Buone Azioni, la rubrica settimanale della Voce di Genova dedicata al mondo del volontariato e del Terzo Settore, si prende una pausa estiva. L'appuntamento tornerà a settembre per continuare a raccontare l'impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri. Ogni martedì torneremo a dare voce ad associazioni, cooperative sociali, gruppi di volontari e a tutte quelle realtà che, spesso lontano dai riflettori, costruiscono solidarietà sul territorio e incidono concretamente nella vita delle persone. Un viaggio nel cuore della comunità per conoscere chi fa la differenza e scoprire come ciascuno possa contribuire, anche con un piccolo gesto.
Jonus, in albanese, vuol dire "nostro". Da qui prende forma Jonus, associazione che da settembre 2025 intreccia i fili tra Genova e l'Albania. Un nome che richiama lo Jonio, il mare che unisce le due sponde, disegnato nel logo tra le bandiere, ma che per la fondatrice Amarilda Saliu, per tutti Ami, custodisce la memoria del nonno Jonuz. Una radice personale che diventa spazio condiviso: oggi Jonus abbraccia già quasi duecento persone tra volontari, famiglie e bambini.
"Sono cresciuta qui, venuta a Genova a dieci anni con i miei genitori, ho fatto tutte le scuole, mi sono laureata" racconta Ami, che di sé ama dire, con un sorriso che si intuisce anche a parole, di essere più genovese dei genovesi. Cresciuta a Sampierdarena, dove tuttora vive, si è fatta le ossa nel volontariato fin da bambina, aiutando i più piccoli al Don Bosco. Ma in tutti questi anni di attività sul territorio, di laboratori seguiti e proposte conosciute, mancava sempre un tassello: "Mancava sempre la componente albanese, non solo a livello di iniziative, ma proprio la presenza fisica dei genitori con bambini o giovani". Una lacuna che stonava con i numeri: la comunità albanese, spiega Ami, è la seconda per grandezza a Genova città, dopo quella ecuadoriana, ma diventa la prima se si allarga lo sguardo a tutta la Liguria, dove le città più piccole tendono a disperdere ulteriormente le comunità straniere.
L'occasione per trasformare un'idea covata da anni in un progetto concreto è arrivata dall'incontro, in città, con altri giovani professionisti legati ad Albanian Brains, organizzazione internazionale presente in molte città del mondo che riunisce ragazzi albanesi di un certo profilo accademico, tra diplomatici e professionisti. "Abbiamo deciso di provarci, senza fare nessuna inaugurazione ma partendo proprio dal territorio". Il primo terreno è stato Certosa: "Perché lì c'è una grande concentrazione di comunità albanese", municipio che la stessa Ami segue direttamente all'interno di una divisione di compiti tra le fondatrici, ciascuna responsabile di una zona della città. La risposta, fin dalle prime attività, è stata "molto più grande di quello che pensavamo": un bisogno reale, sopito ma tutt'altro che sparito.
Un bisogno, del resto, che nasce anche dalla difficoltà, comune a molte diaspore, non solo a quella albanese, di trovare un equilibrio tra il restare uniti come comunità di origine e il diventare parte integrante del tessuto sociale che le ospita. Ami, che ha studiato con curiosità il modo in cui altre comunità straniere si sono organizzate a Genova, individua in questo doppio movimento la sfida più delicata: "Ci sono comunità che riescono a incontrarsi, a organizzarsi, magari attraverso la musica, ma restano un po' più isolate. La comunità albanese invece è un caso a sé, perché siamo ormai alla seconda, terza generazione: la fase dell'integrazione, mi auguro vivamente, è stata superata con successo". Il rischio, oggi, non è più quello di restare ai margini, ma piuttosto quello opposto: l'assimilazione totale, la perdita di tradizioni e cultura. "È un peccato, perché è bello riconoscere la propria differenza, le proprie origini, mantenerle un po' vive".
