Attualità - 27 ottobre 2026, 13:17

“Senza diritti niente scena, il lavoro si paga”: sciopero nazionale del teatro, presidio davanti al Nazionale di Genova

Lavoratori, maestranze e studenti in piazza per il rinnovo del contratto fermo al 2021. La denuncia del settore: “Stipendi inadeguati, ritmi insostenibili e risorse insufficienti dal Ministero”

“Senza diritti niente scena, il lavoro si paga”: sciopero nazionale del teatro, presidio davanti al Nazionale di Genova

“Senza diritti niente scena”.

Questo è lo slogan che ha accompagnato lo sciopero nazionale del 27 ottobre che ha interessato lavoratori e lavoratrici del comparto dello spettacolo dal vivo, riuniti in presidio davanti al teatro Nazionale di Genova.

Una mobilitazione che ha riguardato tutta Italia e che ha unito il personale dipendente, attori e attrici, il comparto tecnico e giovani studenti e studentesse della scuola Mariangela Melato, decisi a chiedere il rinnovo del contratto nazionale, fermo al 2021, aumenti salariali adeguati e regole capaci di rispondere al cambiamento del settore.

La protesta, organizzata da Slc Cgil insieme a Cisl e Uil sul fronte del rinnovo contrattuale, arriva dopo due anni di trattative senza risultati risolutivi. 

La proposta di Federvivo, la principale rappresentanza dello spettacolo dal vivo, prevede aumenti del 18% per i dipendenti e del 20% per gli scritturati, a fronte di un’inflazione indicata al 23%, senza possibilità di recuperare gli arretrati. Una proposta giudicata insufficiente dai rappresentanti dei lavoratori, che chiedono anche l’unificazione dei contratti tra personale dipendente e scritturati e una semplificazione delle voci retributive.

“Dopo due anni di stallo delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale è stato necessario, per sbloccare la situazione, proclamare questo sciopero che riguarda tutti i teatri di prosa a livello Italia”, spiega Sonia Montaldo, segretaria generale di Slc Cgil Genova.

La richiesta, sottolinea, riguarda innanzitutto le retribuzioni, ma non soltanto. “Quello che chiediamo è un aumento retributivo che consenta ai lavoratori di recuperare il potere d’acquisto che hanno perso a causa dell’inflazione che c’è stata in questi anni e poi anche di unificare le tabelle salariali dei dipendenti e degli scritturati, perché gli scritturati che lavorano all’interno dei teatri sono parecchi in ogni stagione e hanno condizioni lavorative ed economiche peggiorative rispetto ai dipendenti”.

Da qui la proposta sindacale di arrivare a un unico contratto dello spettacolo dal vivo, capace di garantire condizioni di partenza omogenee a chi lavora nelle produzioni teatrali, indipendentemente dalla forma contrattuale.

Montaldo si dice soddisfatta della partecipazione al presidio e auspica che la mobilitazione contribuisca a sbloccare la trattativa, richiamando anche la responsabilità del Ministero. "Ci aspettiamo che il Ministero prenda a cuore la situazione e finalmente sblocchi questi finanziamenti”.

Secondo la segretaria generale di Slc Cgil Genova, durante le trattative la controparte ha richiamato la mancanza di risorse disponibili per sostenere gli aumenti. “Quello che ci siamo sentiti dire al tavolo delle trattative da Federvivo è che non ci sono soldi, che non gli arrivano i soldi per poter aumentare gli stipendi”, riferisce Montaldo.

Stefano Rossi, maestranza del comparto elettricisti e rappresentante sindacale unitario del Teatro di Genova, mette al centro la necessità di sbloccare prima di tutto la partita economica, senza rinunciare a una revisione più ampia delle regole contrattuali.

“Questa trattativa - spiega - va avanti ormai da più di due anni e ha avuto veramente un anno difficile. L’ultima proposta, seppur noi capiamo le ragioni di Federvivo, che i soldi sono pochi e quant’altro, dal punto di vista salariale ci aspettiamo che questa cifra che c’è stata proposta ci venga data tutta insieme e non spalmata sui prossimi tre anni”.

