Ancora violenza, ancora sangue e ancora agenti della Polizia Penitenziaria costretti a pagare sulla propria pelle l'assenza di strumenti e provvedimenti adeguati per contrastare efficacemente l'illegalità nelle carceri. È accaduto ieri nella prima sezione della Casa Circondariale di Marassi, dove due appartenenti al Corpo sono stati aggrediti da due detenuti che si erano rifiutati di consegnare un telefono cellulare illegalmente detenuto in cella. A denunciare il gravissimo episodio sono Vincenzo Tristaino, segretario nazionale SAPPE per la Liguria, e Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria.
«Nel corso di un controllo – ricostruisce Tristaino – i colleghi hanno rinvenuto un telefono cellulare all'interno di una cella della Prima sezione. Al momento dell'intervento e dell'invito a consegnare l'apparecchio, i due detenuti presenti hanno opposto una violenta resistenza, rifiutandosi di collaborare e aggredendo fisicamente gli agenti. Il bilancio è pesante: due poliziotti penitenziari feriti, rispettivamente con una prognosi di 30 e 7 giorni».
«È l'ennesimo grave episodio che si verifica a Marassi e che conferma come il personale sia quotidianamente esposto a rischi sempre più gravi – aggiunge –. Non possiamo continuare a considerare tutto questo come ordinaria amministrazione».
Durissimo il commento di Donato Capece, segretario generale del SAPPE: «Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza ai due colleghi aggrediti, ai quali auguriamo una pronta guarigione, ma siamo anche profondamente indignati. Ogni giorno la Polizia Penitenziaria sequestra telefoni cellulari, smartphone e schede SIM nelle carceri italiane. Eppure, nonostante sia ormai evidente che questi strumenti rappresentino un formidabile mezzo per mantenere contatti con l'esterno, organizzare traffici e attività criminali e gestire affari illeciti direttamente dalle celle, continuiamo a non vedere un piano nazionale realmente efficace per schermare gli istituti penitenziari e impedire l'utilizzo dei cellulari».
«È semplicemente incomprensibile – incalza Capece – che nel 2026 si continui a parlare di sperimentazioni, progetti e buone intenzioni mentre i telefoni entrano nelle carceri e vengono utilizzati impunemente. Non basta sequestrarli dopo che sono entrati: bisogna impedire che possano funzionare. Servono sistemi tecnologici di schermatura e neutralizzazione dei segnali, investimenti immediati e una strategia nazionale seria. Ogni ritardo lascia spazio all'illegalità e scarica ancora una volta sugli uomini e sulle donne della Polizia Penitenziaria il prezzo dell'inefficienza».
Il SAPPE chiede dunque un immediato cambio di passo da parte del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
«Marassi è ormai un simbolo di una situazione che non può più essere sottovalutata – concludono i sindacalisti del SAPPE –. Servono maggiori investimenti economici ed umani dal Ministero per garantire più sicurezza, più personale, tecnologie adeguate. Non possiamo aspettare che il prossimo cellulare sequestrato, la prossima aggressione o il prossimo episodio di violenza producano conseguenze ancora più gravi per accorgerci che il sistema penitenziario necessita di interventi concreti, e subito».
Il SAPPE ribadisce con forza che la sicurezza delle carceri non può essere affidata esclusivamente al coraggio e alla professionalità della Polizia Penitenziaria: lo Stato ha il dovere di fornire uomini, strumenti e tecnologie adeguate. Prima che il prossimo bollettino da Marassi debba contare conseguenze ancora più drammatiche.






