La navigazione stava per concludersi. Aveva iniziato a intravedere il profilo della Repubblica già da qualche miglio e via via che la nave si avvicinava, i contorni dei palazzi diventavano sempre più nitidi.
La luce del crepuscolo modellava il porto. Ancora un po’ di pazienza e avrebbe potuto lasciare il ponte.
Messo piede a terra, tutta quella calma che aveva percepito fino a quel momento si dissolse tra il via vai dei camalli sui moli. Osservò anche i cadrai di cui aveva sentito parlare.
Poi, qualche metro più avanti, palazzo San Giorgio e la via porticata al di sotto del livello del mare che aveva deciso di percorrere.
Proseguì per un po’ prima di imboccare via Prè e trovare ciò che stava cercando, la locanda ad signum Falconis, all’insegna del Falcone.
Spinta la porta, si fece incontro Bernardino. Non lo aveva mai visto ma la descrizione che ascolta durante il viaggio non lasciava dubbi: davanti a sé aveva il gestore di quel luogo unico, un’osteria dove andavano in scena gli spettacoli dal vivo.
Si trovava in quello che, qualche secolo più tardi, divenne il Teatro del Falcone, il primo teatro genovese.
La storia di questo luogo, considerato il più antico tra i teatri storici della città, comincia alla fine del XV° secolo. Si trattava di una locanda, ‘all’insegna del Falcone’, che sorgeva nella zona di Prè, un luogo di passaggio dove trovavano ospitalità i viaggiatori e le compagnie itineranti che qui potevano anche esibirsi.
Alcune fonti raccontano di spettacoli all’Hostaria del Falcone già nel 1510. Si trattava di rappresentazioni a pagamento che si potrebbero definire organizzate secondo una gestione privata e imprenditoriale.
Tra i primi a portare avanti quest’attività compare Bernardino Crivelli, alla guida dell’osteria fino al 1552 quando avvenne un cambio di gestione.
Con il passare del tempo, la struttura divenne sempre meglio organizzata. Nel 1602 Gabriele Adorno acquistò l’immobile; negli ani quaranta del Seicento le stagioni divennero regolari, facendo di Genova una città in cui stava prendendo forma l teatro pubblico, inteso come aperto al pubblico, a pagamento, un modello già presente a Venezia.
La sala seicentesca, attribuita all’architetto Sighizzi, aveva una pianta a U allungata, rivestimenti in legno e quattro ordini di palchi. Una suggestione che si ritrova anche nel Carnovale, di Anton Giulio Brignole Sale, pubblicato nel 1639, in cui una scena è ambientata proprio al Falcone: tre aristocratici entrano dalla parte del palcoscenico e si trovano davanti a una platea affollata, rumorosa e impaziente. In alto, sulla gradinata, siedono le dame della città.
Una descrizione che fa intendere come molte di loro fossero presenti per essere ammirate, non tanto per seguire la commedia.
Al Falcone, insomma, si andava per essere visti.
A questo luogo si deve riconoscere anche il merito di aver contribuito alla diffusione del melodramma in città: nel 1652 andò in scena Gli Amori di Alessandro Magno e Rossane; qualche anno più tardi, nel 1663, L’innocenza riconosciuta, opere di Francesco Fulvio Frugoni. Di questo oggi restano i libretti conservati che testimoniano l’importanza della scenografia, delle macchine teatrali e degli adattamenti, pensati per il pubblico genovese.
Tra i compositori che si legano a questo luogo c’è anche Alessandro Stradella, musicisa veneziano dalla vita movimentata, ucciso dai sicari della famiglia Lomellini sulle scale della chiesa di San Pietro in Banchi. Al Falcone vennero rappresentate alcune sue opere come Le gare dell’amor eroico e La forza dell’amor paterno.
Alla fine del XVII° secolo il teatro entrò nell’orbita della famiglia Durazzo.
Nel 1679 Eugenio Durazzo aveva acquistato il palazzo appartenuto a Stefano Balbi, l’attuale Palazzo Reale, e l’acquisizione del teatro contribuì al completamento del complesso.
Nel 1702 un incendio distrusse la sala, ricostruita due anni più tardi probabilmente da Carlo Fontana. Fu l’occasione per aggiungere un ulteriore ordine di palchi. I Durazzo potevano arrivare a teatro con dei comodi passaggi segreti, nascosti dal grande palazzo, senza dover passare dalla strada, dove si radunavano gli spettatori paganti.
Tra la primavera e l’estate del 1736 a Genova soggiornò anche Carlo Goldoni, al seguito della compagnia veneziana di San Samuele. Qui conobbe Nicoletta Connio e una lapide, posta vicino al teatro, ne ricorda l’unione. A Goldoni dobbiamo la preziosa testimonianza delle stagioni teatrali genovesi: è lui a raccontare come il Falcone e il teatro di Sant’Agostino aprissero due anni a testa, evitando di dividere il pubblico e scongiurando il rischio di fallimento per gli impresari.

Nel 1824 il teatro passò ai Savoia assieme al palazzo, diventando il teatro di corte. Un’attività minore che, secondo la credenza popolare, fu la cornice alla nascita di un detto che ha per protagonista Niccolò Paganini. Era il 1818 e Paganini suonò davanti a Carlo Felice e alla famiglia reale. Quando Felice chiese il bis, il violinista replico con il celebre: “Paganini non ripete”.
A fine Ottocento la sala non era altro che un deposito; il 9 maggio 1944 un bombardamento la danneggiò al punto tale da spingere, tra il ’48 e il ’49, a demolirla.
Al suo posto venne realizzata una nuova costruzione, in cemento armato, destinata a mostre, conferenze e concerti.
Dal 1953, anno dell’inaugurazione del progetto di Raffaello Trinci, del Falcone è rimasto solo il nome ma muoversi per quegli spazi che, seppur diversi, sono stati la culla del panorama culturale genovese, vuol dire continuare a rendere omaggio alla storia della città.






