Il Cimitero monumentale di Staglieno, il grandioso progetto realizzato dal Barabino nel 1835, è una vera e propria galleria di arte e storia.
Arte per la quantità di statue di fattura pregevolissima che adornano le tombe delle famiglie notabili della città o di personaggi illustri che riposano nel camposanto accanto al Bisagno; storia perché sono pagine di annali scolpite nella pietra.
Tra le pieghe di quella Genova Ottocentesca c’è una storia unica, quella della Catainin.
In piedi, con il suo grembiule ornato di pizzo, lo scialle sulle spalle e le mani che si muovono tra reste e canestrelli, Caterina Campodonico, detta anche Catainin dæ reste, continua a raccontare la sua vita, le sue fatiche e il desiderio di essere ricordata per sempre.
Nata a Genova nel 1804, Caterina apparteneva a quel mondo popolare che raramente lasciava tracce nei monumenti celebrativi. La sua identità era legata a Portoria, tanto da essere ricordata nell’iscrizione funeraria come “vea portolianna”, vera portoriana.
Un lavoro itinerante quello che svolgeva ogni giorno, tra mercati, feste e spostamenti. Caterina vendeva le reste, collane di nocciole che, secondo la tradizione, i fidanzati regalavano alle ragazze come augurio, e i canestrelli, che nell’epigrafe della statua sono detti anche ciambelle.
Acquasanta, il Garbo e San Cipriano sono alcuni dei luoghi che ricorrono nel racconto inciso sulla sua tomba: nomi che restituiscono una geografia puntuale e sono testimonianze preziose per conoscere le vicende della città e dei suoi dintorni.
Dei sacrifici che in vita fece, Caterina non volle mai cancellare nulla, anzi. Quando decise di commissionare il proprio monumento a Lorenzo Orengo, uno degli scultori più richiesti dalla borghesia genovese, volle che vi comparissero proprio gli oggetti del suo mestiere.
L’opera, realizzata nel 1881, la ritrae con un abito elegante e una posa composta, ma non la trasforma in un personaggio diverso da quello che era stata. Le nocciole e i canestrelli restano lì, accanto a lei, con la stessa evidenza con cui sulle tombe degli armatori compaiono le ancore, e su quelle degli industriali gli ingranaggi e gli strumenti del loro successo.
Anche Caterina aveva qualcosa da esibire: il proprio lavoro, la propria indipendenza, il denaro guadagnato giorno dopo giorno.
La sua non fu una ricchezza ereditata, né il risultato di un matrimonio fortunato. Il denaro per la statua arrivò da un’attività faticosa e da una capacità di risparmio che l’iscrizione racconta senza retorica.
Caterina aveva messo da parte i propri guadagni per assicurarsi il pane nella vecchiaia, ma anche per non scomparire senza lasciare memoria di sé. È un dettaglio che cambia il modo di guardare quel monumento: una committente che si rivolse a un artista affermato e scelse personalmente come presentarsi ai posteri.
Attorno alla sua decisione è fiorita una delle storie più conosciute di Staglieno. Secondo la tradizione, quando Caterina si ammalò gravemente in tarda età, alcuni parenti avrebbero cominciato a discutere dell’eredità mentre lei era ancora in vita. Una volta guarita, avrebbe deciso di destinare i risparmi alla propria statua, piuttosto che lasciarli agli eredi.
A raccontare Caterina con parole che sembrano arrivare direttamente dalla sua voce è l’epigrafe composta in genovese dal poeta Giovan Battista Vigo. I versi ricordano le vendite alle fiere, il maltempo affrontato per lavorare e i risparmi accumulati per la vecchiaia e per il ricordo futuro. “A sôn de vende reste e canestrelli” è l’inizio di una dichiarazione che non cerca di abbellire la fatica: Caterina racconta di aver venduto, di aver lavorato e di aver messo da parte quel poco che poteva. E precisa di averlo fatto “mentre son viva”.
L’iscrizione si chiude con una richiesta semplice, rivolta a chi passa davanti alla tomba: “voiatre che passae pregheme paxe”. A voi che passate, pregate per la mia pace.
Caterina morì il 7 luglio 1882, l’anno successivo alla realizzazione del monumento. Le ricostruzioni locali ricordano i funerali nella chiesa di Santo Stefano e una partecipazione popolare molto ampia. Dopo la sua morte, attorno alla tomba si sarebbe sviluppata un’altra forma di devozione popolare. Fiori e lumini venivano lasciati davanti alla statua e, secondo alcune versioni del racconto, a Caterina si attribuivano virtù propiziatorie legate alla fortuna e al denaro.
Resta, al di là degli aneddoti, la scelta che rende Cattainin una figura così particolare nella storia di Staglieno. In un cimitero dove la memoria monumentale era spesso il privilegio di famiglie potenti, una venditrice ambulante riuscì a conquistarsi lo stesso spazio senza rinnegare la propria origine. Non volle essere ricordata come una signora di buona famiglia, né affidò la propria immagine alla benevolenza di un ricco committente. Si presentò con le sue nocciole, i suoi canestrelli e il suo nome, scritto in genovese.







