Gen Z - il mondo dei giovani - 11 ottobre 2026, 09:30

Gen Z - Il mondo dei giovani - Bullismo, non è solo una cosa da ragazzi: dalla scuola al lavoro, il problema continua

Tra banchi di scuola, in ufficio e sugli schermi digitali, la cultura del silenzio e della minimizzazione continua a giustificare la violenza psicologica: perché il rispetto non deve essere un privilegio da conquistare, ma il punto di partenza

Gen Z - Il mondo dei giovani - Bullismo, non è solo una cosa da ragazzi: dalla scuola al lavoro, il problema continua

Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.

Ormai sembra difficile passare una giornata senza sentire parlare di bullismo. Succede a scuola, per strada, nei luoghi di ritrovo frequentati dai più giovani, ma anche negli ambienti di lavoro. Eppure, quando si affronta questo tema, il pensiero corre quasi automaticamente ai bambini e agli adolescenti, come se fosse una fase della crescita destinata a scomparire con l’età adulta. La realtà è più complicata: le prepotenze possono cambiare forma, ma non sempre finiscono quando si cresce. A preoccupare non è soltanto il numero di episodi di cui si viene a conoscenza, ma anche la gravità di alcune situazioni e la sensazione che, troppo spesso, non si riesca a intervenire prima che degenerino. A scuola, per esempio, gli insegnanti devono gestire classi numerose, programmi da portare avanti e ragazzi con esigenze diverse. Accorgersi di tutto ciò che succede tra i banchi, nei corridoi o durante l’intervallo non è sempre semplice. Alcune dinamiche possono iniziare con una battuta, un soprannome o un’esclusione dal gruppo e diventare, giorno dopo giorno, qualcosa di molto più pesante. Il problema è che non sempre chi guarda dall’esterno riesce a riconoscere subito la differenza tra uno scherzo e un comportamento che ferisce. E quando a essere preso di mira è sempre lo stesso ragazzo, quando le battute diventano umiliazioni o qualcuno viene sistematicamente isolato, non si può più parlare soltanto di ragazzate. Per chi le subisce, quelle situazioni possono trasformare la scuola in un posto in cui andare ogni mattina diventa una fonte di paura e disagio. Ma da dove nasce tutto questo? Le cause sono diverse e non esiste una spiegazione valida per ogni caso. Contano le dinamiche del gruppo, il bisogno di sentirsi accettati, i modelli a cui ci si ispira e il modo in cui si impara a gestire la rabbia, la frustrazione e i conflitti. Anche i messaggi che arrivano dall’esterno possono influenzare il comportamento dei più giovani, soprattutto quando la prepotenza viene confusa con la forza, la mancanza di rispetto con la sicurezza di sé e l’umiliazione di qualcuno con un’occasione per far ridere gli altri. In questo quadro, anche il ruolo degli adulti è fondamentale. Non perché ogni episodio dipenda necessariamente dalla famiglia o perché tutti i genitori siano disattenti, ma perché i ragazzi imparano anche osservando il modo in cui gli adulti si comportano. Imparano da come vengono affrontati gli errori, da come si reagisce a un rimprovero e da come si trattano le persone con cui non si è d’accordo. Se il messaggio che passa è che chi alza di più la voce vince, che chiedere scusa è una debolezza o che ogni richiamo è un attacco personale, diventa più difficile imparare a riconoscere le proprie responsabilità. Capita così che una nota sul registro o una valutazione negativa diventino motivo di scontro con gli insegnanti, invece che un’occasione per capire cosa non abbia funzionato. In alcuni casi, i genitori reagiscono mettendosi immediatamente sulla difensiva, arrivando persino a contestare in modo aggressivo chi ha segnalato il comportamento del figlio. Naturalmente non è ciò che fanno tutte le famiglie, ma quando accade il rischio è che il ragazzo riceva un messaggio contraddittorio: a scuola gli viene chiesto di rispettare gli altri, mentre fuori può vedere che chi lo richiama viene trattato come un nemico. E allora viene spontaneo chiedersi quale spazio rimanga per imparare dai propri errori. Perché educare non significa difendere un figlio a prescindere da tutto, così come insegnare non significa avere sempre ragione. Significa anche riuscire a distinguere tra una critica ingiusta e un richiamo legittimo, tra un conflitto da chiarire e un comportamento che non può essere accettato. Nessuno dovrebbe essere umiliato, ma nessuno dovrebbe nemmeno essere esentato dal rispondere delle proprie azioni.

