La società civile è entrata oggi nel carcere di Marassi nell'ambito della mobilitazione nazionale "Bisogna avere visto", promossa dall'Alleanza per l'articolo 27 della Costituzione per richiamare l'attenzione sulle condizioni delle persone private della libertà e sul rispetto dei principi costituzionali che regolano l'esecuzione della pena.
La delegazione genovese era composta da Marco Malfatto, presidente della Comunità di San Benedetto al Porto, dal garante comunale dei detenuti Marco Cafiero, che ha facilitato l'accesso all'istituto, dall'assessora comunale al Welfare Cristina Lodi, dall'assessore Emilio Robotti e dal presidente di Antigone Liguria Alberto Rizzerio.
L'iniziativa si è svolta contemporaneamente in numerosi istituti penitenziari italiani con l'obiettivo di verificare l'applicazione dell'articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione e al reinserimento sociale della persona condannata.
Durante la visita è stato fatto il punto sulla situazione della casa circondariale di Marassi. «La situazione a Marassi non è tra le peggiori in Italia, ma sono evidenti delle condizioni croniche», ha spiegato Marco Malfatto. Attualmente nell'istituto sono presenti 656 detenuti a fronte di una capienza di 534 posti, con 110 persone in custodia cautelare. Il presidente della Comunità di San Benedetto al Porto ha inoltre evidenziato come il 36% della popolazione detenuta abbia problemi di dipendenza da sostanze e come 379 detenuti siano stranieri, dati che, a suo giudizio, rendono il carcere «una costante e potenziale bomba sociale».
Malfatto ha richiamato il pensiero di don Andrea Gallo, ricordando come il fondatore della Comunità si interrogasse sulla possibilità di costruire una società meno dipendente dal ricorso al carcere. Tra le principali criticità segnalate, oltre al sovraffollamento, anche la difficoltà del reinserimento abitativo: «Senza casa non c'è nessun reinserimento possibile», ha sottolineato, evidenziando l'importanza di una rete territoriale capace di accompagnare le persone nel percorso di ritorno alla vita sociale.
Il presidente della Comunità ha inoltre ricordato che l'associazione opera stabilmente all'interno degli istituti penitenziari, seguendo percorsi di recupero, prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e riduzione del danno, anche attraverso il progetto Iride finanziato dal Ministero della Salute. «La società civile entra oggi negli istituti in tutta Italia puntando i fari dell'opinione pubblica su un tema che avvertiamo dimenticato, così come dimenticate sono le persone che si trovano a scontare una pena nelle carceri italiane», ha affermato.
L'assessora al Welfare Cristina Lodi ha ricordato l'impegno dell'amministrazione comunale sul rapporto tra carcere e città. «Abbiamo istituito la prima, e a oggi unica in Italia, Consulta carcere-città, che sta lavorando per riaprire un dialogo istituzionale e far sì che le persone detenute si sentano cittadine della nostra città. Il diritto di cittadinanza non passa solo dagli aspetti burocratici, ma anche dalla percezione di essere considerate al centro di politiche che mettano al centro la persona».
Sulla stessa linea l'assessore Emilio Robotti, che ha ribadito come il reinserimento rappresenti un investimento per l'intera comunità. «Essere ristretti in carcere non significa perdere gli altri diritti di cittadinanza. Le persone detenute restano parte della nostra comunità e devono poter accedere a opportunità che consentano loro di costruire un futuro dignitoso. Investire nel reinserimento significa rafforzare la coesione sociale e contribuire a una Genova più inclusiva, più sicura e più giusta».
L'Alleanza per l'articolo 27 è nata a Roma lo scorso 6 febbraio e riunisce associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell'esecuzione penale e dei diritti delle persone detenute. L'obiettivo è promuovere politiche orientate alla depenalizzazione, alla riduzione del ricorso alla detenzione e a una maggiore umanizzazione della pena, favorendo un rapporto più aperto tra il carcere e la società civile.






