Attualità - 05 ottobre 2026, 14:30

Ex Ilva, confermato lo stop agli altiforni: sindacati in allarme, ora il nodo Cassazione

La Corte d’Appello di Milano respinge anche la seconda richiesta di sospensiva presentata da Ilva e Acciaierie d’Italia: “Il diritto alla salute prevale sull’interesse economico”. Fim e Uilm chiedono al Governo di intervenire subito. Il 20 ottobre il passaggio alle Sezioni Unite

Ex Ilva, confermato lo stop agli altiforni: sindacati in allarme, ora il nodo Cassazione

La Corte d’Appello di Milano ha confermato lo spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva, respingendo anche la seconda istanza di sospensiva presentata dai legali di Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria. Una decisione che rende ancora più delicato il futuro del gruppo siderurgico e riaccende l’allarme dei sindacati sulle possibili conseguenze occupazionali, anche per lo stabilimento di Cornigliano.

Il collegio presieduto da Giuseppe Ondei ha così confermato ancora una volta il provvedimento adottato lo scorso luglio. Già l’11 settembre la Corte aveva respinto una prima richiesta delle società, mantenendo fermo lo stop dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.

Al centro del nuovo provvedimento, composto da undici pagine, c’è il bilanciamento tra attività produttiva e tutela della salute. Secondo i giudici, anche considerando che la produzione risulta già in fase di sospensione e che quindi l’interesse cautelare avanzato dalle società si sarebbe ridimensionato, l’eventuale prosecuzione dell’attività degli altiforni deve comunque cedere di fronte al “preminente diritto alla salute”.

La Corte richiama sia l’interpretazione fornita in sede europea sia i principi costituzionali italiani e ritiene che non possa cambiare il quadro neppure l’udienza già fissata davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione per il prossimo 20 ottobre. Per i giudici, infatti, il passaggio in Cassazione non rappresenta un elemento sopravvenuto tale da modificare il bilanciamento degli interessi.

Una posizione accolta positivamente dal Codacons. Il legale Giuliano Leuzzi ha sottolineato come il pronunciamento riconosca la prevalenza della tutela della salute rispetto all’iniziativa economica, richiamando anche l’articolo 41 della Costituzione. Proprio il giudizio delle Sezioni Unite del 20 ottobre rappresenterà ora il prossimo passaggio decisivo sul piano giudiziario.

Di segno opposto le reazioni sindacali. Il segretario nazionale Fim Cisl Valerio D’Alò ha parlato di “forte preoccupazione”, sottolineando come lo stop dell’area a caldo fosse già previsto ma come la decisione renda ancora più urgente una risposta da parte delle istituzioni.

“Se la decisione verrà confermata, il Governo dovrà assumersi la responsabilità di garantire i tempi di un piano industriale che preveda la riconversione immediata dello stabilimento, tutelando i diritti dei lavoratori e il futuro di Taranto”, ha affermato D’Alò.

Ancora più netto il segretario generale Fim Ferdinando Uliano, che ha definito la decisione “una brutta notizia” destinata ad avere “conseguenze pesanti sul lato occupazione”. La richiesta al Governo è quella di convocare immediatamente le parti sociali e approvare il decreto rimasto in sospeso per mettere in sicurezza i lavoratori.

“Si rischia di prospettare licenziamenti – ha avvertito Uliano –. Il Governo deve far partire il piano di rilancio e di decarbonizzazione. C’è una situazione di cassa integrazione che rischia di inasprirsi”.

Sulla stessa linea Davide Sperti, segretario generale Uilm, che ha chiesto all’esecutivo di rispettare gli impegni assunti nell’ultimo tavolo a Palazzo Chigi. “Bisogna velocizzare sul decreto e su tutto perché le conseguenze saranno inevitabilmente drammatiche per i lavoratori che da 14 anni pagano il prezzo più alto”, ha dichiarato, respingendo l’ipotesi di attendere semplicemente la Cassazione: “Non si può rimandare ogni volta e buttare la palla in tribuna. È tempo che la politica decida”.

Una partita nazionale che coinvolge direttamente anche Cornigliano, dove nelle scorse settimane era già emerso il rischio di 131 esuberi e di un ulteriore ricorso alla cassa integrazione. Lo stop dell’area a caldo di Taranto, da cui dipendono anche gli approvvigionamenti degli altri siti del gruppo, rischia quindi di aggravare ulteriormente una vertenza che sul territorio genovese ha già assunto contorni particolarmente delicati.

Federico Antonopulo

TI RICORDI COSA È SUCCESSO L’ANNO SCORSO A OTTOBRE?
Ascolta il podcast con le notizie da non dimenticare

Ascolta "Un anno di notizie da non dimenticare 2025" su Spreaker.
SU