Arrivando da piazza Corvetto con gli occhi alzati verso la collina, la si sente prima di vederla. Un rumore continuo, leggero: è l'acqua che cade.
E quando finalmente si entra nel parco di Villetta Di Negro e si percorrono i viali costeggiati da sequoie piantate nel 1870, platani monumentali che ricordano la fondazione del giardino, busti di illustri genovesi disposti come un pantheon all’aperto, ci si trova di fronte a qualcosa di improbabile e bellissimo: una cascata che si getta da una parete di roccia, scendendo per gradi fino a ritrovarsi ai piedi della collina che si nasconde nelle grotte di Luigi Rovelli, progettate nella seconda metà dell'Ottocento demolendo lo sperone orientale di un bastione del Cinquecento.
Villetta Di Negro è un progetto complesso che si muove su livelli diversi e su epoche diverse, poggiando su elementi cinquecenteschi e conservando al suo interno uno dei più importanti esempi di architettura razionalista nonché della museologia.
L'area sopraelevata dove sorgono la villa e il parco era in origine occupata dalle mura di Genova, precisamente verso l'ex bastione di Santa Caterina.
Per due secoli, quella collina è stata presidio militare difendendo la città da possibili attacchi.
Venute meno le esigenze militari, nel 1785 il terreno fu acquistato da Ippolito Durazzo che vi installò un orto botanico, il primo della città, in un periodo in cui l'interesse per le scienze naturali aveva contagiato l'aristocrazia illuminata di tutta Europa. Ma quella prima vita del luogo durò poco.
Tornato a Genova nel 1802, il marchese Gian Carlo Di Negro inizia l'acquisto del terreno per la sua Villetta. Il terreno scelto era quello del bastione di Luccoli, delle mura del Cinquecento, ormai smilitarizzato. Il contratto di vendita era pagato con 22.000 lire di Genova e imponeva all'acquirente di fondare una scuola botanica e di sovvenzionarla per sei anni.

Di Negro, figura cardine della cultura genovese di quegli anni, era un poeta, critico musicale, mecenate e amico di letterati e artisti di tutta Europa. Formatosi a Modena. Gian Carlo viaggiò in tutto il Vecchio Continente, entrando in contatto con i fermenti culturali e scientifici delle principali capitali. Tutte queste ispirazioni lo portarono a scegliere di creare una Villetta non solo dimora, ma polo culturale.
A curare la trasformazione architettonica fu chiamato Carlo Barabino, l'architetto più importante della Genova di inizio Ottocento, a cui si devono, tra gli altri, il Teatro Carlo Felice e l'Albergo dei Poveri.
Il progetto della Villetta combinava esigenze scientifiche e artistiche e univa spazi per la botanica e scorci pittoreschi, camminamenti e grotte, vedute verso il porto e la città vecchia.
Il giardino fu progettato con cura secondo il gusto paesaggistico all'inglese, che privilegiava le prospettive sinuose, l'integrazione con la morfologia naturale del luogo, l'inserimento di elementi decorativi come rocce, corsi d'acqua, statue e ruderi artificiali.
Il risultato suscitò ammirazione immediata. Stendhal, che visitò la Villetta durante uno dei suoi soggiorni genovesi, la descrisse come "la posizione più bella e pittoresca che si possa immaginare". “La casa italiana in cui si ricevono gli stranieri con la più straordinaria grazia è quella del marchese Di Negro, a Genova”, scrisse. Charles Dickens, da parte sua, immortalò Di Negro in una lettera: “Si aggira declamando costantemente versi estemporanei a ogni minimo spunto. Nella sua camera da letto ha un'Arpa Gigantesca e tiene sempre pronte carta e penna per fissare le idee man mano che gli vengono, una sorta di Re David profano, ma molto innocuo”.
Per i cinquant'anni successivi, dalla realizzazione della villa, terminata nel 1805, fino alla morte del marchese, avvenuta nel 1857, la Villetta Di Negro fu un luogo in cui la bellezza del paesaggio e la vivacità intellettuale si alimentavano a vicenda.
Da subito questa dimora divenne uno dei salotti letterari più celebri d’Europa e tra gli ospiti che qui passeggiarono l’elenco vede i nomi di Antonio Canova, Alessandro Manzoni, Lord Byron, Henri-Marie Beyle, Alphonse de Lamartine, Niccolò Paganini, che al marchese dedicò alcune composizioni, Giuseppe Verdi, Franz Liszt, Camillo Benso di Cavour.

