Giorni decisivi per il futuro dell'ex Ilva. Da un lato, le indiscrezioni uscite questa mattina sui principali quotidiani parlano di una possibile rinuncia della cordata di industriali italiani guidata da Federacciai a presentare un'offerta per gli impianti della cosiddetta "parte a freddo"; dall'altro, l'avvio delle operazioni di spegnimento degli altiforni di Taranto dopo la conferma dello stop all'area a caldo da parte della Corte di Cassazione.
Secondo quanto riportato, la prima questione sarebbe stata al centro di una riunione svoltasi a Palazzo Chigi con gli industriali interessati al dossier, a pochi giorni dalla scadenza fissata per l'8 novembre per la presentazione delle offerte vincolanti. Tra le motivazioni che starebbero alimentando i dubbi sulla partecipazione della cordata italiana ci sarebbero gli esiti delle verifiche tecniche sugli impianti e le difficoltà legate al quadro normativo e produttivo. Tuttavia, una decisione definitiva non sarebbe ancora stata formalizzata. A sottolinearlo è stato Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e vicepresidente di Confindustria: "La decisione", ha dichiarato, "non è ancora presa. Quando sarà presa la comunicheremo". Insomma, in vista della scadenza dell'8 novembre per le offerte vincolanti, gli scenari sono ancora tutti aperti.
Nel frattempo, sul fronte operativo, la situazione a Taranto continua a evolversi rapidamente. Questa mattina l'azienda ha comunicato alle organizzazioni sindacali l'avvio delle procedure di spegnimento degli altiforni, conseguenza diretta della pronuncia della Cassazione che ha respinto i ricorsi presentati da Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria e da Ilva in amministrazione straordinaria, confermando così il provvedimento che dispone il fermo dell'area a caldo. Da quanto appreso da Fim, Fiom, Uilm e Usb, le operazioni dovrebbero essere completate entro la settimana. Qualche segnale di attività resta invece sul fronte della laminazione. Il Treno Nastri (TNA) dovrebbe tornare in funzione fino al 14 dicembre, per poi fermarsi nuovamente. Una nuova ripartenza sarebbe prevista nel mese di gennaio, con un ciclo produttivo programmato di circa un mese.
La preoccupazione maggiore resta però quella occupazionale. I sindacati metalmeccanici hanno lanciato un nuovo appello al Governo chiedendo il rispetto degli impegni assunti durante il confronto del 27 ottobre a Palazzo Chigi. "È in gioco la dignità di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie, che da anni vivono sulla propria pelle il peso di una crisi senza precedenti", affermano Fim, Fiom, Uilm e Usb. Le organizzazioni chiedono misure straordinarie per sostenere i dipendenti di Acciaierie d'Italia, Ilva e dell'intero sistema dell'appalto e dell'indotto, accelerando parallelamente il processo di decarbonizzazione del sito produttivo.
Sul futuro dello stabilimento, i sindacati ribadiscono che "l'intervento pubblico rappresenta l'unica soluzione in grado di garantire una vera transizione ecologica e sociale. Il processo di decarbonizzazione necessita di risorse pubbliche certe, a partire dalla realizzazione del Dri, indispensabile per l'installazione dei forni elettrici. Servono inoltre risorse finanziarie per accompagnare il territorio fuori dalla fase emergenziale, evitando il collasso del tessuto produttivo ed economico". Le sigle metalmeccaniche chiedono poi che "nessun lavoratore deve rimanere indietro nel processo di transizione ecologica. Il governo, a partire dalla prossima manovra di bilancio, dovrà prevedere le risorse necessarie a finanziare, attraverso interventi articolati, le uscite anticipate e volontarie, il riconoscimento del lavoro usurante per chi ha operato nel ciclo integrale e adeguate misure di incentivo all'esodo, a tutela di tutti i lavoratori coinvolti".
Intanto, nei prossimi giorni, il confronto proseguirà nelle fabbriche: il 10, 11 e 12 novembre sono infatti in programma assemblee con i lavoratori.






