si accorse che un paziente ricoverato nella sua corsia si lamentava, ignorato da tutti: i colleghi erano in giro per le visite, gli infermieri si occupavano dei loro turni e gli operatori socio-sanitari ritenevano che non toccasse a loro. Quando il medico si avvicinò al paziente, si rese conto che voleva 'solamente' un bicchiere d'acqua.
Colpito profondamente dalla semplicità del gesto che serviva ad aiutare una persona in difficoltà, decise di creare una figura intermedia tra il degente e il sistema sanitario: nacque così l'Associazione Volontari Ospedalieri, AVO, fondata proprio nei corridoi dell'ospedale San Giovanni. Tre anni dopo, nel 1978, l'associazione è arrivata anche a Genova, tra le prime tre nate in Italia, e da allora non ha più smesso di crescere.
"La nostra mission è quella di ascoltare il bisogno dei pazienti- racconta Chiara Simeoni, presidente di AVO Genova, insegnante in pensione con decenni di volontariato alle spalle -. Siamo nati negli ospedali, i primi passi li abbiamo mossi lì. Ma poi ci siamo espansi nelle case di riposo, nelle case della comunità, in tutti i luoghi in cui c'è della fragilità, e questa fragilità va supportata e ascoltata. I medici purtroppo non hanno tempo, sono pochi e non possono fermarsi a parlare e a vedere i bisogni dei loro assistiti. Gli infermieri hanno il loro lavoro scandito da tempi molto ristretti, e noi volontari rappresentiamo una figura intermedia".

AVO opera oggi al Policlinico San Martino, dove è nata, e negli ospedali Galliera, Gaslini, Villa Scassi e Gallino. La presenza si estende anche a una quindicina di case di riposo, tre Case della comunità e all'unità operativa per i disabili. Un'organizzazione interamente fondata sul volontariato puro: "Quello che facciamo è completamente gratuito. Ci manteniamo con il nostro 5 per mille e con le donazioni di qualche ente o fondazione, che ci consentono di mantenerci per le cose correnti di segreteria, ma tutto il grosso lo dedichiamo ai nostri assistiti".
Il ruolo dei volontari si declina diversamente a seconda del contesto. Simeoni descrive con chiarezza cosa significa fare volontariato al pronto soccorso del Galliera, dove lei stessa presta servizio: "Chi arriva in barella è spesso spaventato perché non lasciano entrare i parenti. Soprattutto gli anziani sono completamente disorientati: basta poco per mandarli in confusione in un ambiente come quello del pronto soccorso. Il mio compito è di accoglierli, di cercare di farli calmare, di spiegargli che saranno visitati e aiutati, di farli confidare nella bravura dei medici e degli infermieri. A volte bisogna anche mediare nelle discussioni, perché chi aspetta da ore può perdere la pazienza. O consolare, quando purtroppo c'è bisogno di consolare, se hanno ricevuto una diagnosi infausta".

Nelle RSA il lavoro è diverso, più continuo e più intimo: "Chi è ospite di queste strutture resta lì fino alla fine. Con loro si divent amici, confidenti, quasi parenti. Li fai divertire, organizzi le tombole, inviti un gruppo di giovani a fare un piccolo concerto con le musiche dei loro tempi, così tornano indietro con la memoria. Tutto per svagare queste persone anziane che altrimenti starebbero tutto il giorno sulla sedia con la faccia al muro, passando così gli ultimi giorni della loro vita".
La pandemia ha lasciato un segno profondo nell'associazione: "Prima del COVID eravamo 800 volontari. Adesso siamo purtroppo meno di 400. Ha dato una bella mazzata". L'età media dei volontari, prevalentemente pensionati tra i 60 e gli 80 anni, ha pesato senza dubbio. Nonostante tutto, anche durante il lockdown AVO non si è fermata, ma ha dovuto reinventarsi. Impossibile entrare negli ospedali e nelle RSA, l'associazione ha dirottato le proprie risorse in donazioni mirate: un casco refrigerante per i pazienti oncologici del Galliera per prevenire la caduta dei capelli durante la chemioterapia, problema che riguarda uomini e donne, computer per i pronto soccorso di San Martino e Villa Scassi, televisori per gli anziani costretti in camera, sedie a rotelle con bilance integrate per chi non deambula. E ancora: per la casa di riposo Celesia, AVO ha finanziato la "stanza degli abbracci", quella struttura gonfiabile che consente il contatto fisico in sicurezza tra ospiti e familiari.

