Meraviglie e leggende di Genova - 18 gennaio 2026, 08:00

Meraviglie e leggende di Genova - Il teatro che nacque due volte

Oggi punto vendita di una nota catena, il teatro Margherita, già Andrea Doria, fu uno dei teatri più amati e frequentati della città. Distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale, venne ricostruito rimanendo in attività fino all’inizio degli anni Novanta

Meraviglie e leggende di Genova - Il teatro che nacque due volte

Un ricordo era arrivato irruento alla memoria, proprio mentre stava attraversando il Ponte Monumentale, lasciandosi alle spalle piazza De Ferrari.

Li, proprio dove oggi si affollano centinaia di persone tra abbigliamento e accessori vari, li c’era il teatro Margherita.

Improvvisamente, stava rivivendo le emozioni di quel primo spettacolo. Si ricordava i primi passi nel foyer, le sedie di velluto rosso, l’improvviso silenzio che era calato in sala allo spegnersi di tutte le luci.

Quel giorno c’erano anche i nonni che non avevano mancato di raccontare la storia del Teatro Andrea Doria, distrutto dalla Guerra.

“La guerra è una cosa brutta, bada di non farla mai a nessuno” ripeteva il nonno ogni volta che poteva.

Aveva deciso di entrare in quel negozio e proprio in quel momento le immagini del sipario che si apriva mentre sul palco si trovava Gilberto Govi si stavano stagliando davanti agli occhi.

Che meraviglia il teatro Margherita.

Oggi di quel teatro rimane qualche traccia nascosta tra camerini e scaffali, che non sfugge a un occhio attento che ricorda la storia di uno dei luoghi più importanti per la cultura genovese.

La sua storia inizia appena fuori Porta degli Archi nel 1855.

Qui aveva preso forma il disegno di Felice Orsolini, completato da Gio Batta Olivieri, con un teatro meraviglioso e modernissimo per l’epoca, come venne richiesto da Antonio Fasce e Domenico Corte due anni prima.

Il 9 agosto di quell’anno, lo stesso giorno in cui si conclusero i lavori, il teatro venne inaugurato.

Il Nuovo Teatro Andrea Doria poteva contenere duemila posti, divisi tra platea, illuminata da un grande lampadario a gas, quattro ordini di palchi e un vasto loggione; un tetto apribile e una scuderia per ventiquattro cavalli per gli spettacoli equestri. Il tutto ‘benedetto’ dallo sguardo dell’Ammiraglio Andrea Doria, rappresentato nell’opera di Giuseppe Isola.

A completare il tutto, bar e caffetterie dove c’era sempre un gran via vai, come al celebre Caffè Margherita.

Trent’anni più tardi il teatro venne ristrutturato e intitolato a Margherita di Savoia, consorte di Umberto I. Il politeama Margherita, per via delle molteplici tipologie di rappresentazione, divenne per tutti semplicemente ‘Il Margherita’. Operetta, varietà, prosa, concerti: sul palco del teatro si alternavano personalità illustri provenienti da tutta Italia e non solo, complici anche personaggi come Daniele Chiarella, impresario che contribuì a fare di questo luogo un vero e proprio centro culturale alla moda.

Ristrutturato ancora nel 1938, il Margherita venne raso al suolo dai bombardamenti dell’8 agosto 1942, lasciando una voragine in via XX Settembre.

A guerra finita, tra il 1954 e il 1957, un gruppo di architetti composto da Marco Lavarello, Vincenzo Oddi, Giorgio Olcese e Renato Toninelli, ridisegnò il teatro, portandolo nella contemporaneità.

Ri-nacque il teatro Margherita, inaugurato dallo spettacolo di Gilberto Govi il 10 ottobre 1957.

I duemila posti che il Margherita era tornato ad avere divennero la casa della Lirica fino alla costruzione del Carlo Felice, inaugurato nel 1991.

Tra le storiche messe in scena indimenticabile fu ‘La Cenerentola’ di Gioacchino Rossini, con i costumi originali di Lele Luzzati, presentata per la prima volta nel 1978.

Pensare il caso: la sala fu la sede del dibattito tra Bruno Zevi e Paolo Portoghesi, moderato da Giulio Carlo Argan, proprio sul progetto del Carlo Felice.

Un destino intrecciato quello delle due sale. Fino al 1993 il Margherita accolse prosa, musica moderna e un ultimo disperato spettacolo a oltranza: ‘Pop a rebelot’ con Paolo Rossi, Enzo Jannacci e Dario Vergassola, in prima fila nel tentativo di salvarne le sorti. Ma non fu così. La sala venne venduta e trasformata: nel 1998 aprì il grande magazzino che ancora oggi conosciamo.

Chissà che oggi, passeggiando tra gli scaffali colmi di abbigliamento, non si senta ancora riecheggiare qualche aria d’opera o la voce di Govi mentre, tutto concentrato, abbottona il suo panciotto ‘gassetta e pumellu’.

Isabella Rizzitano

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