Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.
Quarantasei anni di storia, una trentina di volontari attivi tra la sede centrale e quella distaccata di Sestri Ponente, circa centosessanta donne seguite ogni anno. Il CAV - Centro di Aiuto alla Vita di Genova, è una realtà radicata nel territorio cittadino che pochi conoscono davvero a fondo, spesso confusa con i centri antiviolenza per via dell'acronimo simile. A raccontarla è la sua presidente, Sophia Furolo.
"Nasciamo nel 1979 come secondo CAV d'Italia, subito dopo quello di Firenze. Entrambi sorgono in risposta alla legge 194, come braccio operativo del Movimento per la Vita: se il Movimento si occupa della diffusione culturale delle proprie idee, noi siamo i centri che operano sul campo. In Italia siamo oltre 350". La missione originaria del CAV è affiancare le donne che si trovano in dubbio all'inizio di una gravidanza, offrendo strumenti, alternative e incoraggiamento. "Teoricamente è esattamente quello che la legge 194 prevede: non a caso si chiama legge per la tutela della maternità, non legge sull'aborto, come invece viene comunemente intesa. Noi cerchiamo di applicarla correttamente".
L'approccio è pro-life, ma senza imposizioni: "La prima regola qui è il non giudizio: se una donna sceglie di interrompere la gravidanza, non le chiudiamo la porta, ma offriamo anche percorsi di counseling post-aborto, perché sappiamo che quella scelta lascia spesso ferite profonde, che ci si porta dietro per tutta la vita. Di tante mamme in dubbio, non ho mai visto nessuna pentirsi di aver scelto di andare avanti. Del contrario, purtroppo sì".

Nella pratica, le donne che arrivano al CAV ancora in bilico sono una minoranza. La maggior parte ha già deciso, o è avanti con i mesi, e ha soprattutto bisogno di aiuto concreto. "Le difficoltà sono le più diverse: economiche, abitative, lavorative. Mariti o compagni che spariscono alla notizia della gravidanza, famiglie che non supportano, datori di lavoro che lasciano a casa se si è incinte. Ma spesso la povertà più grave non è quella economica: è la povertà di relazioni".
Ogni donna, all'arrivo, firma un'informativa sulla privacy gestita da una società esterna specializzata, e offre una gamma di servizi che spazia dall'accoglienza e il sostegno psicologico all'accompagnamento presso servizi sociali, fino a consulenze mediche e legali gratuite. Tra gli aiuti materiali figurano i corredini alla nascita, "un bel fagotto con tutto il necessario per i primi mesi", e i cosiddetti corredini al saluto, consegnati quando la donna viene indirizzata verso altre realtà. Grazie a un'associazione collegata con più spazio disponibile, le mamme possono ritirare anche attrezzature ingombranti come lettini, carrozzine e box senza dover acquistare nulla. Il CAV distribuisce inoltre latte in polvere alle mamme che non possono o non riescono ad allattare, su presentazione di richiesta del pediatra. "Cerchiamo anche di svolgere una funzione educativa, perché per molte mamme straniere, provenienti da culture diverse, certi valori legati all'allattamento non sono scontati. Uno dei nostri sogni è quello di creare una vera e propria scuola di maternità, per intervenire a livello educativo sulla gravidanza e sui primi mesi di vita del bambino".
Un capitolo a parte riguarda i farmaci non mutuabili: "Spendiamo decine di migliaia di euro all'anno. Le mamme arrivano con la ricetta, noi la inoltriamo a una farmacia convenzionata che applica uno sconto del dieci per cento, e loro ritirano il medicinale gratuitamente. A volte ci chiediamo perché certi medici non si preoccupino di valutare cosa prescrivere, tenendo conto delle possibilità economiche di chi hanno davanti". Nei casi di difficoltà particolarmente gravi, il CAV interviene anche con sussidi economici diretti. "C'è un'équipe che decide di stanziare un contributo mensile per un certo periodo di tempo; sono soldi nostri, distinti da qualsiasi altro progetto esterno".
Il CAV sostiene inoltre la gestione di un piccolo asilo nido dove i bambini dai tre ai diciotto mesi vengono accuditi da educatrici volontarie, con una retta simbolica di quaranta euro al mese, con apertura dalle 8.30 alle 16. "È una risposta a un paradosso: negli asili comunali ha la precedenza chi ha un contratto di lavoro. Ma se non hai nessuno che ti tenga il bambino, non puoi lavorare. È il cane che si morde la coda". L'associazione affitta inoltre un appartamento dove ospita stabilmente una mamma sola, priva di casa e di rete familiare, seguita "passo dopo passo, come se fosse adottata a tutti gli effetti".