Per Rossi, il rinnovo non può limitarsi agli aumenti: il contratto è fermo da prima della pandemia e deve essere aggiornato per tenere conto di un settore che negli ultimi anni ha cambiato ritmi, organizzazione e modalità produttive. “Bisogna sicuramente mettere mano anche a delle regole che al momento quasi non se ne parla. C’è tanto da lavorare e prima risolviamo l’aspetto economico”.

Al presidio, sottolinea, sono presenti diverse componenti del mondo teatrale: personale stabile, scritturati, attori, tecnici e studenti. Una partecipazione che, per il rappresentante sindacale, evidenzia quanto il problema riguardi l’intero settore.

Rossi descrive anche la pressione esercitata sugli organici dal sistema che lega il riconoscimento e il mantenimento dello status di teatro nazionale alla capacità produttiva. “Parlando anche con gli altri colleghi di altri teatri, trovo il sistema veramente delirante, perché siamo obbligati a produrre, a fare giornate produttive, a fare sempre più produzioni per mantenere lo status di teatro nazionale, ma il problema è che poi non ci sono le risorse per farlo”.

Le conseguenze si vedono nell’organizzazione delle giornate lavorative dei tecnici, spesso chiamati a spostarsi tra più spazi e produzioni: “Abbiamo delle giornate in cui la mattina sei in un teatro, il pomeriggio sei in un altro teatro e magari la sera sei a fare un altro”.

Per Rossi è importante che alla mobilitazione partecipino anche i vertici delle istituzioni teatrali. “Spero che a Roma, il 9 novembre, vengano anche i nostri capi, cioè i direttori dei teatri. Se non si riesce a dare un segno al Ministero, e non ci siamo riusciti fino a oggi, è difficile cambiare la situazione. Oggi tutta Italia sta manifestando da Bolzano a Palermo. Questo è un grande risultato”.

Accanto ai lavoratori c’è anche la Scuola del Teatro. La direttrice didattica Elisabetta Pozzi, attrice, spiega che la decisione di aderire alla protesta nasce dalla volontà di rendere consapevoli i giovani delle condizioni che potrebbero incontrare una volta terminata la formazione.

“Come scuola abbiamo aderito e siamo non solo dalla loro parte, ma dalla nostra parte, anche perché si sta parlando del minimo sindacale che viene dato a questi ragazzi che vengono messi nel mondo del lavoro. Si parte sempre da una cifra talmente esigua: 56 euro al giorno, non è possibile che non si sia adeguata minimamente questa cifra”, afferma Pozzi, richiamando anche le condizioni di moderatori e maestranze.

La scuola ha scelto di fermarsi per una giornata, pur sapendo che per gli allievi significa rinunciare a un momento di formazione. “Per i ragazzi è veramente un sacrificio - continua Pozzi -, perché vengono a scuola con una voglia straordinaria di cominciare a parlare di teatro, capire che cosa significa. Sacrifichiamo un giorno per parlare anche di quello che significherà, tra due anni, la loro vita e quello che li aspetta”.

Per Pozzi, il presidio rende visibile una parte del lavoro teatrale che spesso resta nascosta agli occhi del pubblico, concentrato soprattutto su ciò che accade sul palcoscenico. “È fondamentale, perché per troppo tempo le persone che vengono a teatro non hanno davvero la capacità di comprendere. Questa è una grande famiglia che adesso si unisce in una lotta per poter avere un po’ più di dignità, per essere riconosciuta anche nelle sue capacità”.

L’attrice rivendica il valore specifico dello spettacolo dal vivo, fatto di presenza fisica, relazione e condivisione. “Siamo consapevoli che siamo rimasti l’unica forma di spettacolo dal vivo: noi siamo in 3D veramente. Non siamo elaborati, siamo in carne e ossa, a parlare, a metterci in gioco, a vivere la vita dello spettacolo. E quindi è una grande energia che si mette”.

La richiesta che il comparto rivolge al Governo è chiara: rivendicazioni salariali e difesa delle condizioni di lavoro che, unite alla professionalità di chi lavora nel mondo del teatro, possano concorrere al riconoscimento concreto verso chi rende possibile ogni giorno lo spettacolo dal vivo, sul palco e dietro le quinte.


 

Isabella Rizzitano

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