Sono circa le 19 del 7 ottobre 1970 e su Genova il cielo, che già da qualche ora dava solo pioggia, si prepara a riversare una quantità d'acqua mai vista prima. A complicare la situazione ci si mette anche la mareggiata, che blocca il naturale deflusso a mare delle acque dei torrenti. Comincia così, in poche ore, quello che resterà il primo grande trauma idrogeologico della Genova moderna.
Dalla sera del 7 ottobre fino alle 17 del giorno dopo, sulla città si abbattono oltre 900 millimetri di pioggia, quasi 950, secondo le stazioni di misurazione di Bolzaneto, in Val Polcevera. Un diluvio di quasi ventiquattr'ore che lascia Genova sommersa di fango e che si porta via 43 vite, tra i 35 morti accertati e gli 8 dispersi mai più ritrovati.
A Voltri, già la sera del 7 ottobre, il torrente Leira esonda per primo, travolgendo il quartiere e causando da solo 13 delle vittime complessive. Nelle ore successive escono dagli argini anche Polcevera, Fereggiano e Bisagno, mentre in diverse zone della città si registrano piene e allagamenti pesanti. È la furia del Bisagno a portarsi via due delle cinque arcate del ponte di Sant'Agata, che da secoli, fin dal Medioevo, attraversava l'alveo del torrente.
Gravissimi i danni anche nell'entroterra, in particolare a Masone; autostrade e ferrovie restano bloccate per giorni, insieme a forniture di luce, gas e telefoni. Gli sfollati sono oltre 2.000, e c'è chi si salva solo per un soffio, trovandosi a dover guardare in faccia, la mattina dopo, un disastro che la notte prima non si sarebbe potuto immaginare.
Finita la pioggia, i genovesi non restano con le mani in mano. Volti rigati dalle lacrime, giovani e meno giovani, si trovano a spalare via il fango. Un lavoro incessante di giorni e giorni, per cercare di aiutare la città a rialzarsi.
Sono i primi ‘angeli del fango’, persone comuni che troppe volte si sono ritrovate per le strade di Genova anche nei decenni a seguire.
Di quell'alluvione resta, nella memoria di chi l'ha vissuta, l'odore del fango, le mani sporche e indolenzite, i volti sconsolati di chi si è trovato a ricominciare da capo, perdendo in poche ore quanto costruito in anni di sacrifici.
Fabrizio De André, anni dopo, avrebbe dedicato proprio a quei giorni "Dolcenera", una delle sue canzoni più intense: la prova che certe acque, una volta passate, continuano comunque a scorrere nella memoria collettiva di una città.
Genova, del resto, ha dovuto fare i conti con la furia dell'acqua più volte di quante ne vorrebbe contare, e ogni volta ha ritrovato nei propri cittadini la stessa risposta: una solidarietà che nasce spontanea proprio nel momento peggiore. Ciascuno di noi, purtroppo, ha visto almeno un'alluvione, e in quell'esperienza ha scoperto un senso di attaccamento alla città della Lanterna che forse non pensava di avere.
Vedere Genova martoriata ha sempre finito per scatenare un senso di appartenenza, quasi di orgoglio, verso una città che troppo spesso sta stretta, che soffoca le speranze di chi la vive. Ma che, con la stessa forza con cui respinge, sa anche richiamare a sé e incantare, con quella sua proverbiale durezza che, in fondo, non è altro che una timida voglia di mostrarsi solo a chi ha la pazienza e la tenacia di andare oltre le apparenze.