Tra i servizi più articolati figura il Progetto Gemma, su cui Furolo tiene a fare chiarezza. "Sui giornali è stato a volte presentato come un fondo statale per convincere le donne a non abortire, ma non è così: si tratta di un'iniziativa privata gestita dalla Fondazione Vitanova di Milano, che raccoglie donazioni da singoli, parrocchie e famiglie, spesso persone anziane che vogliono contribuire ma non hanno più le energie per farlo in prima persona , per finanziare una forma di adozione a distanza di madri in gravidanza a rischio di interruzione. Quando il CAV individua un caso idoneo, donna all'inizio della gravidanza, in situazione di reale difficoltà, presenta una richiesta documentata alla Fondazione. Se accettata, vengono erogati duecento euro al mese per diciotto mesi. "Per chi ha poco, duecento euro al mese fanno la differenza. Qualcuna li mette da parte per il futuro del bambino. In ogni caso, il CAV fa solo da tramite: non sono soldi nostri, né soldi pubblici".
A differenza di molte realtà del terzo settore, il CAV non riceve fondi pubblici. "Non siamo molto bravi a partecipare ai bandi, che sono complicatissimi" ammette la presidente con franchezza. Il sostegno economico proviene dal cinque per mille, da un contributo annuale della Curia genovese tramite l'otto per mille, da donazioni private, alcune costanti, altre occasionali, a volte legate a ricorrenze come anniversari di matrimonio o battesimi, e dalle bomboniere solidali che alcuni donatori scelgono di ordinare in occasione di eventi familiari. La principale raccolta fondi annuale si svolge in occasione della Giornata per la Vita, il primo weekend di febbraio, quando i volontari distribuiscono primule nelle chiese di tutta Genova. "La provvidenza non manca mai, e questo ci riempie di orgoglio: significa che quello che facciamo è tangibile, credibile e degno di fiducia".

La struttura operativa conta due dipendenti part-time, una segretaria per gli adempimenti amministrativi e burocratici, una coordinatrice operativa, oltre ai volontari, organizzati per turni fissi. "Chiediamo alle mamme di tornare sempre nello stesso turno, per costruire relazioni continuative con le stesse persone, altrimenti si rischia di diventare un semplice centro di distribuzione, che non è quello che vogliamo essere". Il CAV aderisce inoltre alla rete nazionale SOS Vita, un servizio telefonico attivo in tutta Italia a cui rispondono volontari da ogni regione. "A volte ci arrivano richieste d'aiuto da altre parti d'Italia, e chi risponde al telefono quel giorno contatta il CAV più vicino alla persona che ha chiamato e fa da tramite. Per questo dobbiamo essere sempre reperibili, anche nei giorni festivi".
Rispetto a vent'anni fa, la natura delle difficoltà che le donne portano al CAV non è cambiata radicalmente. È cambiato invece il contesto in cui maturano le decisioni. "La sfida più grande oggi è riuscire ad arrivare a quelle donne, soprattutto giovani, che con l'aborto farmacologico e la pillola del giorno dopo disponibile in farmacia senza ricetta possono gestire tutto in solitudine, senza confrontarsi con nessuno. Tra fare il test e comprare la pillola ci vuole un minuto. E alcune si portano dietro ferite per tutta la vita". Prima di salutarci, Furolo racconta la storia di una delle tante donne che ha conosciuto: "Una giovane mamma che seguiamo si occupa oggi da sola di due gemelli, e se ne occupa benissimo. Ricordo che quando abbiamo saputo che erano due, ci sembrava davvero troppo. E invece è stata per lei una vera e propria svolta. Sono le eccezioni, ma sono anche le ragioni per non smettere".









