Meraviglie e leggende di Genova - 25 ottobre 2026, 12:35

Genova, 23 ottobre 1942: la fuga verso il rifugio che diventò una trappola mortale

La tragedia della Galleria delle Grazie: 354 vittime ufficiali nella calca mentre la città cercava riparo dai bombardamenti. Il racconto del lottatore Gerolamo Quaglia, sopravvissuto alla strage sotto Porta Soprana

Foto via Facebook

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Era la sera del 23 ottobre 1942. 

In quel venerdì, mentre a El Alamein iniziava la seconda battaglia con l’offensiva britannica nei confronti della linea italo-tedesca, i bengala illuminavano il cielo sopra Genova e gli allarmi si diffondevano nell’aria.

Il giorno prima, i bombardieri britannici avevano sganciato circa 200 tonnellate di ordigni sulla città e la paura cresceva di ora in ora.

Al suono delle sirene, in migliaia si erano mossi veloci verso i rifugi antiaerei come quello della Galleria delle Grazie, all’ombra di Porta Soprana.

Nella galleria erano soliti rifugiarsi i numerosi residenti della zona, spaventati dalla ripida scalinata di accesso, in parte a cielo aperto. Anche quella sera la paura era tanta ma sembrava essere nulla di fronte al terrore delle bombe che stavano piovendo da ore.

Ma in pochi minuti, quella che doveva essere la via della salvezza, per 354 persone (secondo fonti ufficiali - qualche decennio più tardi si parlò di circa 500 vittime) si tramutò in una tragedia.

Qualcuno scivolò, forse i cancelli non furono aperti. Fatto sta che quelle persone persero la vita soffocate dalla calca.

L’ingegnere capo del Comune, qualche tempo prima, aveva sconsigliato l’uso di quella scala stretta vicina alla Banca d’Italia, ma la gente continuava a percorrerla tanto che si giunse a un compromesso: sistemare gli agenti lungo il percorso per regolare l’afflusso.

La sera del 23 ottobre, tra le centinaia di persone in cerca di un rifugio, c’era anche Gerolamo Quaglia, classe 1902, lottatore greco-romano della Andrea Doria e bronzo olimpico ad Amsterdam nel 1928. Quaglia si trovava al cinema Carlo Felice quando iniziò il fuggi fuggi generale.

Raccontava dell’arrivo davanti alla galleria: “La prima rampa era a cielo aperto e arrivava moltissima gente terrorizzata: i bengala illuminavano la scena, gli spezzoni cadevano crepitando”.

Poi, con parole misurate, ripercorreva la tragedia: “Mi trovavo esattamente sul quinto gradino della scalinata e qualcuno davanti a me ruzzolò: forse si era inciampato in un materasso, in qualcosa che trasportava”.

Chi seguiva cadde a sua volta, e sul primo pianerottolo si formò la barriera umana che ostruiva quasi del tutto il passaggio. “La pressione era terribile, le urla assordanti, il panico totale” raccontava ancora Quaglia che ricordava anche un maresciallo dei Carabinieri, “un pezzo d’uomo” che cerca ava di calmare la forma e fu “letteralmente schiacciato contro il muro”.

A un certo punto la ressa si fermò e Quaglia restò in piedi. Gridava di non spingere e non capiva perché chi gli stava accanto non cercasse di liberarsi. “Mi accorsi, scorgendo un filo di sangue all’angolo della bocca di un uomo che stava accanto a me, che erano tutti morti, Morti in piedi”.

Seguì una strana calma, interrotta da qualche gemito: “Capivo soltanto vagamente che tutta quella gente era morta e che l’unico vivo ero io, in quella massa compatta di pietra”.

Quaglia fu una delle poche decine di persone che da quel disastro ne è uscita viva: “Hanno detto che mi ero salvato per la mia forza, perché ero un atleta, ma non è vero. Mi sono salvato perché sul braccio sinistro avevo un soprabito spiegato, che mi faceva da cuscino salvandomi il torace dallo schiacciamento”.

Sul lato destro lo premeva un uomo, anche lui morto, sul gradino superiore, così la pressione gli arrivava sulle spalle e non sull’addome: “mi trovavo in una specie di piccola nicchia miracolosa, tra cadavere e cadavere”.

Da li, era riuscito a vedere cose incredibili: un bambino “biondo e ricciuto che dormiva tranquillamente tra le spalle di suo padre” e che, stando più in alto, la pressione non aveva toccato; il pianto di un altro bambino, che arrivava da sotto il corpo di un uomo, probabilmente il padre, che si era rannicchiato per proteggerlo e ci era riuscito.

Quaglia restò a lungo in quella posizione, Il primo soccorso arrivò da un marinaio che salì dal basso scavalcando la catasta dei corpi. Per tornare libero, aveva dovuto aspettare che i cadaveri fossero rimossi uno per uno. 

“Non avevo che fortissime contusioni alle gambe. All’ospedale andammo in pochissimi, credo non più di una dozzina. Gli altri erano tutti morti, li allinearono sul marciapiede della Banca d’Italia, proprio sotto le torri di Porta Soprana”.

Dopo la guerra il tunnel fu murato. Il tracciato della metropolitana tra piazza Sarzano, piazza De Ferrari e San Giorgio ne ha ripreso in parte il percorso. Restano le lapidi vicino a Porta Soprana, una del 1949 posta dagli abitanti del rione e una del 1982 a opera del Comune. 


 

Isabella Rizzitano

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