Oggi, con il ritorno all'operatività ordinaria, l'associazione finanzia anche attività terapeutiche nelle strutture: pet therapy, yoga terapia, ceramicoterapia, musicoterapia, anche per i disabili, e danza terapia, che nelle strutture per disabili si traduce in movimenti ritmici calibrati sulle possibilità di ciascuno. Tutto finanziato con il 5 per mille.
"La pet therapy è importantissima: in un'occasione abbiamo avuto ospite un coniglio di nome Merlino, e lo abbiamo fatto passare in cerchio tra tutti gli ospiti, sulle ginocchia, per accarezzarlo. A un certo punto arriva una persona che mi dicono fosse sempre come avulsa dalla realtà, sempre distante, persa nel suo mondo. Le mettiamo in braccio Merlino e vediamo che comincia ad accarezzarlo, commuovendosi... Eravamo commossi tutti: finalmente aveva avuto una reazione. Una reazione positiva. Non riuscivamo più a toglierle il coniglio dalle ginocchia, perché se lo voleva tenere".
Il tema è di stretta attualità: il 12, nella sala della Biblioteca Berio, dalle nove del mattino all'una, si terrà un incontro pubblico dedicato proprio alla pet therapy, organizzato insieme all'associazione ADA. Interverranno psicologi, rappresentanti dell'associazione e la stessa Simeoni. Vale la pena segnalare che il nuovo decreto della sanità ligure contemplerà la pet therapy anche negli ospedali.

Con la metà dei volontari rispetto a prima della pandemia, il tema del ricambio generazionale è urgente. AVO organizza due corsi di formazione base all'anno, uno in autunno, uno in primavera, ma i numeri restano insufficienti rispetto ai bisogni. "L'ultimo corso sono entrate una ventina di persone, in gamba, selezionate, che si sono subito inserite. Ma se pensa a quante strutture copriamo, è sempre una goccia nell'oceano. Preferiamo pochi ma che lo facciano col cuore, piuttosto che persone che lo fanno per riempire il tempo".
Per avvicinare i giovani, AVO lavora con le scuole superiori attraverso il PCTO, l'alternanza scuola-lavoro, in accordo con il liceo Mazzini: studenti di quarta e quinta svolgono dalle 25 alle 30 ore di servizio nelle strutture, utili al credito formativo. E poi c'è il Progetto Universo, in collaborazione con le facoltà di medicina: "I primi due anni gli universitari non possono ancora andare in corsia. Noi li portiamo subito, sia al San Martino che al Gaslini, con un monte ore per il loro credito formativo".
La chiave, secondo Simeoni, è il passaparola tra pari: "Quando vado a parlare nelle scuole, mi porto sempre dei giovani a parlare con i giovani. Io sono la prof e rimango la prof. Un ragazzo di 21 anni passa il messaggio ai suoi coetanei molto meglio di me. L'ultima volta al Mazzini avevo con me una ragazza appena uscita da quella scuola: ha parlato e ha convinto molto più di quanto avrei fatto io".
C'è uno slogan, in AVO, Fare del bene fa del bene, ed è un gioco di parole che riassume l'essenza del volontariato: fare del bene agli altri fa bene a chi lo fa. "Quando esco dal pronto soccorso dopo una giornata pesante, in cui mi hanno confidato cose difficilissime, ho sempre la sensazione di benessere. Perché ho fatto qualcosa di buono. Non granché, per carità, ma anche semplicemente esserci, farsi vedere con il nostro camice azzurro, essere disponibili... questo ci fa del bene. Con i pazienti puoi essere te stesso, e non è una cosa da poco".