Non a caso, tra i ragazzi nati e cresciuti in Italia, la domanda "quali sono le tue tradizioni, come le mantieni vive, di quali vai fiero" resta spesso senza risposta. Da qui l'impronta molto concreta, quasi artigianale, con cui Jonus ha scelto di muoversi: partire dai bambini, dalla lingua, dai balli tradizionali. "L'albanese non lo sentono da nessuna parte se non in casa", osserva Ami, che racconta anche un aneddoto personale, quello di sua figlia di otto anni: "Le parlo sempre in albanese, lei capisce tutto, ma si rifiuta di rispondermi in albanese, perché non si sente sicura". Una dinamica, spiega, tutt'altro che rara tra i figli di famiglie miste o tra chi passa l'intera giornata immerso nell'italiano, a scuola e all'asilo, per poi tornare la sera in un contesto linguistico diverso, faticoso da riattivare. Ed è su questo crinale, capire ma non parlare, che si gioca gran parte del futuro della lingua albanese tra le nuove generazioni.

Le attività di Jonus, per ora concentrate al sabato mattina proprio per venire incontro alle famiglie con più figli e agli impegni settimanali di ciascuno, uniscono corsi di lingua, momenti di storia e cultura e, soprattutto, la riscoperta dei balli tradizionali, ritmici, ballati in semicerchio, capaci di accendere immediatamente anche i bambini che l'albanese non lo parlano affatto.
C'è poi un capitolo che sta a cuore in modo particolare alla presidente, quello dei ragazzi più grandi, tra i tredici e i diciotto anni, che formano il gruppo che porta avanti i balli tradizionali dell'associazione. "Un'età veramente critica, tanto che una volta al mese gli incontri non sono dedicati alla danza, ma soltanto al confronto. Non balliamo, non facciamo niente, parliamo". È in quei momenti che emerge, con tutta la sua complessità, quella che Ami chiama "crisi d'identità", un tema di cui, secondo la sua esperienza maturata anche in un percorso di mediazione interculturale regionale, con tirocini a scuola e in un carcere minorile, si parla ancora troppo poco: "Ci sono ragazzi che si sentono più marocchini, più italiani, più albanesi: sembra che l'unica via sia scegliere, sentirsi nelle caratteristiche di una identità piuttosto che di un'altra, perché mancano spazi di comunicazione e di confronto". Nel gruppo dei ragazzi convivono posizioni anche molto distanti tra loro: c'è chi rifiuta la cittadinanza italiana per non "tradire" l'Albania, chi al contrario critica apertamente aspetti della mentalità di origine, ed è proprio da quel contrasto che nasce, secondo Ami, la necessità di un lavoro di mediazione. "Non è necessario che una prevalga sull'altra, che una sia più importante dell'altra. Ci sono due cose che ti completano".
Jonus collabora già con altre realtà del territorio, partecipando a eventi comuni e portando i propri balli tradizionali in contesti condivisi. Un percorso che, secondo Ami, ha anche un valore che va oltre la sola comunità albanese: raccontare tradizioni e cultura serve anche a chi genovese lo è da sempre, per comprendere meglio le persone che ha accanto.
Dietro questo lavoro di ponte, la presidente intravede anche il tema della rappresentanza. La comunità albanese, ricorda, è tra le prime per contributo economico al territorio: quasi l'80% delle ditte edili a Genova sarebbe di origine albanese, mentre nella ristorazione la quota si aggirerebbe ormai intorno al 17%. "Manca però un modo valido per farsi sentire, una rappresentanza a livello politico, economico, sociale", osserva Ami, consapevole di come, nel presente clima storico, le narrazioni sulle comunità straniere tendano a ripetersi ciclicamente, spostando semplicemente il bersaglio da un gruppo all'altro nel tempo. Proprio per questo, sottolinea, è importante insistere, farsi conoscere, essere presenti: "Tocca anche a noi diventare un po' più attivi".
Cresciuta, in appena un anno, da un piccolo gruppo di cinque fondatrici a una rete che coinvolge tra volontari e famiglie circa 150-200 persone, Jonus guarda già al futuro con l'intenzione di partecipare a bandi pubblici e collaborazioni più strutturate, pur restando, per ora, un'esperienza totalmente volontaria. "Vorremmo crescere gradualmente, estendere le attività ad altre zone della città e rispondere ad altri bisogni ancora scoperti, senza però perdere la dimensione più autentica e artigianale con cui tutto è cominciato".









