Ci ostiniamo a pensare che le Linee di Nazca siano un mistero. Forse il vero mistero è un altro: per ammirare un’opera creata per durare migliaia di anni dobbiamo salire su un piccolo aereo e osservarla per poco più di trenta minuti. Sembra decisamente un paradosso.

Esistono luoghi che si scoprono camminando, altri navigando, altri ancora arrampicandosi. Nazca, invece, si comprende soltanto prendendo quota. Più ci si avvicina al terreno, meno si vede. È come se quella civiltà vissuta oltre duemila anni fa avesse immaginato uno spettatore impossibile: qualcuno capace di osservare il mondo dal cielo. Sulla pista dell’aeroporto si susseguono piccoli aerei a elica. Sembrano parte del paesaggio quanto il deserto stesso. Quando arriva il nostro turno, saliamo a bordo di uno di quei Cessna insieme a pochi altri passeggeri. La cabina è stretta, il motore vibra già al minimo e i piloti sorridono. Non c’è il comfort. qui tutto è essenziale. E forse è proprio questo a rendere l’esperienza così al limite. Confesso che ho provato una leggera inquietudine. Non paura. Piuttosto il rispetto che si ha ogni volta che ci si affida al destino, per vivere qualcosa di unico. Il decollo dura pochi minuti. Poi il terreno si distende sotto le ali come un’immensa tavolozza color ocra. All’inizio non si vede nulla. Poi l’aereo inclina verso sinistra. Compare il colibrì. Qualche istante dopo arrivano il ragno, la scimmia, il condor e l’astronauta. Figure gigantesche incise nella terra, create semplicemente rimuovendo lo strato più scuro di pietre per far emergere quello più chiaro. Dal basso sono quasi invisibili. Dal cielo diventano uno dei più grandi enigmi lasciati dall’uomo. È impossibile non chiedersi perché. Perché creare disegni lunghi centinaia di metri ? A chi erano destinati? Per decenni le ipotesi si sono rincorse: calendari astronomici, messaggi per gli Dei, mappe sacre, persino piste di atterraggio per extraterrestri. Oggi gli archeologi propendono per una spiegazione molto più concreta, legata ai culti dell’acqua e della fertilità. Eppure il fascino del mistero resta intatto.

Forse perché ciò che sopravvive per oltre duemila anni, smette di essere un problema da risolvere e diventa parte integrante del luogo dove si trova. Quando il piccolo aereo atterra, porto con me fotografie che sembrano quasi irreali. Penso di aver appena visto uno dei luoghi più affascinanti del pianeta. Ma solo pochi mesi dopo, quelle immagini avrebbero assunto un significato diverso. Leggendo la notizia del recente incidente che ha coinvolto un volo turistico sulle Linee di Nazca, la memoria è tornata immediatamente a quel mio decollo del novembre scorso. Anche il velivolo precipitato era partito per permettere ai suoi passeggeri di osservare gli stessi geoglifi. Quel viaggio, però, non si è mai concluso. Le immagini conservate nel mio archivio sono rimaste identiche. È cambiato il modo in cui le guardo. Ogni volta che accade una tragedia come questa riaffiora inevitabile la stessa domanda. Vale davvero la pena rischiare la vita per vedere qualcosa in questo mondo? È una domanda legittima. Ma forse è anche la domanda sbagliata. Seguendo lo stesso ragionamento non dovremmo attraversare un oceano, salire su una funivia, percorrere una strada di montagna. Il viaggio non è mai stato sinonimo di assenza di rischio.

È, piuttosto, la consapevolezza che nessuna esperienza umana è senza imprevisti. La garanzia assoluta non esiste. Esistono la professionalità, la manutenzione, la preparazione degli equipaggi e le procedure rigorose. E poi esiste quella minima parte di casualità che accompagna ogni spostamento, dal volo intercontinentale alla strada sotto casa. Nazca rappresenta perfettamente questo paradosso. È una delle pochissime meraviglie del mondo che esistono soltanto dal cielo. Più ti avvicini, meno vedi. Per comprenderla devi allontanarti, salire a duemila piedi. In questo caso un aereo non è soltanto il mezzo per raggiungere la destinazione: diventa parte integrante dell’esperienza stessa. Per godersi il mistero bisogna accettare di affidarsi a quelle ali. Non nell’illusione di controllare tutto, ma nella capacità di continuare a volare pur sapendo che il rischio fa parte, prima di tutto, della vita. I geoglifi. sono rimasti immobili per oltre venti secoli. Hanno superato imperi, terremoti, tempeste di sabbia e l’indifferenza degli uomini. Continuano a dialogare con il cielo con la stessa pazienza con cui furono tracciate. Noi, invece, restiamo lassù appena mezz’ora. Scattiamo qualche fotografia. Cerchiamo di dare una risposta a un enigma che probabilmente non ne ha una sola.

Forse le Linee di Nazca non sono state disegnate per essere comprese. Sono state disegnate per ricordarci quanto sia breve il nostro passaggio da queste parti. Magari per insegnarci una verità profonda: l’uomo può raggiungere anche lo spazio infinito, ma non smetterà mai di essere fragile.


















