(Adnkronos) - Tra Massafra e Roma ci sono quasi 500 chilometri. Per arrivarci, Kid Yugi, ha scelto la strada più lunga, sapendo che sì, alla fine tutte portano davvero alla Capitale. La sua ci arriva dopo aver girato i Palazzetti d'Italia in un tour che è la prova empirica della sua consacrazione. Il migliore dei rapper emergenti che si è fatto grande, diventando pilastro della scena urban che domina le classifiche e coltiva le nuove generazioni. Qualcuno da ammirare per quello che dice e per come lo dice, per le anime che nasconde dietro quei quasi due metri d’altezza e la faccia da bravo ragazzo.
Francesco Stasi torna a Roma per l’ultima data del suo primo tour nei Palazzetti, che era passato anche da Milano dopo l’uscita di ‘Anche Gli Eroi Muoiono’. E forse la location dell’ultimo tango non è casuale. È stato lui stesso, nel corso di uno show sold out, a svelare come tutti i suoi tre dischi siano nati proprio a Roma. Qui ha incontrato le persone più importanti della sua vita, quelle che gli hanno aperto le porte e indicato la strada. Qui ha capito che quella passione che coltivava tra i vicoli di Massafra, all’ombra di quel gigante che si chiamava Ilva, ridendone con gli amici ma sognando un futuro diverso, poteva diventare davvero realtà. E così Roma aggiunge un nuovo Re alla sua storia, in un Palazzetto dello Sport elettrico, riempito da basi che assordano e barre che graffiano. Ma anche da cuori che sanguinano, ed eroi che muoiono.
La forza di Kid Yugi, dopotutto, è proprio questa. Nascondere dietro il rap più crudo un animo da bibliotecario, il sogno che coltivava da bambino, quando i libri lo crescevano e il rap non era ancora un’opzione. È un ragazzo di 25 anni cresciuto troppo in fretta in una terra maledetta, tanto bella quanto velenosa, che ha scoperto cosa vuol dire strada e ha scelto di abbandonarla in tempo. Quello spaccato di mondo fa parte di lui e lo riversa nelle sue canzoni. Alcune tracce sono leggere, “stupide”, dice lui. Prima di intonarle consiglia alla madre di tapparsi le orecchie, perché “posso fare anche di peggio”. Ha accanto a sé la famiglia, nessuno vuole perdersi il suo momento: il padre, racconta lui, si è fatto tutte le date del tour, in quella che ha definito una vera e propria “crisi di mezza età”, mentre alla sorella ha dedicato una canzone nel suo momento più buio, quando la malattia ha bussato senza invito.
Le persone che hanno riempito la sua vita ricoprono un ruolo nella sua crescita artistica. Dopotutto il rap racconta la vita vissuta, quella di cui alcuni non vorrebbero sentir parlare, ma scava anche dentro alle anime di chi non ha voce per esprimere ciò che sente. “Come ti ho ridotta dando a te la colpa/Sono scappato l'anno scorso sbattendo la porta/Ora sei insieme a un altro e manco me ne importa/Il nostro amore che ci uccide alla Tristano e Isotta”, epico e tragico che si fondono per tirare fuori una sofferenza. Un cuore spezzato che fatica a guarire per una storia finita male. Tutti si possono immedesimare in quelle che sono esperienze personali ma comuni, che fanno crescere, imparare, cambiare. Pochi però sanno metterle in rima con la profondità di uno psicologo e la penna che diventa calamaio. La leggerezza della prosa e la bellezza della poesia. Kid Yugi ci riesce come soltanto pochi del panorama musicale italiano possono, ora che il cantautorato non c’è più e vige la legge delle piattaforme.
Lui, che voleva fare il bibliotecario, si ritrova così a raccontare te, che lo stai ascoltando, circondato da gargoyle su un palco che ricorda Notre-Dame in fiamme. La decadenza del sacro e la fine degli idoli. C’è un’atmosfera cupa, ansiogena e horror, che è stata filo conduttore dell’immaginario che Yugi ha voluto creare. Eppure, il parterre poga e le tribune sono in piedi. Fa tutto parte dello show, certo, ma dietro c’è critica sociale e un senso di vuoto da colmare. Risposte da trovare e una rabbia che ritorna, ma che questa volta ha una voce forte a esprimerla. Che su quel palco non ha nessuna paura, nemmeno di dire che gli eroi sono morti.






