Meraviglie e leggende di Genova - 13 settembre 2026, 08:00

Meraviglie e leggende di Genova - Perché il camallo si chiama così?

Dall'arabo ḥammāl, "portatore", al gancio da banchina che nel 1960 fermò i fascisti: la storia di un mestiere durissimo diventato identità cittadina

Meraviglie e leggende di Genova - Perché il camallo si chiama così?

Diverse sono le parole che sanno racchiudere l'identità di Genova ma c’è n’è una che, più delle altre, riesce a far sentire subito tra la gente della Lanterna e quella parola è camallo

Camallo è una parola che non nasce tra i vicoli della Città Vecchia ma arriva da lontano, come le merci che, da sempre, sono sbarcate sulle banchine del porto. Prima delle gru, prima di ogni meccanizzazione, il porto viveva letteralmente sulle spalle dei camalli. Erano loro a svuotare le stive, a caricare sacchi, balle, casse, carbone, derrate di ogni tipo, trasferendo il peso dalla nave alla banchina e da lì ai carri diretti a destinazione. 

Dunque, perché il camallo si chiama così e da dove arriva questo termine?

L'etimologia più accreditata non lascia molto spazio al dubbio: camallo deriva dal genovese camallu, che a sua volta viene dall'arabo ḥammāl, "portatore", "facchino", da una radice verbale che indica il portare, il trasportare con fatica, la stessa, non a caso, da cui discende anche la parola "cammello". 

Lo conferma il vocabolario Treccani e lo ha confermato soprattutto Fiorenzo Toso nel suo Piccolo dizionario etimologico ligure: il termine sarebbe approdato a Genova nel Medioevo, uno dei tanti prestiti che il genovese, lingua di mercanti e di marinai, andava raccogliendo nei porti del Mediterraneo islamico.

Tanto per rafforzare il concetto, il magazzino dove i camalli depositavano le merci scaricate si chiamava raiba, altra parola di origine araba, che ha lasciato traccia in piazza Raibetta, nella zona del Caricamento.

Le attestazioni documentarie sono sorprendentemente antiche. Il latino medievale ligure registra le forme camalorum e camalis già a partire dal XIV secolo, e nei primi decenni del Quattrocento il termine compare, ben consolidato, nei documenti commerciali che legavano Genova non solo al proprio porto, ma anche a piazze come Tunisi.

Dal sostantivo nacque presto anche il verbo genovese camallâ: portare pesi a spalla, ma anche, in senso più ampio, faticare, sopportare uno sforzo. Con il tempo il verbo ha preso una vita figurata tutta sua: si può "camallare" un peso, una fatica, persino gli anni che passano. L'idea di fondo, però, resta sempre la stessa: reggere qualcosa di gravoso senza lasciarlo cadere.

I camalli genovesi erano organizzati in corporazioni capaci di condizionare non solo la vita del porto ma, in certi periodi, anche gli equilibri della città. La più celebre delle loro compagnie storiche prese il nome di Compagnia dei Caravana, un nome che secondo una tradizione più recente deriverebbe dal persiano karawan, "carovana", italianizzato in caravana. Curiosamente, fino al 1848 i camalli della Compagnia dei Caravana non erano nemmeno genovesi di nascita, ma per lo più bergamaschi, arrivati in città a cercare lavoro sulle banchine.

Tra le fila dei camalli genovesi uscì anche uno dei primi divi del cinema muto italiano. Si chiamava Bartolomeo Pagano, ed era, appunto, un camallo: la forza sviluppata in anni di lavoro sulle banchine lo portò nel 1914 sul set di Cabiria, il kolossal di Giovanni Pastrone, nei panni del gigante buono Maciste, un personaggio che avrebbe fatto il giro del mondo. Molto più avanti, un altro genovese avrebbe portato il mestiere di camallo dentro la canzone d'autore: Francesco Baccini, prima di diventare cantautore, lavorò anch'egli come camallo al porto.

Spesso, il camallo oltre che un mestiere è stato un simbolo civico. Prima ancora della grande manifestazione che, a fine agosto del 2025 ha accompagnato la partenza della Global Sumud Flotilla verso Gaza, prima ancora delle proteste per il transito delle armi nel porto di Genova, i camalli sono scesi in piazza assieme ai cittadini per difendere la libertà e la Repubblica. Nel giugno e nel luglio del 1960, quando il Movimento Sociale Italiano annunciò di voler tenere il proprio congresso nazionale proprio a Genova, città Medaglia d'oro della Resistenza, che nel 1945 aveva visto le truppe tedesche arrendersi ai partigiani prima ancora che agli Alleati, la città insorse. Ex partigiani, operai, giovani con le magliette a righe scesero in piazza per settimane, e tra loro, in prima fila, c'erano i camalli, risaliti dal porto con i propri attrezzi da lavoro. Tra i mezzi usati nelle barricate improvvisate di quei giorni, le cronache e gli studi storici ricordano proprio i ganci da portuale, l'arnese quotidiano dei camalli, diventato per l'occasione strumento di protesta. Il 2 luglio, sotto la pressione dello sciopero generale, il congresso fu annullato: una delle pagine più nette dell'antifascismo italiano del dopoguerra.

Isabella Rizzitano

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