C’è poi un altro aspetto che rende il problema ancora più difficile da affrontare: la reazione nei confronti di chi trova il coraggio di raccontare ciò che gli è successo. Chi subisce bullismo, infatti, non deve fare i conti soltanto con le prepotenze, ma a volte anche con chi minimizza, invita a lasciar perdere o suggerisce di non prendersela. Frasi come «sono solo scherzi», «devi imparare a difenderti» oppure «non puoi prendertela per tutto» possono sembrare modi per ridimensionare la situazione, ma rischiano di far sentire la vittima ancora più sola. È un meccanismo che può portare a convincersi che parlare sia inutile, che denunciare un episodio significhi passare per quello che si lamenta sempre o che chiedere aiuto sia una dimostrazione di debolezza. E così, mentre chi subisce si domanda se abbia esagerato, chi ha messo in atto il comportamento può continuare senza essere chiamato a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Ma il punto è proprio questo: non dovrebbe essere necessario dimostrare di saper sopportare tutto per meritare rispetto. Non serve essere particolarmente fragili per soffrire a causa di un’umiliazione ripetuta, e non si diventa più forti semplicemente imparando a stare zitti. Segnalare una prepotenza non significa essere incapaci di affrontare la vita. Significa riconoscere che esistono comportamenti che non devono essere normalizzati. E se la situazione fuori dalle aule scolastiche può sembrare diversa, il meccanismo non scompare necessariamente con l’età. Anche sul lavoro possono esserci esclusioni sistematiche, umiliazioni davanti ai colleghi, battute offensive, svalutazioni continue o pressioni esercitate da chi ha una posizione di maggiore potere. A volte tutto viene liquidato come un ambiente competitivo, un carattere difficile o il prezzo da pagare per stare in un determinato posto. Altre volte chi subisce teme di parlare perché ha paura di compromettere il rapporto con i colleghi, di essere considerato poco professionale o addirittura di mettere a rischio il proprio lavoro. Non tutte le tensioni sul posto di lavoro sono bullismo e non ogni disaccordo deve essere interpretato come una prepotenza. Ma quando i comportamenti diventano ripetuti, mirano a isolare o umiliare una persona e finiscono per creare un ambiente ostile, non possono essere liquidati semplicemente come problemi di carattere. La dignità di una persona non dovrebbe dipendere dalla sua età, dal ruolo che ricopre o dalla sua capacità di sopportare un ambiente difficile. Nel frattempo, i social hanno aggiunto un ulteriore livello al problema, soprattutto per i più giovani. Una volta usciti da scuola, almeno in teoria, si poteva trovare un po’ di distanza dalle persone con cui si erano vissuti momenti difficili. Oggi, invece, il conflitto può continuare sul telefono, arrivare a casa e raggiungere un pubblico molto più ampio. Video pubblicati senza consenso, storie con frecciatine, commenti provocatori, chat di gruppo in cui qualcuno viene deriso e contenuti condivisi per mettere in ridicolo una persona possono prolungare l’umiliazione ben oltre il momento in cui è iniziata. È una spirale che può sembrare infinita. Un contenuto viene pubblicato, qualcuno lo ricondivide, altri commentano e altre persone ancora si aggiungono, magari senza conoscere nemmeno la situazione. Per chi guarda può essere soltanto un video di pochi secondi; per chi ne è protagonista può significare sapere che quell’umiliazione continua a circolare e che non è possibile controllare chi la vedrà. Il confine tra una presa in giro e una violenza psicologica può diventare molto sottile, soprattutto quando migliaia di visualizzazioni fanno sembrare tutto un gioco. E anche in questo caso gli adulti possono non sapere cosa stia succedendo. Un genitore può ignorare il modo in cui il figlio si comporta nelle chat, i contenuti che pubblica o i commenti che lascia online.

Non basta chiedere se sia andato tutto bene a scuola: serve anche provare a capire come si relaziona con gli altri, che cosa condivide e quale idea ha del rispetto quando si trova dietro uno schermo. La responsabilità, però, non riguarda soltanto le famiglie. Anche le scuole, le piattaforme digitali e le comunità in cui crescono i ragazzi hanno un ruolo nel riconoscere e contrastare questi comportamenti. Il bullismo, quindi, non è una questione che riguarda soltanto chi lo subisce e chi lo mette in atto. Riguarda anche chi assiste e sceglie di ridere, chi vede e fa finta di niente, chi minimizza e chi pensa che intervenire non sia affar suo. Il silenzio di chi è intorno può contribuire a far credere a chi prevarica di avere il consenso del gruppo, mentre una persona che prende posizione può aiutare chi è in difficoltà a non sentirsi completamente solo. Non possiamo pretendere che ogni conflitto scompaia o che nessuno sbagli mai. Possiamo però smettere di considerare normali le umiliazioni, le minacce e le prepotenze, soltanto perché sono sempre esistite o perché chi le subisce dovrebbe, secondo qualcuno, imparare a cavarsela da solo. La scuola dovrebbe essere un luogo in cui crescere, il lavoro un ambiente in cui poter svolgere la propria attività con dignità e i social uno spazio in cui comunicare senza trasformare le persone in bersagli. Il problema non si risolve con una convocazione, una punizione o una giornata dedicata al tema, se poi tutto torna come prima. Serve imparare a riconoscere i segnali, ascoltare chi racconta di essere in difficoltà e insegnare che ogni comportamento ha delle conseguenze. E serve soprattutto smettere di chiedere a chi subisce di sopportare in silenzio, mentre ci si dimentica di chiedere a chi fa del male di assumersi le proprie responsabilità. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra subire e tacere, né a imparare a rispondere alla violenza con altra violenza. Il rispetto non dovrebbe essere qualcosa da conquistare dimostrando di essere più forti degli altri. Dovrebbe essere il punto da cui partire, a scuola, sul lavoro e in qualsiasi luogo in cui le persone condividono una parte della propria vita.

Martina Colladon

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