Madame de Staël, a Genova nel 1805, Byron, ricevuto nel 1823, George Sand, tutti passarono per quella collina. Nel 1827 Alessandro Manzoni vi arrivò con la famiglia, Stendhal, poi Felice Bellotti, Andrea Maffei, Felice Romani, Cesare Cantù. Nel 1845, era passato anche Balzac.
E il 6 ottobre 1834, Di Negro pubblicava una canzone in lode di Paganini sulla Gazzetta di Genova.
Alla morte del marchese nel 1857, la Villetta passò di mano. Successivamente il Comune acquistò il sito e lo destinò ad uso di parco pubblico. I maggiori architetti paesaggisti di allora, Giuseppe Roda e Luigi Rovelli, furono incaricati dei lavori per la diversa destinazione, inaugurati nel 1868 da re Vittorio Emanuele II.
È in questo momento che nasce la cascata. Fra il 1863 e il 1892 furono realizzate le grotte, la cascata, su progetto di Luigi Rovelli, e la dimora lignea del giardiniere. Ma il gesto tecnico con cui Rovelli ottenne l'effetto scenografico è tutt'altro che ovvio: la cascata fu ricavata demolendo lo sperone orientale del bastione delle mura del Cinquecento, trasformando un elemento della cinta difensiva in una quinta teatrale per il flusso dell'acqua.
Nel parco di proprietà comunale, la cascata fu completata entro il 1892 e affinata nel periodo interbellico con la creazione di sbalzi e conche aggiuntivi che accentuarono l'effetto drammatico del salto d'acqua. Accanto a essa, Rovelli progettò le grotte artificiali, percorribili ancora oggi, con la cascata visibile dall'interno attraverso le aperture nella roccia, e la piccola dimora del giardiniere in finto legno rustico, arroccata tra la voliera e la parete d'acqua.
La storia della Villetta Di Negro non si esaurisce con i giardini e i salotti. Sotto di essa, a partire dal 1934, il regime fece scavare qualcosa di radicalmente diverso da tutto ciò che era venuto prima. Il bunker antiaereo di Villetta Di Negro, costruito all'interno della collina a partire dal 1936, era destinato ad accogliere gli uffici della Prefettura in caso di attacchi bellici. Con i suoi 160 metri di tunnel e camere era dotato di moderni dispositivi per filtrare e purificare l'aria. Se necessario, l'elettricità poteva essere prodotta tramite delle cyclette collegate ad una dinamo.
Il 22 ottobre 1942, durante un bombardamento aereo degli Alleati su Genova, l'edificio della villa fu centrato e semidistrutto. Appena terminato il conflitto, già nel 1948 il comune dispose l'edificazione di una nuova struttura, in stile moderno, sulle rovine della villa.
Il parco sopravvisse. Le grotte sopravvissero. La cascata sopravvisse. Quello che Byron aveva visto, quello che Stendhal aveva descritto, quello che Paganini aveva attraversato con il suo violino, resistette alle bombe. La villa di Barabino, no.
Nel nuovo edificio, seguendo la tradizionale vocazione museale iniziata nel 1873, fra il 1953 e il 1971 prese sede il Museo d'Arte Orientale "Edoardo Chiossone". L'edificio razionalista progettato da Mario Labò ospita oggi una delle collezioni d'arte giapponese e cinese più importanti d'Europa: circa 15.000 pezzi tra cui spiccano stampe ukiyo-e di Hokusai e Hiroshige, dipinti, sculture, maschere, armature samurai e molto altro. La straordinaria fortuna del collezionista fu favorita dalla fine del sistema feudale giapponese dopo la Restaurazione Meiji del 1868: le famiglie samurai e l'aristocrazia si trovarono costrette a vendere i tesori di generazioni, e gli stranieri illuminati come Chiossone comprarono a prezzi abbordabili oggetti oggi inestimabili.

L'acqua che si sente ancora oggi salendo da piazza Corvetto viene pompata meccanicamente dal basso verso l'alto, attraverso un sistema idraulico revisionato nei lavori di riqualificazione del 2014.
Oggi Villetta Di Negro non è al centro del panorama culturale della città ma affolla le pagine di cronaca per episodi di degrado che allontanano ancora di più dal voler scoprire la bellezza di questo luogo.
Occorre tornare a scoprirne la storia per valorizzare una delle meraviglie, tante, che popolano Genova.






